24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 19:52:00

Spettacolo

Arturo Cirillo porta in scena il “Ferdinando”


TARANTO – “Ferdinando” é lo spettacolo che stasera alle 21 e domani alle 18 va in scena al TaTà con la Fondazione Salerno Contemporanea, Teatro Stabile d’innovazione. Uno spettacolo di Annibale Ruccello, con Sabrina Scuccimarra, Monica Piseddu, Arturo Cirillo, Nino Bruno, scene di Dario Gessati, costumi di Gianluca Falaschi, disegno di luci Badar Farok, musiche di Francesco De Melis, regista assistente Roberto Capasso, assistente alla regia Patrizia Monti, produzione esecutiva Pasquale Liguori, in collaborazione con Benevento Città Spettacolo. Logica ed inconsueta, allo stesso tempo, appare ad Arturo Cirillo la sua decisione di portare in scena Ferdinando di Annibale Ruccello.Logica perché riconosce in Ruccello un suo autore, un autore sul quale è tornato più volte, e con spettacoli che considera importanti. La scelta appare anche inconsueta, poiché, per il regista, Ferdinando è sempre stato legato allo spettacolo che curò l’autore stesso (nonché primo interprete del ruolo di Don Catellino), che ha girato per molti anni tutta l’Italia, avvalendosi della grande interpretazione di Isa Danieli. Il testo, inoltre, è sempre apparso molto diverso da tutti gli altri di Ruccello, un testo più realistico, storico, un dramma con una struttura classica. Come afferma Arturo Cirillo: “Qualche mese fa rileggendolo ho avuto invece una visione, mi si è concretizzato un mio possibile “tradimento”, ovvero mi è apparso come un travestimento, un povero e meschino cerimoniale, come certi testi di Jean Genet, penso soprattutto a Le Serve e a Il Balcone. Un testo terribile per come rappresenta la depravazione, un atto di cannibalismo non meno estremo di “Anna Cappelli”, anche se non portato fino infondo. Un rapporto col religioso pieno di cocenti contraddizioni e rappresentato con cruda violenza, ma sempre con quell’amore struggente che mi pare abbia Ruccello verso le ossessioni della sua vita”. Il desiderio per un inafferrabile adolescente, nato da un inconsolabile bisogno d’amore, matura nella mente di tre personaggi disperati, prigionieri della propria solitudine, esacerbati dall’abitudine. Allora tutto l’aspetto storico è apparso una finzione, un teatro della crudeltà mascherato da dramma borghese, in cui anche la lingua, il fantomatico napoletano in cui si sostanzia Donna Clotilde, è esso stesso lingua di scena, lingua di rappresentazione, non meno del tanto “schifato” italiano. Una scena composta da un unica grande drappo che scende dall’altro e contiene il luogo dell’azione, un luogo claustrofobico in cui convivono tutti i personaggi, che vediamo spogliarsi, rivestirsi, incontrarsi (come in un film di Luis Bunuel). Personaggi rinchiusi in abiti scuri, monacali e preteschi, per devozione o lutto, ma forse solo per difesa.

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