Politica

A Taranto il funerale del Movimento 5 Stelle

Gli ambientalisti contro i pentastellati


I pacchetti di zucchero e caffè, lanciati con disprezzo sul tavolo dove
erano seduti gli impacciati parlamentari
pentastellati, è il gesto simbolo della
contestazione che domenica 17 febbraio
hanno subito gli onorevoli Giovanni Vianello, Alessandra Ermellino, Gianpaolo
Cassese, Anna Macina. Erano al Plaza
per celebrare quota 100 e reddito di cittadinanza, hanno finito per autocelebrare
il funerale politico del M5S a Taranto.

La protesta ha preso il sopravvento. Prevedibile, prevedibilissima. E non averlo
intuito è stato un ulteriore segno di inettitudine politica e ormai totale scollamento
dai sentimenti del territorio. Questa volta
non c’era Rosalba De Giorgi, vittima a
settembre della prima plateale contestazione subita dal M5S.
Vianello e company si sono miracolati
con uno stipendio da parlamentare
soffiando sul fuoco di ogni protesta e
malcontento popolare. Su tutti: l’odio
sparso a piene mani contro l’Ilva. Hanno
incassato i voti di una larga fetta degli
ambientalisti promettendo la chiusura di
quello che Vianello chiamava “mostro”,
cioè lo stabilimento siderurgico. Poi è
successo che il loro capo politico, Luigi
Di Maio, diventato nel frattempo ministro
dello sviluppo economico, ha infiocchettato il pacchetto che tra mille peripezie
il suo predecessore Carlo Calenda aveva
faticosamente confezionato, prendendosi gli insulti di chi dava dell’assassino
a chiunque provasse a tenere in piedi
migliaia di posti di lavoro obbligando i
compratori a massicci investimenti per
riportare la fabbrica a quote più normali
ed evitare che continuasse a diffondere
veleni e malattie.

A parte un po’ di ammuina di contorno (ricordate la pantomima scritta
con il contributo di Michele Emiliano dell’esposto all’Anticorruzione
sulla regolarità della gara di aggiudicazione dell’Ilva ad Arcelor Mittal?),
Di Maio non ha fatto altro che arrivare fino in fondo al sentiero tracciato
da Calenda e dai governi targati Pd.
La scusa, diventata ormai un mantra
per i pentastellati, è sempre la stessa:
“Tutta colpa del Pd, era già tutto
definito, non potevamo fare niente”.
Ritornelli che al massimo sono serviti ad appagare la fede cieca e delle
frange più settarie e indottrinate del
partito della Casaleggio e associati.
Di fatto, uno sfregio a quanti avevano
ingenuamente creduto che davvero i
Cinquestelle al governo avrebbero
chiuso la più grande fabbrica d’Europa. Sarebbe bastato un briciolo
di buon senso e sano realismo per
comprendere che nessuno avrebbe
mai spento l’acciaieria. Almeno non
nelle attuali condizioni sociali ed
economiche del Paese.
La pattuglia tarantina dei parlamentari Cinquestelle si è immediatamente adeguata al mainstream pentastellato.

Imbolsiti dal dorato soggiorno
romano, i parlamentari non hanno
avuto né un sussulto, né una voce
critica. Sempre e solo generici annunci di piani di riconversione che
sembrano avere la stessa fondatezza
dell’annunciata «imminente» visita
di Luigi Di Maio a Taranto.
Insomma, un continuo perculare che
ha finito per spazientire quella fetta
protestataria anti-Ilva che aveva religiosamente creduto nella irresistibile
mareggiata pentastellata.
Al massimo può strappare un sorriso
e una pacca sulla spalla il roboante proclama col quale Vianello
qualche giorno fa ha dato notizia
dell’approvazione «alla unanimità»
di una risoluzione per la valorizzazione delle Isole Cheradi.

In fondo
una risoluzione, che è solo un atto
di indirizzo non vincolante, quindi
appena una dichiarazione di intenti,
non si nega a nessuno. Qui è difficile
distinguere il confine tra l’ingenuità
del deputato, forse ancora privo di
adeguata dimestichezza parlamentare, e il tentativo, l’ennesimo, di
coprire la figuraccia del governo con
annunci psichedelici. Dell’on. Vianello resta comunque da apprezzare
il passo avanti rispetto ai tempi in
cui – nel pieno della bagarre Ilva – si
impegnava per segnalare gli schiuma
party sulla litoranea salentina.
Eppure i segnali della inaffidabilità strutturale del M5S non erano
mancati. Le pulsioni autoritarie e
dirigistiche, coperte dalla foglia di
fico della tanto decantata democrazia on line dell’uno vale uno, erano
già palesi quando alle comunarie
furono sistematicamente esclusi i
candidati dell’area D’Amato (anche
l’europarlamentare è rimasta piuttosto silente, deve essere il profumo
delle imminenti elezioni europee a
stordire un po’…) a tutto vantaggio
di quelli dell’asse Laricchia-Vianello.

Così come restano ancora oggi oscuri
i criteri che hanno portato alla scelta
di alcuni candidati al parlamento.
Sarebbe bastato leggere questi eventi
(magari leggere qualche giornale e
non fermarsi alla bolla di facebook)
per avere chiaro quale fosse il dna
del M5S. Oggi la rabbia che in questi
anni il M5S ha rovesciato addosso
agli avversarsi politici gli si è riversata contro. Ma sarebbe intellettualmente non onesto ricordare che la
rabbia di oggi arriva anche da chi
della irresistibile mareggiata grillina e delle sue controverse modalità
operative ha saputo approfittare
esprimendo consiglieri comunali e
parlamentari.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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