Spettacolo

Festival di Sanremo orfano dei tarantini

L’anno scorso il successo di Renzo Rubino e Diodato. Ma la Puglia comunque spopola grazie al duo Al Bano-Romina e ad Emma Marrone


SANREMO – E' un Festival di Sanremo dagli alti indici d'ascolto, ma orfano dei tarantini, che l’anno scorso si imposero con Renzo Rubino e Diodato. Un tempo non c'era un'edizione nella quale non ci fosse nota tarantina.

Non solo Mariella Nava e Mietta, artiste di grande successo. Nel tempo abbiamo registrato la presenza di altri tarantini, magari in veste diversa. Le due cantanti, insieme molti Festival e successi non indifferenti. Basti pensare al secondo posto di Renato Zero con "Spalle al muro" (Vecchio) scritta dalla Nava, o la stessa Mietta (Daniela Miglietta all'anagrafe) con una vittoria fra i giovani (Canzoni) e terzo posto fra i big con Amedeo Minghi (Vattene amore). Fra gli altri tarantini, Mimmo Cavallo.

Anche se nativo di Lizzano, il cantautore di "Siamo meridionali" e "Uh, mammà", non ha mai fatto mistero di sentirsi "molto tarantino". Intanto per il suo lavoro da giovane arsenalotto, poi per aver fondato proprio nella città dei Due mari il suo primo gruppo, gli Happiness. E, ancora, Barbara Eramo, anche lei tarantina, che in coppia con il romano Claudio Passavanti (Senza confini) si impose come artista-rivelazione (oggi incide per una etichetta indipendente). Ci sono stati fior di musicisti tarantini all'Ariston. Il direttore d'orchestra Beppe D'Onghia, già produttore di Lucio Dalla e Samuele Bersani; il chitarrista Silvano Chimenti, per trent'anni e più, primo chitarrista dell'orchestra Rai; altro chitarrista tarantino, Salvatore Russo, già con Venditti e Celentano, in tour e in tv. L'elenco potrebbe, insomma, proseguire. Dell'assenza tarantina, vuol dire che ce ne faremo una ragione.

Non chiediamoci, da tarantini, "che fine hanno fatto": gli artisti menzionati lavorano, e bene. Non sempre è detto che chi non "esce" a Sanremo è fuori dai giochi. Del resto, se il tasso artistico fosse quello dall'Ariston, musica e discografia italiani starebbero proprio freschi. Insomma, dopo gli sfavillanti anni del mady in Italy esportabile in tutto il mondo, ci sarebbe da preoccuparsi.

Ma veniamo al Festival di Carlo Conti. Lo spettacolo su Raiuno è sempre più programma televisivo, con ospiti, come uno dei format inventati dal presentatore-direttore artistico (Tale e quale show) e meno "festival della canzone italiana". I big fanno gli ospiti; le rivelazioni dei talent e qualche artista che ha venduto cinquantamila copie, si trasforma in "grande"; i giovani si atteggiano a campioni affermati. Tutto provoca confusione. Si rimpiange Baudo. E tanto per citarlo, ecco Al Bano e Romina, ricongiuntisi artisticamente prima in Russia, poi sul palco dell'Ariston. La loro performance ha registrato alti indici d'ascolto. Ma è un'altra cosa, non è una rassegna musicale, ma un'altra televisione. Una succursale de "La vita in diretta". Ma alla fine, va bene anche così. Non c'è controprogrammazione. La Rai, per carità; Mediaset nemmeno a parlarne: film spremuti quel tanto che basta; La7 non pervenuta.

La Puglia, dunque. Oltre la "Nostalgia canaglia", c'è Emma Marrone, artista ripiegata a conduttrice. Il Salento, da sempre, sfodera artisti di grande prestigio. Ci sarebbero anche, di passaggio, Biagio Antonacci (prossimamente al Palamazzola in concerto), milanese di nascita, pugliese d'origine; lo stesso Raf, ieri sera, presente al Festival (una forma fisica che ha destato stupore). Ma questi sono i big, cioè gli ospiti che ormai di Sanremo, in qualità di concorrenti, non vogliono più saperne.

Insomma, stavolta i tarantini sono rimasti fermi un giro. Se ne riparlerà l'anno prossimo. Le canzoni, i nostri, le scrivono. Le cantano, le candidano pure. Non sempre fanno caso "alla causa". Oggi al Festival occorrono altri "numeri" per moltiplicarne altri di numeri, che poi sono gli ascolti. Il Festival è cambiato e i tarantini, è il caso di dire, non ci stanno.

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