29 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 28 Gennaio 2022 alle 22:49:00

Spettacolo

Tony Esposito: “Nella musica di oggi non c’è più fermento”

Il noto percussionista ha tenuto nei giorni scorsi un concerto a Taranto


19 settembre 1981. Una data da ricordare. La musica italiana e internazionale cominciano a muoversi verso altre direzioni. Fu il giorno che Pino Daniele tenne un epocale concerto in Piazza Plebiscito a Napoli davanti a duecentomila persone. Accanto al grande cantautore partenopeo, scomparso lo scorso 4 gennaio, quella sera c’erano Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito e James Senese. Tutti figli della “Neapolitan power”, movimento musicale nato negli anni Sessanta all’insegna dell’innovazione artistica in seno alla tradizione campana.
Tante sono state le iniziative che hanno reso omaggio all’evento durante lo scorso weekend in tutta Italia. Nella nostra città fan e intenditori si sono dati appuntamento al parco antistante i Giardini Virgilio, dove la Sciò Live Band, una delle tribute band più attive a livello nazionale con dieci anni di attività alle spalle, ha dato vita allo spettacolo “Taranto canta Pino Daniele”. L’ospite della serata è stato Tony Esposito, protagonista dell’evento napoletano. Sul palco, ad accompagnare il celebre percussionista napoletano, la “Sciò” al completo: Vincenzo Scrimieri (voce), Nico Vignola (chitarre), Filippo De Salvo (basso), Gianpiero Tripaldi (batteria) e, per l’occasione, Lino Pariota, tastierista di Tony Esposito. “Je sto vicino a te”, “Je so pazzo”, “A me me piace ‘o blues” “Yes I know my way”, “Napule è”, “Che Dio ti benedica” sono stati parte dei brani con cui i “musicanti” hanno voluto ricordare Pino Daniele. Una frangente del concerto è stato riservato a Tony Esposito con i suoi successi “Pagaia”, “Kalimba De Luna”, “Simba De Ammon” e “Sinuè”.
Tony Esposito, a 34 anni di distanza si ricorda il concerto di piazza Plebiscito. Quali emozioni ha provato?
“L’emozione è stata enorme, il pubblico di Taranto ha capito benissimo l’importanza dell’iniziativa. Questa terra ci ha dato da sempre grande accoglienza, anche quando venivamo a esibirci con Pino Daniele”.
Da sempre Taranto è stata legata a Napoli
“Assolutamente. La vostra è una città fantastica. In questo momento sta risalendo la china, dando segnali di grande forza dal punto di vista turistico e culturale”.
Cosa ricorda di quel 19 settembre 1981?
“L’inizio e la fine di una bella storia, dato che nella stessa piazza ci siamo tornati ben trent’anni dopo in un altro concerto memorabile (registrazione contenuta nell’album “Tutta n’ata storia – Vai mo’ – Live in Napoli”). L’esperienza fu altamente impattante. Allora eravamo ragazzini e ci trovammo a suonare davanti a migliaia di persone. Tutte le volte che passo da piazza Plebiscito non posso fare almeno di ricordare quella esperienza”.
Il vostro sound fu elemento di novità. Come la città accolse questa innovazione?
“Napoli ha subìto nella sua storia tante evoluzioni e cambiamenti. Forte dell’anima multietnica di cui gode, è riuscita a mettere insieme tanti diversi generi che a volte si contendevano tra loro: dalla musica popolare all’operetta, da Renato Carosone ai fratelli Bennato. Noi rappresentavamo qualcosa di nuovo proprio perché esulavamo dal concetto di territorialità. La nostra fu un’esperienza che mise insieme tanti generi: rock, blues, jazz, etnica, samba…”
Quanto le manca Pino Daniele?
“Tantissimo a tal punto che oggi stento a credere che non possa più bussare al suo portone”.
Cosa le ha lasciato musicalmente?
“Una valigia enorme di conoscenze. Pino ha fatto per il Sud qualcosa che in pochi sono riusciti a fare”.
Parliamo della sua musica. Dopo la collaborazione con Daniele, all’inizio degli anni ‘80, è partito in Africa. Tornato in Italia, ha inciso un brano importante come “Kalimba de Luna” (5 milioni di copie vendute nel mondo). Aveva bisogno di “esportare” quel viaggio?
“Ho sentito che il ritmo mi apparteneva. Volevo andare alle radici, lì in Africa, e capire quale fosse il punto di contatto tra la mia terra e la patria di tutti i ritmi”.
Lei continua ancora oggi a sperimentare.
“Si e sono rammaricato dal fatto che lo si fa molto meno. Penso che nell’aria manchi quel  fermento che si respirava trent’anni fa. Sperimentare significa aprirsi e aprire il pubblico a cose nuove. Far volare la fantasia”.

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