19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Spettacolo

“Non perdiamo la speranza”


TARANTO – Stamattina mons. Filippo Santoro ha celebrato il precetto pasquale all’Ilva. L’arcivescovo ha invitato operai e dirigenti a fare di più per la nostra città e ha mandato un messaggio di speranza, in questo periodo di precarietà e crisi economica. Una valida chiave di riflessione, pronunciata anche in un periodo nevralgico della storia di questa fabbrica con la città. Ecco l’omelia. “Cari Fratelli e Sorelle, è con immensa gioia che celebro per voi e con voi questa santa messa nell’immediata prossimità delle feste pasquali. Ringrazio la dirigenza di questo stabilimento siderurgico per il gradito invito e per la possibilità di continuare questa bella tradizione così come sono a ringraziare il cappellano padre Nicola Preziuso e tutti i suoi collaboratori. Non è la prima volta che visito questo immenso stabilimento.

Nel primo mese del mio insediamento, infatti, ho visitato la fabbrica e sono stato vostro ospite alla mensa. È stato un momento di fraternità che ho già annoverato fra le esperienze più belle in queste primizie del mio ministero a Taranto. Comincio col prendere in prestito le parole del profeta Isaia che abbiamo appena ascoltato. L’autore sacro, introduce il terzo canto del servo sofferente con questi semplici versi: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato” (Is 50,4). Ecco cosa vengo a fare oggi, dare una parola di speranza al tutti voi e, attraverso ciascuno di voi, a tutti i lavoratori della nostra città. Chiunque venga a Taranto non può assolutamente non notare, anche solo fisicamente, la presenza di questa realtà industriale e il suo complesso ruolo sul nostro territorio; così come difficilmente si districherà nelle molteplici problematiche ad essa connesse e oramai costantemente in primo piano sia nazionale che internazionale. Mi rendo conto che tanti attendono la mia parola in questo periodo così difficile, di grande sfiducia. Quello che posso dirvi affiora dalla Parola di Dio e dagli incontri di questi mesi in cui ho voluto conoscere le varie realtà della nostra diocesi e dare un segno della vicinanza della Chiesa alla società. Penso ai carcerati, agli ammalati, ai pescatori, agli studenti, a voi operai e dirigenti, agli ambientalisti. Ma anche agli innumerevoli incontri privati che si sono susseguiti ininterrottamente fino ad oggi. Amici, mi sale ancora un nodo in gola, quando rivedo davanti a me le donne e le mamme che mi hanno portato le foto dei loro giovani mariti o figli, caduti sul lavoro; così come non posso non commuovermi pensando ai bambini ricoverati per terribili malattie nell’ospedale nord. Allo stesso tempo condivido le apprensioni dei tanti giovani disoccupati che hanno bussato alla mia porta. È il segno della povertà evidente ed emergente della nostra Taranto, insieme alla precarietà come esperienza di molti lavoratori. E qui si intrecciano tante discussioni e proposte che si incagliano tra prudenza, rassegnazione e paura per il futuro. Ma la Parola di Dio e il magistero della Chiesa in materia di dottrina sociale mi spingono ad invitare ciascuno di noi a prendere il largo, a spostarci da questa riva triste della analisi e del lamento alla roccia solida della speranza che si basa sull’amore del Signore della vita e non della morte e sulla intelligente solidarietà dei fratelli più sensibili al presente e al futuro delle nostre città. A cosa tiene la Chiesa innanzitutto? All’uomo nella sua dignità di figlio di Dio e, in questo contesto, al suo diritto al lavoro, che lo qualifica come persona e alla difesa della vita in tutte le sue manifestazioni, alla salvaguardia della sua salute e dell’ambiente. Sarei felice che dal livello più semplice delle nostre chiacchierate al bar, a quello più tecnico dei tavoli con la politica