Spettacolo

“L’agnello” di Colella stasera al TaTà


Con la nuova produzione del Crest di Taranto, stasera alle 21, al Tatà approda “L’agnello”: uno spettacolo di Francesco Ghiaccio, con la regia di Gaetano Colella e con gli attori Catia Caramia, Roberto Marinelli, Damiano Nirchio, Anna Maria De Giorgio e lo stesso Colella.

Lo spettacolo vede al centro della scena un agnello, chiuso in una stalla: non vede l’ora di essere sacrificato. E’ il suo destino, lo sa e ne è contento. Ogni essere vivente ha un destino, il suo è di essere sacrificato a Dio.

Ma nella stalla in cui vive si manifestano strane ombre, visioni di un mondo sconosciuto sembrano volergli comunicare qualcosa. Dapprima incuriosito e poi via via più turbato, l’agnello percepisce che queste ombre vogliono dissuaderlo dal compiere il gesto da lui tanto desiderato. Le visioni, sempre più nitide, sono uomini e donne che, nel sacrificarsi a Dio, hanno perduto tutto, ricavandone unicamente disperazione e morte.

La gioiosa determinazione dell’agnello lascia il posto all’indecisione. La vittima, per la prima volta, mette in dubbio il suo destino, s’interroga sul senso che potrebbe avere la sua vita senza il sacrificio. Soprattutto si spinge fino alla domanda che lo tormenta: “Chi mi ha convinto che il sacrificio era per me l’unica via?”.

Note di regia: “Perché proprio le figure del sacro? Perché loro si sono confrontate quotidianamente con il sacrificio e in nome di tale ordine hanno speso la propria esistenza. La nostra cultura ci ha insegnato a leggere in chiave positiva questo sacrificio, ma se lo vedessimo in chiave opposta? Se, ad esempio, le esistenze di Maria o di Noè non fossero state esaltate ma distrutte, condotte irrimediabilmente verso il fallimento? Ecco allora che il sacro può essere riletto e figure a tutti note come quelle di Caino, Giuda, Lazzaro, Maddalena, Noè, Maria, Abramo vengono a narrarci le loro particolari vicende sotto una nuova luce. Tutte le storie che si materializzano nella stalla finiranno per fare cambiare idea all’agnello. Lo scopo dell’esistenza non sta nell’immolarsi a un dio assetato di sacrifici ma nel percorrere fino in fondo la strada verso la consapevolezza di sé e della propria solitudine. E’ questo il destino dell’uomo d’oggi, forse più amaro dello spargimento di sangue sacrificale. L’incomunicabilità ci rende veramente intoccabili, sacri. E soli.

Quale linguaggio, oggi che non è più il conflitto ma la fine della relazione – l’assenza di conflitto – la fonte del dolore, quali modi per dire ciò che non si può dire. A che cosa serve seguire il proprio destino, costruirsi un punto di vista, mai definitivo ma che sia almeno misura dell’esperienza, se non lo puoi comunicare a qualcuno? Non più l’amore e l’odio ma la dispersione, la complessità sono la cifra del nostro tempo. Con tutto questo deve fare i conti il teatro, rinnegarsi, evaporare per dare a noi, al senso, la possibilità di precipitare in un cristallo dal barbaglio amaro”.

 

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