24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 14:31:49

Politica

Dalle canne affiora l’antico santuario

Siamo andati alla scoperta di una delle più nascoste aree archeologiche di Taranto


Una barriera quasi impenetrabile di canne e rovi, sentieri impervi, strettissimi, aperti a colpi di machete.

Un tetto di vegetazione fittissima lascia filtrare appena qualche raggio di luce. È uno scrigno naturale che nasconde un tesoro immenso. La chiave per aprirlo la conoscono in pochi: gli addetti ai lavori e i clandestini che alle prime luci dell’alba, al riparo da sguardi indiscreti, ne approfittano per saccheggiare e depredare ricchezze che risalgono all’alba della civiltà.

Siamo a Saturo, l’antica Satyria, la valle delle acque che accolse Taras e i coloni spartani e dove i primi insediamenti risalgono al neolitico. Qualche metro più su scorrono le auto che attraversano la litoranea salentina: un mondo soprastante ignaro di essere seduto su strati di storia e leggende, di miti e culti pagani, di preziosi reperti celati all’occhio profano.

E laggiù, fra tutti, ecco il sancta sanctorum: l’antico Santuario delle Sorgenti. Per la prima volta un giornale ha avuto modo di accedere a questo meraviglioso mondo nascosto. Taranto Buonasera ha compiuto una spedizione esclusiva e per farlo abbiamo chiesto la collaborazione degli archeologi di Polisviluppo, la cooperativa che da dieci anni studia quella vasta area archeologica. Ad accompagnare la piccola carovana c’erano i carabinieri di Leporano, che hanno potuto rilevare tracce significative delle incursioni compiute dai pirati dell’archeologia.

Per giungere al Santuario delle Sorgenti bisogna addentrarsi nel cuore di quel maestoso canneto. Dal terreno affiora il sacello: settimo secolo avanti Cristo. E sulla strada spuntano tombe e scavi improvvisati che portano la griffe dei tombaroli. I segni delle loro spedizioni sono evidenti. Vere e proprie stazioni di servizio ricavate fra le canne ospitano indumenti e attrezzature: secchi, stivali, persino un metal detector.

È l’altra faccia della medaglia: da una parte gli studiosi accreditati che per mancanza di fondi hanno difficoltà a compiere le ricerche, dall’altra i clandestini che scorrazzano indisturbati grazie all’assenza di sorveglianza. Gli ultimi scavi ufficiali sono quelli compiuti tra il 2007 e il 2010 dall’Università di Roma, grazie ad un gruppo di ricercatori guidati dal docente tarantino Enzo Lippolis.

Il sacello, cioè il perimetro murario che racchiudeva il luogo di culto, fu portato alla luce negli anni ’70. Furono rinvenuti una statua acefala e reperti d’argento trafugati nottetempo. Al di sotto sembra ci sia un santuario ancora più antico. Culti legati alle ninfe delle acque. Il ritrovamento non solo di oggetti votivi ma anche di tegole lascia supporre che intorno vi fossero altri edifici. Enigmi da svelare se solo si riuscisse ad ottenere risorse per studiare e riportare tutto alla luce.

Il parco diffuso
«Il nostro sogno? Riuscire a realizzare un parco archeologico diffuso, che comprenda l’attuale parco, l’area della masseria Galeota (costruzione del ‘700 fresca di ristrutturazione, ndr) e il Santuario delle Sorgenti». Gianluca Guastella e la sorella Patrizia, entrambi archeologi, con la cooperativa Polisviluppo da dieci anni si occupano e si preoccupano dell’immenso patrimonio archeologico di Saturo.

«Siamo stanchi – dice Gianluca – di vedere questi siti abbandonati. Noi vorremmo mettere tutto in rete e renderlo fruibile, ma prima bisognerebbe procedere alla pulizia e allo studio sistematico dell’area. Purtroppo non ci sono i fondi e noi studiamo di tasca nostra». Nonostante la grande sensibilità del proprietario dell’area, quindi, è difficile portare alla luce la straordinaria ricchezza nascosta dalle canne di Saturo. E il trasferimento della Soprintendenza a Lecce certo non faciliterà il compito.

«Purtroppo questa nuova situazione rischia di penalizzarci perché mancherà un interlocutore diretto sul territorio. Paghiamo l’assenza dell’università: se Lecce oggi ha avuto questa promozione è soprattutto perché è sede di una delle più importanti facoltà di archeologia in Italia».

«Taranto meriterebbe una soprintendenza speciale», dice l’archeologo Luca Adamo. «E oggi che la città protesta per il trasferimento a Lecce dovremmo anche chiederci se in tutti questi anni abbiamo meritato una soprintendenza. A Taranto il patrimonio archeologico è stato trattato con indifferenza: tra esigenze di piani regolatori e cantieri edili, l’archeologia è stata vissuta come un fastidio».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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