Cultura

​La vittoria di Sua Maestà il Castello Aragonese​

​Oltre 120mila visitatori nel 2018: la straordinaria storia turistica di un grande esempio di architettura militare del Rinascimento​


«Arrivai a Taranto nel 2003,
a capo del Dipartimento Militare Marittimo. Avevo in mente un approccio culturale con la città, perché mi accorsi che
Taranto era carente sotto questo aspetto e
che l’azione della Marina Militare poteva
essere efficace in questo senso. Credo che
sia nostro dovere difendere e valorizzare
i beni culturali. La cultura è alla base
della nostra identità nazionale e, quindi,
tutelando la cultura, difendiamo l’Italia».

Il successo del Castello Aragonese ha la
sua genesi intellettuale in questo pensiero.
121.575 visitatori nel 2018 è la cifra che
testimonia quanto felice sia stata l’intuizione dell’ammiraglio Francesco Ricci,
che di quel pensiero è stato ed è tuttora
ispiratore ed interprete.
«Rimasi colpito – racconta l’ammiraglio
a TarantoBuonasera – dalla bellezza della
Città Vecchia, che mi sembrava la parte
più nobile di Taranto. Ma rimasi colpito
anche dall’atteggiamento sfavorevole dei
tarantini verso questa parte della città. Il
Castello è un argine per fermare questo
atteggiamento e per contribuire ad una
inversione di tendenza».

L’ammiraglio ha ben chiaro ciò che è
accaduto a Taranto nel corso dei secoli:
«Ha smarrito la sua identità. Prima è
stata distrutta dagli arabi, poi è arrivata
l’industrializzazione degli anni ’60 che
ha rappresentato uno stravolgimento della
sua storia». Eccolo, allora, il miracolo di
questo straordinario monumento, che oltre
cinquecento anni dopo la sua definitiva
edificazione è diventato, per molti versi
inaspettatamente, la principale attrazione
turistica della città. «Il Castello – dice
l’ammiraglio Ricci – è il simbolo della
simbiosi tra Taranto e Marina Militare.
È un bene che aiuta a restituire a Taranto l’identità perduta. Oggi il Castello è il
simbolo della difesa della cultura dagli
attacchi dell’incuria, dell’ignoranza, della
fatiscenza».

Il miracolo cominciò a prendere forma
intorno ad una tavola imbandita: «Dopo
il mio insediamento invitai a pranzo l’allora soprintendente Giuseppe Andreassi,
l’allora direttrice del museo, Antonietta
Dell’Aglio, l’architetto Augusto Ressa e il
professor Cosimo D’Angela. Fu un incontro per capire come intervenire».
Il piano d’azione prevedeva restauro, ricerca e apertura al pubblico. L’ammiraglio
Ricci “arruola” due operai, dipendenti
civili della Difesa: Piccolo e Salamina.
Sono loro due, armati di scalpello e martello, i primi a scavare per far riemergere
quello che secoli di manipolazioni avevano occultato.
«Il Castello era stato sommerso da un diluvio di intonaco e cemento. Ma tutti gli
interventi erano stati fatti per addizione
e questo, se vogliamo, ha facilitato il nostro lavoro. Da allora abbiamo restaurato
novemila metri quadri di superficie. Ci
sono parti che non possiamo restaurare: si
tratterebbe di una impresa industriale al di
sopra delle nostre possibilità».

Con una squadra di poche persone (oltre a
Piccolo e Salamina vanno citati Ciarletta,
Vinella e Modasseri) e risorse limitatissime, è riemersa la storia di questa fortificazione nata su un banco di roccia, in un
angolo affacciato sul mare dove si estraeva
la pietra. Quella stessa pietra, il carparo,
servita per costruire la parte più antica
della città e il tempio di Poseidone con le
sue colonne doriche.
Ma lo scavo da solo non bastava. Servivano le ricerche storiche ed allora sono
cominciati altri “scavi”. Negli archivi di
Napoli, Parigi e Madrid. «Soprattutto in
Spagna abbiamo ritrovato oltre cinquanta
documenti sul periodo tra ‘500 e ‘600 per
capire come era il Castello in quegli anni e
per restituirgli la sua configurazione rinascimentale. Una fonte preziosissima sono
state inoltre le ricerche di Giovangualberto
Carducci».
A seguire i lavori, è poi arrivato anche
l’archeologo Federico Giletti.

«Inizialmente – spiega l’ammiraglio – pagato con
sponsorizzazioni private, poi l’allora assessore Lucio Pierri riuscì a trovare dei fondi
europei». Fino ad oggi sono stati catalogati
ventunomila reperti. E altre migliaia sono
conservati nell’enorme stanzone dove vengono adagiati in attesa di essere studiati
uno per uno.
Col tempo e grazie al lavoro di questa
sorta di task force che l’ammiraglio Ricci
è riuscito ad organizzare, il Castello ha
lasciato affiorare i suoi segreti, come gli
antichi luoghi di culto custoditi per secoli
nei propri anfratti e testimoniati dal ritrovamento di croci di periodo bizantino. Ma
il Castello è sempre stato essenzialmente
una roccaforte di importanza strategica: «È
un capolavoro dell’architettura militare del
Rinascimento. L’architetto Francesco Di
Giorgio, che gli ha dato la forma attuale,
ne fece una grandiosa opera di armonia,
bellezza e funzionalità, una straordinaria
applicazione di matematica e geometria. La
sua più grande intuizione fu forse il puntone triangolare affacciato sul Mar Grande,
verso sud: impediva alle navi nemiche di
colpire direttamente la cinta muraria e
rendeva più efficaci gli incroci di cannonate
che invece partivano dal Castello».
Di storie avventurose l’Aragonese ne ha
vissute tante.

La più romanzesca è quella
che lo lega alle vicende di Alexandre Dumas e al suo Conte di Montecristo.
Il generale Dumas, suo padre, fu tenuto
prigioniero proprio nelle fredde celle del
Castello e a quella prigionia sembra essere ispirata l’avvincente storia di Edmond
Dantès. L’astuto militare sapeva come
cavarsela, nonostante le ristrettezze della
cella: da una feritoia riusciva a farsi calare
dall’esterno chinino e cioccolata. Quanto
bastava per tenersi in discreta forma e
salute. Dalle avventure di Dumas all’avventura dell’apertura al pubblico: marzo
2005. Un successo. Una nuova storia che
ha moltiplicato visitatori e attenzione verso questa maestà che troneggia a guardia
del Canale che divide Mar Piccolo e Mar
Grande. Un segnale di svolta per Taranto
e per i tarantini.

«I tarantini sono assuefatti a tanta bellezza; i turisti invece ne restano abbagliati.
Dell’acciaieria non si accorgono neppure,
non la considerano un problema perché,
dicono, il problema dell’inquinamento si
può risolvere con gli investimenti. C’è una
cosa che invece non si risolve con i soldi:
il disamore per la città. E i turisti restano
colpiti dall’abbandono, dalla sporcizia,
dalla trascuratezza. L’impressione che diamo è che i tarantini non amano la propria
città». Una bella lezione, che arriva da un
“forestiero”. Grazie al quale Taranto ha
riscoperto l’orgoglio per il Castello. Che
sia l’inizio di una nuova storia.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche