Spettacolo

​Biagio Izzo: «Sono comico per vocazione»​

​Successo per lo spettacolo andato in scena sul palco del Teatro Orfeo per la stagione artistica “Arcangelo Casavola” ​


Biagio Izzo, attore comico piuttosto che cabarettista, per sua stessa ammissione, al teatro Orfeo di Taranto ha raccolto il meritato successo con “I fiori di latte”, commedia divertente dall’inter­rogativo etico. Realizzare latticini realiz­zati con prodotti testati biologicamente, oppure denunciare un fusto sospetto in quella “Terra dei fuochi” che tanto male ha fatto alla Napoli per bene.

All’interno di questo lavoro, uno dei più attesi della Stagione artistica “Angela Casavola” curata da Renato Forte, uno spazio per i monologhi nei quali Izzo è maestro. «Lo richiede il pubblico – confessa l’attore napoletano – sembra che non possa smarcarmi da alcuni miei cavalli di battaglia, “Il Natale”, “Il figlio maschio”, “Il filmino del matrimonio”; del resto, vengo da lì, da atmosfere fa­miliari che ho frequentato agli inizi della mia carriera. Matrimoni, compleanni, cresime, comunioni, battesimi, feste patronali: facevamo di tutto, si stabiliva un rapporto di grande affetto con tutti, era il bello di anni spensierati e condivisi con Ciro Maggio, all’epoca l’altra metà del duo Bibì e Cocò. Così anche all’in­terno de “I fiori di latte”, ci metto una di quelle parentesi comiche alle quali, non lo nascondo, anche io sono molto legato».

Teatro, cinema e tv, c’è una sostanziale differenza.
«Non è semplice spiegarlo, sono disci­pline simili, ma non uguali: è chiaro, devi avere la vocazione, ma la differenza esiste.

Quando fai cinema, sul set una scena puoi ripeterla fino a quando uno dei ciak non va a genio al regista; non cerco, invece, costantemente la tv: certo, ti dà popola­rità e io non finirò mai di essere grato a uno strumento di comunicazione così im­portante: detto questo, il piccolo schermo lo vedo freddo, distaccato: faccio solo le trasmissioni che più mi divertono; il pub­blico non lo inganni, si accorge subito se in una cosa ci metti passione; insomma, non sono un “televisivo” convinto, anche se non nascondo che provo ammirazione per quanti fanno cabaret e in tre minuti infilano dieci battute: non sono un “bat­tutista”, mi ritengo più un attore comico che un cabarettista; me la cavo più a far rivivere situazioni, a interpretare a modo mio una scena, un copione, piuttosto che fare battute a raffica».

Dovesse ripercorrere la sua vita arti­stica, Izzo?
«Anni di Bibì e Cocò, io ero il primo, Bia­gio; non si dimenticano quei tempi, anche se arriva un momento, in qualche modo inatteso, che ti fa riflettere se sia giusto o meno farsi schiaffeggiare l’anima da qualcuno che non ha rispetto più per l’uomo che l’attore; è un episodio morto e sepolto, anche se ha segnato in modo significativo il mio percorso artistico.

Mia figlia, quel giorno, faceva la comu­nione, io purtroppo avevo già assunto un impegno, una delle tante feste familiari: non fui ripagato con il dovuto rispetto, quell’episodio fu l’occasione per ragio­nare sul mio futuro; detto che ancora oggi non mi perdono l’aver disertato la comunione di mia figlia, quanto accadde mi segnò non poco: comunque, storia vecchia, superata, una, dieci, cento vol­te…».

Izzo, imprime una svolta, poi fa retro­marcia.
«Dopo quel momentaccio, cominciai a fare il talent-scout, scovavo giovani ar­tisti, condividevo questo fiuto per i nuovi talenti con Mimmo Esposito, mio socio, fin quando in uno studio televisivo della Rai, poco più di venti anni fa incontrai Gianni Boncompagni regista della tra­smissione “Macao”, fu lui a convincermi a tornare sulle scene».

La tv, in qualche modo, era già arrivata, poi il cinema.
«Tv, passo indietro e antefatto: scrivevo e mandavo provini a tutti, fino a quando il grande Corrado Mantoni non mi ospi­tò nel suo programma televisivo “Ciao gente”, in onda nell’83 su Canale 5. La trasmissione andava in concomitanza con il Festival di Sanremo: presumo ci vedessero in pochi, per esempio un amico di mio zio, Gennaro Strazzullo, che aveva una piccola tv, Rete Sud: “Tuo nipote è sulla rete nazionale! Mandalo da me, gli faccio fare delle cose, proviamo a lanciare questo ragazzo che ha voglia di “fatica’”».

Passaggio obbligato, arriva il cinema.
«Attori e registi importanti, Vincenzo Salemme, Neri Parenti, il compianto Carlo Vanzina, altri a seguire. Carlo lo rimpiangeremo a lungo, quelli etichettati come “cinepanettoni” nel tempo sono diventati dei “cult”, su Youtube milioni sono le visualizzazioni, io stesso sono molto “linkato”. Film leggeri che molti rimpiangeranno, perché se non li vedono al cinema, li vedono in tv, li rintracciano su internet e li scaricano sul cellulare; piccole opere, come fossero un gustoso piatto di pasta e fagioli: tutti ne vanno matti, ma quando entrano in un ristorante scelgono il sofisticato e spesso – non sempre, sia chiaro – restano delusi da pietanze insipide».

Cosa le mancherebbe per coronare una carriera già di successo.
«Mi ritengo ampiamente soddisfatto. In buona sostanza mi sta chiedendo: “So­gni nel cassetto?”. Bene, il mio cassetto l’ho svuotato di tutti i sogni che avevo in mente, fondamentalmente due: fare l’attore e avere una compagnia teatrale tutta mia, stop. Faccio un lavoro che amo, mi riserva soddisfazioni continue, incontro gente, conoscenti, amici che hanno piacere di stare con me, cos’altro dovrei chiedere alla vita?».

Domanda provocatoria. Nel suo lavo­ro fanno più bene i complimenti o le critiche?
«Va bene tutto, quando uno abbraccia questo mestiere deve mettere in pre­ventivo che non può essere simpatico a tutti, a qualcuno puoi anche risultare indifferente; fa parte dello spettacolo, ne ho viste tante: in camerino pacche sulle spalle, strette di mano, complimenti, poi una volta fuori, naso arricciato e piovono mille critiche: è lo spettacolo, fa parte del gioco».

Il cuore di Napoli, una catena di soli­darietà. Cinquanta passeggeri della Sea Watch in mare per tre settimane durante le feste natalizie, quando tutti dovrebbero essere più buoni.
«I napoletani nei buoni sentimenti sono imbattibili, a Sud di bello abbiamo il cuore, la grande passione. Quanta gente si è fatta avanti per adottare, accogliere quei ragazzi africani con nel cuore una speranza; un’azione commovente e senza fine.

Siamo fatti così, se vediamo uno che si dibatte in mare e non sappiamo nuo­tare, a costo della vita ci lanciamo al salvataggio: sapesse quanta gente ogni giorno compie atti di coraggio e nessuno sa niente. Sia chiaro, i politici fanno il loro mestiere, ma non si può impedire alla gente di fare quello che sente: e qui, l’umanità, si produce in quantità industriale!».

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