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​La vittoria di Sua Maestà il Castello Aragonese​

​Oltre 120mila visitatori nel 2018: la straordinaria storia turistica di un grande esempio di architettura militare del Rinascimento​

Cultura
Taranto domenica 20 gennaio 2019
di Enzo Ferrari*
Sua Maestà il Castello Aragonese​
Sua Maestà il Castello Aragonese​ © Tbs

«Arrivai a Taranto nel 2003, a capo del Dipartimento Militare Marittimo. Avevo in mente un approccio culturale con la città, perché mi accorsi che Taranto era carente sotto questo aspetto e che l’azione della Marina Militare poteva essere efficace in questo senso. Credo che sia nostro dovere difendere e valorizzare i beni culturali. La cultura è alla base della nostra identità nazionale e, quindi, tutelando la cultura, difendiamo l’Italia».

Il successo del Castello Aragonese ha la sua genesi intellettuale in questo pensiero. 121.575 visitatori nel 2018 è la cifra che testimonia quanto felice sia stata l’intuizione dell’ammiraglio Francesco Ricci, che di quel pensiero è stato ed è tuttora ispiratore ed interprete. «Rimasi colpito – racconta l’ammiraglio a TarantoBuonasera - dalla bellezza della Città Vecchia, che mi sembrava la parte più nobile di Taranto. Ma rimasi colpito anche dall’atteggiamento sfavorevole dei tarantini verso questa parte della città. Il Castello è un argine per fermare questo atteggiamento e per contribuire ad una inversione di tendenza».

L’ammiraglio ha ben chiaro ciò che è accaduto a Taranto nel corso dei secoli: «Ha smarrito la sua identità. Prima è stata distrutta dagli arabi, poi è arrivata l’industrializzazione degli anni ’60 che ha rappresentato uno stravolgimento della sua storia». Eccolo, allora, il miracolo di questo straordinario monumento, che oltre cinquecento anni dopo la sua definitiva edificazione è diventato, per molti versi inaspettatamente, la principale attrazione turistica della città. «Il Castello – dice l’ammiraglio Ricci - è il simbolo della simbiosi tra Taranto e Marina Militare. È un bene che aiuta a restituire a Taranto l’identità perduta. Oggi il Castello è il simbolo della difesa della cultura dagli attacchi dell’incuria, dell’ignoranza, della fatiscenza».

Il miracolo cominciò a prendere forma intorno ad una tavola imbandita: «Dopo il mio insediamento invitai a pranzo l’allora soprintendente Giuseppe Andreassi, l’allora direttrice del museo, Antonietta Dell’Aglio, l’architetto Augusto Ressa e il professor Cosimo D’Angela. Fu un incontro per capire come intervenire». Il piano d’azione prevedeva restauro, ricerca e apertura al pubblico. L’ammiraglio Ricci “arruola” due operai, dipendenti civili della Difesa: Piccolo e Salamina. Sono loro due, armati di scalpello e martello, i primi a scavare per far riemergere quello che secoli di manipolazioni avevano occultato. «Il Castello era stato sommerso da un diluvio di intonaco e cemento. Ma tutti gli interventi erano stati fatti per addizione e questo, se vogliamo, ha facilitato il nostro lavoro. Da allora abbiamo restaurato novemila metri quadri di superficie. Ci sono parti che non possiamo restaurare: si tratterebbe di una impresa industriale al di sopra delle nostre possibilità».

Con una squadra di poche persone (oltre a Piccolo e Salamina vanno citati Ciarletta, Vinella e Modasseri) e risorse limitatissime, è riemersa la storia di questa fortificazione nata su un banco di roccia, in un angolo affacciato sul mare dove si estraeva la pietra. Quella stessa pietra, il carparo, servita per costruire la parte più antica della città e il tempio di Poseidone con le sue colonne doriche. Ma lo scavo da solo non bastava. Servivano le ricerche storiche ed allora sono cominciati altri “scavi”. Negli archivi di Napoli, Parigi e Madrid. «Soprattutto in Spagna abbiamo ritrovato oltre cinquanta documenti sul periodo tra ‘500 e ‘600 per capire come era il Castello in quegli anni e per restituirgli la sua configurazione rinascimentale. Una fonte preziosissima sono state inoltre le ricerche di Giovangualberto Carducci». A seguire i lavori, è poi arrivato anche l’archeologo Federico Giletti.

