Cultura

​Senza cultura Taranto sconfitta​

Il crollo della città che non ha saputo fare della cultura una impresa. «Politici incapaci»​


Una città che si sgretola giorno dopo
giorno. Ma basta con i lamenti, le nenie,
gli oblii. Siamo tutti responsabili. Siamo
tutti coinvolti, come diceva Fabrizio De
André. Possiamo essere una generazione
vissuta con l’ideologia dell’essere sempre
“contro”? Arbasino molti anni fa parlava
di essere “con” o “senza”. Un Paese
senza!. Ma il “con” significa “consenso”.
Il “contro” potrebbe significare “controsenso”.

Il “senza” starebbe per “assenza”.
La verità credo che sia altra. Noi,
cittadini di Taranto, intellettuali, docenti,
ricercatori, studiosi, giornalisti, lascio da
parte per un “attimino” i politici, come
usano dire gli uomini colti (e non esiste
in un vocabolario corretto) cosa abbiamo
proposto di concreto e di sostenibilmente
fattibile o fantasioso? Il crollo di Taranto!
Credo che ormai si sia “sistematizzato”
il concetto di caduta di una città (o di
“svaluta”) in un malessere che non è solo
economico, forse principalmente, bensì
esistenziale, di “scivolamenti” generazionali
a partire dalla mia. Generazioni
che hanno cercato di interpretare le crisi
di trasformazione di un assetto territoriale
e che invece si sono integrati in una
solitudine che mostra un malessere generale
che si trasmette, come una filiera,
negli ambienti di lavoro, tra amici, nelle
conversazioni, nel dialogare in famiglia.

Noi siamo stati figli di una generazione
che ha prodotto malinconie in un tessuto
radicato e radicante che ha prodotto
nostalgie. Sono sempre più convinto
che il vuoto di una politica serena abbia
realizzato un quotidiano inquieto.
L’apparire più dell’essere. Nonostante le
grandi risorse che Taranto ha avuto. Non
si poteva creare una nuova città della
Magna Grecia quando la Magna Grecia
non esiste più. Ancorata alla nostalgia
e alle archeologie del pensiero abbiamo
creato una confusione che non riusciamo
a seppellire. Troppo abbiamo pensato
che fosse realmente un luogo dei saperi
greci. Invece dagli anni Sessanta in poi
Taranto è diventata altro.
Una città industria e non una città turismo.
Si sarebbero dovuto creare le
nuove culture industriali, ovvero i nuovi
saperi industriali e non diffondere una
neo archeologia dei beni culturali. Ho
riletto, recentemente, gli scritti di Carlo
Belli, il vero fondatore del Convegno di
Studi sulla Magna Grecia, e hanno un
percorso profetico fondamentale. Una
città sostanzialmente si trova a fare
delle scelte senza pensare di inventarsi
forme eterogenee di economia.

Qui si è
pensato all’Industria come economia e
alla cultura come spazio per riposarsi.
L’Industria il vero Modello moderno di
una economia forte. La Cultura come
lo svago o il dopo lavoro. Una contraddizione
di fondo, perché sin dagli anni
Sessanta i beni culturali venivano intesi
come industria avanzata. Così come
si è verificato in altre città. Ora siamo
veramente al “commissariamento” del
pensiero.
Negli ultimi quarant’anni Taranto non
è mai stata una città autonoma, libera
di esercitare un proprio progetto, forte
sul piano di una politica che decidesse
un destino con lunghi obiettivi. Si pensi
alla Università. Non siamo più potenzialmente
in grado di decidere un destino.
Faccio spesso il confronto con una città
molto più piccola di Taranto, Cosenza.
La conosco bene. Ormai vivo tra Cosenza
e Taranto. Eppure Cosenza è stata una
città sempre decisionista.

Questo perché
ha avuto una politica forte e rappresentati
che hanno realizzato opere di grande
prestigio, ma anche perché la volontà
della cittadina è stata una volontà omogenea
pur in una eterogeneità politica e
antropologica.
Taranto è priva di una antropologia della
conoscenza di quelle eredità che hanno
vissuto dei condizionamenti e delle
contaminazioni. Non abbiamo ben compreso
che una Industria come il Centro
siderurgico e le culture dei beni culturali
non hanno mai fatto impresa. Parlano e
parlavano due linguaggi diversi.
Parlo di Taranto, certo. Ma la provincia,
il territorio ionico, è un deserto. Spesso
una “paesanata” di friselle! Taranto e
provincia non si salvano.
La politica ha ignorato l’impresa cultura
perché era priva di un fondamento economico
ed ha creduto alla economia del
siderurgico. Giustamente. Ma il neo dove
sta? Sarebbe dovuta diventare una Città
Industria senza cadere nelle nostalgie.
Le nostalgie scivolano nelle malinconie
e mandano in depressioni interi settori,
generazioni, modelli di civiltà.

Taranto ormai non pensi più a fare cultura
come impresa. Non ci riuscirà. Pensi
invece a sistematizzare la sua industrializzazione
e a risolvere il suo crollo.
Lo dico non sotto l’effetto di psicofarmaci.
Ma dopo oltre 40 anni di testimonianza,
di azioni, di protagonismo
e di attività in una città che amo tanto
e che è parte integrante della mia vita.
La generazione dello “smitico” ’68 si è
impadronita dei poteri e non della immaginazione
al potere. Quella del ’78 è una
generazione di maschere, folli, filosofi,
pensatori in libera uscita e che altro? Di
illusi! I politici incapaci e noi sconfitti.
Forse, comunque, dovremmo cominciare
ad indignarci. Almeno con noi stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche