Politica

​Il Socialismo Federativo può essere il nome di un’altra sinistra: senza integralismi

Le riflessioni di Buonasera Sud

Claudio Signorile
Claudio Signorile

Due concetti politici sono ricorrenti
nelle nostre riflessioni: il Socialismo
come civiltà nella quale ritrovare i
valori forti della propria identità; la
democrazia federativa come terreno politico ed ambiente culturale nel
quale crescere come attore del processo sociale.

Il Socialismo Federativo può essere quindi il nome di un’altra sinistra;
senza integralismi, né volontà dominanti, e con piena considerazione
dei valori altrettanto forti del laicismo radicale e liberale, dell’ambientalismo riformista, dell’autonomismo
democratico, del cristianesimo sociale, che ne sono i naturali interlocutori.
Socialismo Federativo non si aggiunge agli altri soggetti politici, perché non vuole essere una struttura
piramidale con le tipologie del partito e le sue gerarchie organizzative e
di ideologiche.

La ricerca delle sue
ragioni nella dinamica delle trasformazioni sociali e del rinnovamento
dei valori, lo porta ad essere un soggetto diverso ed anomalo rispetto
alla tradizione degli organismi politici del nostro Paese.
Infatti il Socialismo Federativo non
riconosce alcuna validità concettuale e strategica, alla struttura bipolare
improvvisata e confusa, che segna
questa fase della politica italiana. Il
percorso di una sinistra che voglia
affidare la sua strategia di governo ad un progetto di alternativa, è
ben diverso da quell’assemblaggio
di soggetti politici e sociali, idee,
proposte, che nel tentativo di tenere insieme posizioni naturalmente
conflittuali e contraddittorie, in realtà
non costruisce un protagonista vitale e credibile.
Al contrario, questa polarizzazione forzosa, finisce per penalizzare
fortemente, fino al rischio di annullamento, quelle voci minoritarie fondamentali in una democrazia pluralista, perché spesso rappresentano
con lucidità i punti di avanguardia
che devono essere raggiunti per
garantire la vitalità dell’organismo
sociale.

Ma proprio dal punto di vista della
comunità locale come soggetto attivo di politica, proviamo a riassumere le ragioni e gli obiettivi di una iniziativa riformatrice e di nuova e più
estesa capacità di rappresentanza
di energie sociali.
Le caratteristiche del nostro Paese,
impongono la strategia dello sviluppo differenziato ma interdipendente
dell’Italia, come la scelta che risponde al preminente interesse delle nostre comunità.
Questa scelta si realizza attraverso due indirizzi: il primo è quello di
partecipare ai grandi riequilibri settoriali e territoriali all’interno di ogni
singolo sistema (ed è la Comunità
Europea ormai “il nostro sistema”);
il secondo è quello di uno sviluppo
che coinvolga altri Paesi in una logica complementare di risanamento e
di crescita.

La piena utilizzazione delle risorse
umane ed economiche del territorio
e della sua comunità è la base qualificata di questa strategia, che ha
assoluto bisogno del consenso. Ma
essa richiede una efficace struttura
federalista dello Stato, realizzata attraverso forti poteri autonomi delle
comunità, ridefinendo le loro prerogative e spazi d’intervento.
Il Federalismo, ricordiamolo ancora,
non è un’ingegneria istituzionale,
ma una qualità dei poteri: in esso
viene ad essere fattore determinante il nuovo modo di presenza dei
cittadini e le nuove forme di consenso di tutte le forze produttive; esso
può portare all’intreccio, nuovo nella
nostra democrazia, di competenze
tecniche e potere sociale.

In tal modo, infatti, si dà forma politica ad una gestione interattiva e
differenziata del territorio e delle
risorse umane delle comunità e
dell’intero Paese.
Si realizza così una svolta politica e
culturale di grande significato; questi valori concreti, riproposti come
fondamentali per una democrazia
efficiente e giusta, danno la possibilità di invertire il riflusso in atto e
di sollecitare nuove energie e nuove
speranze.
La cultura del “progetto” è alla base
di una cultura federativa di governo;
proprio perché sono saltate gerarchie ed ideologie centralistiche, la
ricomposizione dei diversi protagonisti attivi di una comunità deve
avvenire sul progetto di sviluppo
economico e civile, sociale e democratico, al quale deve legarsi una responsabilità di governo.