e sindacati, non si paventasse più lo scambio tra lavoro e salute; disoccupazione e difesa dell’ambiente. Il Signore non ci chiede di scegliere tra lavoro e ambiente ma ci dona l’intelligenza e la creatività per difendere il lavoro e per custodire l’ambiente e la vita. Nel Terzo millennio bisogna avere il coraggio e la maturità di affermare quello che è essenziale per vivere: lavoro, salute, aria pulita, mare non inquinato, educazione e rispetto della dignità di tutti, anche degli immigrati che approdano nella nostra terra. La contrapposizione di questi valori, l’obbligo a scegliere l’uno anziché l’altro, sono frutto di una dinamica perversa che sbarra la via al futuro di Taranto. Non lasciamoci dominare dalla logica antiumana del lucro come valore supremo della vita. Mi permetto di dire questo con le parole di Gesù: “Che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?” (Mc 8,36). La fede è qualcosa che trasforma la vita, non è cosa da sacrestie. Gesù è venuto per mostrarci come si vive con una speranza grande nel cuore e come si amano i fratelli in modo vero: “Nessuno ha un amore più grande di chi dà la sua propria vita per i suoi amici” (Gv 15,13). E Gesù ci dice: “non vi chiamo più servi, ma amici” (Gv 15,15). E questo si vive nella fabbrica; qui, dove passate molte ore della vostra giornata e nelle vostre famiglie. La fede illuminerà anche l’intelligenza per nuove esperienze di lavoro, per aumentare la nostra creatività, la solidarietà, la difesa della vita e di una economia sostenibile. Sono un sacerdote, sono un vescovo e vi invito ad aprire il cuore a Dio e ad avvicinarvi di più a Lui, con tutto il cuore. Da Lui viene la forza per rendere più umana la vita e la società. Tutti dobbiamo sacrificarci per il bene di Taranto, non dobbiamo anteporre nulla al futuro di questa terra bellissima e ferita che ci è stata donata, che non è nostra. Dio ci chiederà conto della vigna che ci è stata affidata. Oggi è necessaria una concertazione finalmente seria e coraggiosa, che non svii in frettolosi compromessi che vanno sempre a discapito della povera gente. Dopo ventisette anni di missione in Brasile questo mi è ancora più chiaro. Nei vangeli proclamati durante la Settimana Santa, aleggia l’ombra di Giuda, uno dei dodici, un discepolo amato e chiamato da Gesù a seguirlo da vicino. La vicenda di quest’uomo a tutti nota, ci insegna che quando il cuore è ingombrato dal potere, dal denaro, si smarrisce la buona strada. Probabilmente Giuda ha alimentato delle aspettative errate nei riguardi di Cristo. Aveva il suo progetto e voleva piegare Gesù al suo progetto politico terreno. Non si è lasciato amare e correggere e nel suo cuore è entrata la tenebra. Anche Pietro ha tradito Gesù, addirittura giurando e spergiurando di non aver visto mai quell’uomo in vita sua. Eppure il ricordo delle parole del Signore, aprono il suo cuore non alla disperazione ma al pentimento (Mc 14, 72) e le sue lacrime amare hanno irrigato, fecondandolo, il suo nuovo cammino dietro al Risorto. Sforziamoci di essere discepoli docili, fiduciosi e coraggiosi. Amici, il Signore ci benedice sempre e non ci abbandona mai, ha fiducia in noi e vuole donarci le cose migliori, come un padre verso i figli. Dalla montagna del Calvario discende dolce il pendio verso il giardino e per quel sepolcro vuoto che a Pasqua ci dirà nuovamente che Cristo vince sempre. Sono venuto qui a celebrare in mezzo a voi per divi: “Vi sono vicino in questo momento di dura prova e di incertezza, e vi sostengo con l’amore stesso di Gesù”. Vi chiedo di estendere il mio augurio di Pasqua alle vostre famiglie ed insieme con esse vi chiedo di pregare per me, perché nel mio cuore continui ad ardere, insieme all’amore per Cristo, l’amore per Taranto e per tutti voi. Un abbraccio grande”.

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