25 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 07:36:32

Spettacolo

La pioggia nel pineto. I versi di D’Annunzio


Il poeta D’Annunzio aveva scritto: “il mio segreto é una sensualità rapita fuori de’ sensi”.

“La pioggia nel pineto” é, dell’Alcione, la lirica più rapita fuori de’ sensi. Dobbiamo al critico Francesco Flora se quella sovrastruttura poetica, o meglio quella “lussuria” di parole che caratterizzano la lirica del poeta, si sia disciolta, come nube di pioggia al sole, nei versi, unici nella letteratura del novecento, che composero “La pioggia nel pineto”.

Qui la musica poetica si fa unico carattere di assoluta originalità e del “dilettante di sensazioni quel barbaro, ferino, lussurioso, panico, eroico poeta” (sono sempre parole del critico Flora) diventa porta, e grande poeta, e crea la nuova poesia dopo quella robusta e storicamente intessuta del Carducci e quella del pur grande Pascoli. Ma all’epoca dannunziana, anche sotto la fiera rampogna cruciana, “La pioggia nel pineto” é poesia pura, significatica dello stesso stato esistenziale del D’Annunzio, che si ritenne sempre uomo nato dall’acqua, dal mare, dalle onde libere e belle. L’argomento (la pioggia) acquoreo é l’unica vera sovrana voce della lirica: una pioggia in una solitaria pineta, un mare non molto distante, nella pienezza dell’estate. Nella poesia di centoventotto versi, quattro strofe di trentadue versi ciascuna, ed ogni strofa di versi di vari musica e misura di trisillabi a novenari, con rime ed assonanze che fra di loro si legano e danno all’ascoltatore o al lettore una sensazione quasi epidermica, che é sentimento e vibrazione psicologica e con parola più adulta, “panico”.

Al di là e al di sopra di tante considerazioni valide o meno, di tante differenti motivazioni di varia natura o immaginaria consapevolezza spirituale (nel senso cosmico del termine) “La pioggia dle pineto” racchiude nel nome di una dona mitica, Ermione (la figlia di Elena e forse nella vita del poeta Franca Rufini), che non é più un nome di cultura mitologica e non é che una creatura umana e vivente, ma un simbolo, una voce senza voce, se non un gruppo sillabico o vocalico, che tuttavia raffigura una favola; Quale? Non l’uomo é l’essenza della vita, ma é la Natura, il cosmo, l’infinito a dare vita e pensiero all’uomo. “Ermione” é dunque il “suono” non più della pioggia, o il murmure del mare, o il soffio del vento; é il suono consolante dell’anima universale che é in tutti noi viventi; é una voce “religiosa” della natura, madre di ogni cosa, che si congiunge a “la sera fiesolana” in quella spiritualità che fa “palpitare le prime stelle”.

“La pioggia nel pineto” é anche una laudazione al cosmo che fa piovere sui nostri freschi pensieri, che l’anima schiude novella, sulla eterna favola bella che illuse o illude la vita e la deterge da ogni macchia, da ogni ombra di peccato o di sangue. “Su la favola bella/ che ieri/ m’illuse, che oggi/ t’illude,/ O ermione”.

Ma la “fabula” dannunziana é soprattutto un ritmo della vita universale; una forma di religiosità senza fede in una divinità perché il divino é nel poeta, che si colloca tra la terra e il cielo. Oggi a Pescara si celebra D’Annunzio; e Pescara, oggi, é una città viva, palpitante, ardente proprio tra la terra e il cielo.
Paolo De Stefano

 

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