«Inizialmente - spiega l’ammiraglio - pagato con sponsorizzazioni private, poi l’allora assessore Lucio Pierri riuscì a trovare dei fondi europei». Fino ad oggi sono stati catalogati ventunomila reperti. E altre migliaia sono conservati nell’enorme stanzone dove vengono adagiati in attesa di essere studiati uno per uno. Col tempo e grazie al lavoro di questa sorta di task force che l’ammiraglio Ricci è riuscito ad organizzare, il Castello ha lasciato affiorare i suoi segreti, come gli antichi luoghi di culto custoditi per secoli nei propri anfratti e testimoniati dal ritrovamento di croci di periodo bizantino. Ma il Castello è sempre stato essenzialmente una roccaforte di importanza strategica: «È un capolavoro dell’architettura militare del Rinascimento. L’architetto Francesco Di Giorgio, che gli ha dato la forma attuale, ne fece una grandiosa opera di armonia, bellezza e funzionalità, una straordinaria applicazione di matematica e geometria. La sua più grande intuizione fu forse il puntone triangolare affacciato sul Mar Grande, verso sud: impediva alle navi nemiche di colpire direttamente la cinta muraria e rendeva più efficaci gli incroci di cannonate che invece partivano dal Castello». Di storie avventurose l’Aragonese ne ha vissute tante.

La più romanzesca è quella che lo lega alle vicende di Alexandre Dumas e al suo Conte di Montecristo. Il generale Dumas, suo padre, fu tenuto prigioniero proprio nelle fredde celle del Castello e a quella prigionia sembra essere ispirata l’avvincente storia di Edmond Dantès. L’astuto militare sapeva come cavarsela, nonostante le ristrettezze della cella: da una feritoia riusciva a farsi calare dall’esterno chinino e cioccolata. Quanto bastava per tenersi in discreta forma e salute. Dalle avventure di Dumas all’avventura dell’apertura al pubblico: marzo 2005. Un successo. Una nuova storia che ha moltiplicato visitatori e attenzione verso questa maestà che troneggia a guardia del Canale che divide Mar Piccolo e Mar Grande. Un segnale di svolta per Taranto e per i tarantini.

«I tarantini sono assuefatti a tanta bellezza; i turisti invece ne restano abbagliati. Dell’acciaieria non si accorgono neppure, non la considerano un problema perché, dicono, il problema dell’inquinamento si può risolvere con gli investimenti. C’è una cosa che invece non si risolve con i soldi: il disamore per la città. E i turisti restano colpiti dall’abbandono, dalla sporcizia, dalla trascuratezza. L’impressione che diamo è che i tarantini non amano la propria città». Una bella lezione, che arriva da un “forestiero”. Grazie al quale Taranto ha riscoperto l’orgoglio per il Castello. Che sia l’inizio di una nuova storia.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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I commenti degli utenti
  • Angelo Pagano ha scritto il 21 gennaio 2019 alle 07:37 :

    È bello, ogni tanto, leggere di qualcosa di positivo riguardante la nostra città! All'ammiraglio F. Ricci va, in primis, il dovuto ringraziamento per aver saputo dare corpo ad una felice intuizione; ringraziamento che è doveroso estendere a tutti coloro i quali hanno contribuito affinché si realizzasse tale progetto. Resta l'amarezza per l'autolesionismo dei tarantini, giustamente evidenziato nell'articolo. La speranza è che, parlandone, si prenda sempre più coscienza del grande patrimonio storico e culturale, affinché si possa riuscire ad invertire, finalmente, la pessimistica visione che i tarantini hanno della propria città. Rispondi a Angelo Pagano

  • Fra ha scritto il 20 gennaio 2019 alle 19:05 :

    Peccato che possiamo farci vanto solo di questo ,sicuramente Taranto merita un posto in prima fila per tanti aspetti ,credo solo sia mal gestita ,troppe chiacchiere e pochi fatti . I cittadini si adeguano a ciò che li viene imposto ,se li arriva il minerale ,l’importante è non pagare ,poi se i marciapiedi sono pieni di escrementi ,non fa niente c’è la strada ,se hai dei mobili usati ,robe vecchie ,giocattoli e cianfrusaglie varie sei libero di buttarli a qualsiasi ora ,se arriva un tornado ,se non c’è luce ,se non ci sono i trasporti ,se le strade sono dissestate non importa ,se ne farà caciara nei bar o nei circoli ,e rimane sempre tutto così ,ci manca il re del bel castello . Rispondi a Fra