Ma il “progetto”, se risponde effettivamente agli interessi generali del
territorio, e se quindi è vitale e concreto, riguarda l’intera comunità che
ne deve essere protagonista, e che
deve concorrere alla sua formulazione in obiettivi e strumenti.
Una maggioranza di governo raccolta in qualche modo è inutile, perché porta all’ingovernabilità. Nelle
comunità locali una maggioranza
deve formarsi sulle modalità e tempi di gestione di un progetto che nei
suoi aspetti essenziali deve rispondere ad interessi generali.
Così si pongono le basi reali di una
democrazia dell’alternativa, che
muta le sue maggioranze, ma conserva come riferimento essenziale
una base concreta, che garantisce
la continuità e l’efficacia delle azioni
di governo compiute.

Nulla di tutto questo si vede nell’attuale improvvisato bipolarismo,
che, attraverso il compromesso di
Governo, ricerca nella contrapposizione frontale e schematica e nel rifiuto viscerale, le ragioni e le giustificazioni che non riesce a trovare sul
terreno programmatico e culturale.
Questa rinnovata cultura del progetto, è resa necessaria dai caratteri stringenti di competizione, che
la globalizzazione dell’economia
impone.
La “competizione territoriale” deve
essere la parola d’ordine di una nuova classe dirigente che sia espressione del territorio; questa classe
dirigente che nel ricostruire la sua legittimità, deve essere pronta a lottare
sia nel sistema-paese che nell’Europa e nei mercati mondiali per conquistare spazi economici, attivare investimenti, stringere alleanze.

Per essere forti in questa competizione, deve saper organizzare “il
suo territorio” come un sistema di
risorse e di forze attive, senza disperdere nulla del suo potenziale ed
utilizzando tutte le interdipendenze
con la più ampia dimensione economica di cui fa parte.
La pluralità e la dialettica delle posizioni politiche e degli interessi locali
è fattore ineliminabile della vitalità di
una comunità. Ma le basi di questa
dialettica devono essere ancorate saldamente agli interessi ed alle
esigenze fondamentali che giustificano l’esistenza stessa di questa
comunità e quindi riguardano tutti.
L’Italia Mediterranea è questo progetto e questo obiettivo.
Le occasioni che si presentano nella competitività che si è aperta coinvolgono gli interessi di tutti; possono
essere gestite sotto diverse egide
politiche, ma su una base comune
che esiste e deve essere accettata
come interesse generale.
Abbiamo detto che il nostro sistema è l’Europa; e la realizzazione
dell’Europa comunitaria ha visto
crescere una competitività territoriale, interna al mercato europeo ma
che si è sviluppata anche nella globalità dei mercati internazionali, fra
aree regionali e metropolitane, che
sono entrate in conflitto di interesse
reciproco ed hanno elaborato politiche territoriali di sviluppo conflittuali
almeno parzialmente, con altre realtà dello stesso sistema economico.

E’ necessario affrontare la questione dello sviluppo differenziato, e
della crescita della partecipazione
politica delle comunità territoriali,
collocandola all’interno di questa
condizione di “competitività territoriale”, che è diventata un valore qualificante sia delle strategie politiche
e di governo del territorio che nella
formazione dei suoi gruppi dirigenti.
Il primo effetto di questa presa di
coscienza, è la necessità di basare
ogni politica di sviluppo del proprio
territorio non autarchicamente, ma
su una analisi strategica della sua
posizione e competitività, comparata con le altre aree.
Il secondo effetto è di considerare il
rapporto con il sistema-paese, non
come assoluto, ma in relazione agli
impulsi economici che possono derivare dall’esterno, anche in conseguenza delle azioni congiunte per
investimenti ed iniziative che per essere efficaci devono poter reggere
la concorrenza.

Il terzo effetto è di costringere ad
una lettura integrata del territorio e
delle sue risorse umane e materiali,
perché la competitività dell’offerta
sul mercato globale è data anche
dalla piena utilizzazione delle sinergie che le comunità organizzate
in sistema possono fornire alla domanda degli operatori economici.
Il quarto effetto è nelle modalità di
selezione e formazione della classe
dirigente nella comunità e nel sistema federativo, e nella qualità della
sua cultura sociale e di governo.
Gli anni che verranno saranno pieni di incognite e tensioni, di conflitti
e contrapposizioni. Non è possibile, nell’età della globalizzazione
e della integrazione-competizione
dei grandi sistemi economici, che
lo sviluppo sia neutrale: se prendo
qualcosa, lo tolgo ad un altro. Devo
quindi prepararmi a lottare per poter crescere e fornire alla mia squadra gli strumenti culturali, politici ed
economici per essere competitiva.
Ma in questa necessaria competitività, il Socialismo Federativo porta i
valori della socialità e dell’altruismo;
nello scontro dei forti, ciò che segna
le caratteristiche della Civiltà del
Socialismo è la volontà di garantire,
inflessibilmente, i diritti dei più deboli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche