09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 18:23:49

Cultura

​Cochi: «Ci guardavano in trenta milioni…»​

L'​attore racconta i suo esordi, l’amicizia con Pozzetto, il periodo in cui si sono scritte le pagine migliori del cabaret


L’altra metà dello storico
duo con Renato Pozzetto, grande contribuito alla scrittura della storia del
grande cabaret, quello Anni 60 e 70 che
si concretizzava al “Derby” di Milano,
Aurelio “Cochi” Ponzoni si racconta.
La tv di un tempo, che sperimentava
e faceva centro, proprio con Cochi e
Renato, da “Quelli della domenica” nel
pomeriggio a “Il poeta e il contadino”
in serata. Ma anche quelli di “E la vita
la vita” e “La canzone intelligente”,
tormentoni come “Bravo, 7+”, “Bella
gioia”, “Siamo su milletré!” e tanto altro
ancora.

Ponzoni in questi ultimi anni si è dedicato al teatro. Ultimo lavoro con il quale
è ancora in giro per l’Italia è “Quartet”.
Con lui, in scena, Giuseppe Pambieri,
Paola Quattrini ed Erica Blanc, ospiti
con i suoi colleghi della ventisettesima
Stagione teatrale dell’associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica
di Renato Forte.
Dalla tv al cinema, poi la scelta definitiva: il teatro.
«Parliamo anche di Renato – dice subito
Ponzoni – fa parte della mia vita, non
solo quella artistica, siamo cresciuti
insieme fin da bambini; i nostri genitori
si conoscevano, i fratelli di Renato e le
mie sorelle maggiori erano amici».
Parliamo di quegli anni. Un cabaret di
tale spessore che non ha più avuto repliche nel tempo.

Una sterzata che arriva
al primo boom economico, prima della
Milano da bere.
«Quella nostra era ancora la Milano da
guardare e da ascoltare – ricorda – io e
Renato eravamo studenti, l’unica cosa
che bevevamo era del vinaccio, insieme con Enzo Jannacci, il nostro terzo
fratello; con lui a cavallo degli anni al
“Derby” per una decina di anni abbiamo vissuto gomito a gomito; con noi,
oltre allo stesso Jannacci, c’erano Lino
Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi e
Beppe Viola, amico d’infanzia di Enzo.
I nostri più accaniti sostenitori, a quei
tempi: Gianni Brera, Umberto Eco, Dino
Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo,
una bella “curva sud”».
Non esistevano i tormentoni di oggi,
anche se Cochi e Renato qualcuno ce
lo hanno lasciato in eredità.

«Non li inseguivamo, venivano spontaneamente e all’epoca la gente li faceva
suoi, il più celebre: “Bravo 7+”; non
stavamo a scervellarci alla ricerca di
qualcosa che funzionasse e ci aiutasse
a diventare in qualche modo più popolari».
A Milano esistono ancora luoghi in cui
confrontarsi con l’arte.
«Ci sono e sono incoraggianti, li conosco, dopo anni sono tornato a vivere a
Milano: esistono giovani molto promettenti, locali in cui si fa teatro impegnato
e teatro leggero, comunque trovo che
molti ragazzi siano preparati; oggi va di
moda “Spirit de Milan”, grande fabbrica
dismessa dalla quale è stato ricavato un
grande ristorante nel quale si esibiscono
giovani artisti, musicisti jazz, da soli o
in formazione: bello, ve lo raccomando».

La tv di una volta, scomparsa.
«C’era un solo canale, anzi due, il secondo aveva cominciato a funzionare da
poco: ci guardavano in trenta milioni,
molti di questi allibiti: ci vedevano fuori
dalla norma, Paolo Villaggio aveva la
fama del presentatore che “picchiava”
le vecchiette.
Anche in tv avevamo sostenitori mica
da poco, oltre ad Eco e gli altri intellettuali, c’era anche la noblesse industriale;
per sua stessa ammissione, fra i nostri
più accaniti spettatori c’era l’Avvocato.
Gianni Agnelli in una intervista disse
che la domenica smetteva di giocare a
golf in anticipo per assistere al programma “Quelli della domenica”.
A me e Renato ci aveva chiamati Marcello Marchesi, il “signore di mezza età”, uno che aveva scritto cose splendide; poi
il richiamo del cinema e un certo successo, anche se per strade diverse: Renato
interpretò “Per amare Ofelia” per la
regia di Flavio Mogherini, un successo,
io “Cuore di cane” diretto da Alberto
Lattuada, un lavoro più impegnato, ma
ero felice così: per il successo di Renato,
ma anche per le cose che cominciavo a
scegliere».
Ecco, le tavole del palcoscenico. «Volevo fare il teatro di prosa, una passione
nata qualche anno prima, nel ’72 quando
al Festival dei Due mondi di Spoleto, diretti da Vittorio Caprioli rappresentammo “La conversazione continuamente
interrotta” di Ennio Flaiano, un grande.

C’era anche Renato, naturalmente. Flaiano, piuttosto, appariva sconsolato per
l’insuccesso che stava registrando un
suo lavoro, delizioso, “Un marziano a
Roma”, nonostante Vittorio Gassman;
sperava che la ripresa de “La conversazione”, funzionasse: andò bene, mi
innamorai del teatro, più avanti incontrai
Orazio Bobbio, attore, e Francesco Macedonio, regista, una vita per il teatro,
con il Teatro stabile di Trieste portai
in scena fra gli altri, “La panchina” di
Gel’man, “Omobono e gli incendiari”
di Frisch».
Ha sempre manifestato una cifra drammatica.
«Vero, fra i due Renato aveva creato e
realizzato una maschera; io mi divertivo
a recitare, a misurarmi con cose sempre
diverse, più impegnative, se vuole. Ero
piccolo, quando con le mie sorelle più
grandi la domenica andavo a messa
e all’uscita imitavo il prete: recitavo,
divertivo».
Uno sketch famoso, un retroscena.
«Si riferisce a “Bravo 7+”, riprendevamo
la realtà, era il periodo in cui si parlava
delle baronie universitarie, si scopriva
che i docenti erano di manica larga per
mille motivi; insomma, quello sketch
infastidiva un certo sistema, tanto che
alla tredicesima puntata ci fu fatto invito di non proseguire: era arrivato un
documento del Ministero della Pubblica
istruzione e della stessa Rai. Ricorderete, io ero il figlio di papà a cui Renato,
dopo l’appello ai “bambini assenti e
presenti” assegnava compiti come fotocopiare una banconota da cinquantamila
lire, tenere la copia e consegnare l’originale all’insegnante».


Teatro e cinema, oggi fa uno e l’altro.
«L’ultimo mio film lo scorso anno, “Si
muore tutti democristiani”; in precedenza, diretto da Francesca Archibugi
avevo interpretato “Gli sdraiati”; ai
tempi mi avevano proposto solo filmetti
che francamente non prendevo in considerazione; faccio l’attore, il cinema solo
se offrono ruoli importanti, mi riferisco
allo spessore del personaggio da interpretare, altrimenti preferisco il teatro: il
fascino del palcoscenico, lavorare ogni
sera, senza rete, è un’emozione insostituibile, questo è il mio lavoro».

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