Spettacolo

​«Con i Pooh insieme per beneficenza»​

“Perle” il titolo del doppio cd dell’artista con inedito di Faletti


La voglia di stare sul pezzo è la stessa. Dodi Battaglia, storico chitarrista dei Pooh, ha l’emo­zione di una recluta. Come fosse un primo giorno.

Gli inizi con i Pooh, quando l’immenso Valerio Negrini gli pronosticò un destino di successo e il produttore Giancarlo Lucariello lo invitò ad andare oltre: a cantare sì, ma anche a scrivere canzoni. Decine di anni, sullo stesso palco, condiviso con Roby Facchinetti, Stefano D’O­razio e Red Canzian, con Riccardo Fogli in occasione del cinquantennale. In forma perfetta, Battaglia merco­ledì sera alla “Feltrinelli” di Bari ha presentato “Perle – Mondi senza età”, doppio cd con album “non solo fotografico”. Almeno trecento i fan. Non c’è posto neppure fra gli scaffali. Seduti, in piedi, sul loggione del piano superiore, i sostenitori occupano ogni centimetro dell’accogliente libreria. In mano, cellulari, “Nikon” e “Cannon”. Non smettono un attimo di fare “clic”. Fissano il volto sorridente, disteso del protagonista della serata. Felice di avere qualcosa di importante fra le mani.

Perché lui, Dodi, in realtà non ha mai pensato di smettere. A cominciare dai Pooh. Fosse stato per lui, avrebbe spalmato gli impegni del gruppo fra tour e studio di registrazione, ma mai appeso la sua chitarra al classico chio­do. La musica è la sua vita, il numero di chitarre che ospita e coccola nel suo studio di registrazione, intanto è salito a settanta. Alle diciotto in punto Bat­taglia si presenta al pubblico. Spiega il manufatto, traccia dopo traccia. Fra i presenti, anche chi lo ha applaudito all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione della registrazione di “Perle”. «Se qualcuno avesse registra­to qualcosa quella sera – dice Dodi – la confronti pure con il risultato finale: in studio non è stato “sistemato” nulla, i due cd riproducono fedelmente tutto ciò che è accaduto in quella magica serata, uno fra i miei più bei concerti». Tempi da social, c’è chi invoca il selfie corale. Centinaia di “Perle” agitate a favore di “scatto”.

Poi la gente in fila, in attesa di autografo e foto. E’ un bel successo, all’indomani a Barletta. Venti in punto. Alla Feltrinelli c’è ancora gente, ma anche tempo per una chiacchierata. La Puglia, in particolare Taranto. Concerti al teatro Alfieri, al Palamazzola e allo Iacovone. Un videoclip, “Dove è andata la musica”, girato nella Città dei due mari, in piazza Democrate, alle spalle il Ponte di Porta Napoli (San’Egidio); l’amicizia con Piero Romano, direttore dell’Orchestra della Magna Grecia, fra i promotori del dottorato in “Chitarra elettrica – Nuovi linguaggi e nuove tecnologie”.

Dodi, la selezione delle canzoni chiamate a raccolta, più lunga o più dolorosa?
«Non ho avvertito dolore. Nostalgia, quella sì; malinconia, se vuoi, ma nonche stanno rivivendo una loro seconda giovinezza. Ricantandole mi capita spesso di avere gli occhi lucidi dall’e­mozione. Succede anche alla gente che a fine concerto viene a salutarmi».

È stato il sentimento a ricomporre questo mosaico.
«Nella selezione non ho mai lanciato una sola occhiata al borderò: suddi­visioni, percentuali e altri calcoli non fanno per me. Ho cercato, invece, di tracciare il percorso dei Pooh con canzoni che non avevano vissuto la stessa ribalta nonostante meritassero uguale importanza. Ho rivolto così il mio impegno a brani adolescenziali, impegnati, dedicati all’amore, ai viaggi, temi nei quali Valerio – come sappiamo – era un campione».

Non un album di inediti, ma una “riappropriazione debita”.
«Detto che non escludo a breve, me­dio termine, un album di inediti, in molti al primo ascolto hanno pensato che alcune delle canzoni eseguite nel “live” fossero nuove; un esempio: due miei musicisti, uno di venti e l’altro di ventisei anni, ai tempi di molte di queste canzoni non erano ancora nati; per loro, come per gran parte delle persone presenti ai concerti, molte di queste “suonano” come fossero inediti. All’interno del doppio cd, che a breve diventerà un triplo vinile di colore bianco, solo un brano realizzato in studio: “Un’anima”, una mia musica scritta su un testo inedito del grande Giorgio Faletti. Intenso, profondo, come lui solo sapeva essere».

Meglio decidere da solo o nostalgia del confronto con gli altri Pooh?
«Le scelte, anche quelle più dolorose, presentano lati positivi: assumersi responsabilità in prima persona, per esempio. A dirla tutta, anche al tempo dei Pooh, mi confrontavo con amici e musicisti. Oggi, per esempio, lo faccio con i ragazzi del mio gruppo; con loro si è creato un tale rapporto di fiducia che certe scelte avvengono quasi au­tomaticamente. Abituato a lavorare in team continuo ad assaporare il gusto del confronto».

Una battuta sfuggita durante la presen­tazione. «Mentre suono in concerto, mi capita di voltarmi come se cercassi uno dei colleghi di una volta», ha detto.

«Quando per cinquant’anni esegui “Piccola Katy”, “Tanta voglia di lei”, “Pensiero”, cose che fanno parte del tuo vissuto, è normale che la memoria corra a studi di registrazione, a dove abitavo, a dove abitavano i miei colle­ghi, le compagne di un tempo, locali e amici che frequentavamo insieme; ecco perché “Perle” è anche “Mondi senza età”: ogni canzone è uno spac­cato di vita personale e trovo normale che il mio pensiero il più delle volte vada a loro».

Se i tuoi colleghi ti dicessero «Ci riproviamo?», risponderesti: «Ci penso», «Di corsa» o «Va bene così»?
«La seconda che hai detto: di corsa. Dico sempre che a decidere è il pub­blico: se chiedi a chiunque cosa sono stati, cosa sono e cosa saranno i Pooh, la gente ti risponderà che questi hanno fatto parte della loro vita, anche l’Italia è cambiata con le nostre canzoni a farle da colonna sonora. Dunque, se la gente volesse ancora i Pooh, perché no? Sono a sua disposizione».

Questo il pubblico. Qual è, invece, il sentimento di Dodi Battaglia?
«Anche domani mattina, ma a una condizione: visto che i Pooh hanno avu­to tanto dal loro pubblico, restituiscano sotto forma di beneficenza il ricavato di eventuali dei concerti che andremmo a fare. Ritengo sia un atto dovuto».

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