27 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Ottobre 2021 alle 16:59:00

Spettacolo

Latino agli esami, con quale preparazione?


TARANTO – La seconda prova scritta per i licei classici sarà di latino, agli esami di Stato per l’anno scolastico in corso. Ed ecco, sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2013 un intervento del professore Luciano Canfora, illustre docente di filologia classica presso l’Ateneo di Bari, saggista di valore, tuttavia; insomma un Umanista dei nostri inquieti tempi.

Detto questo,; tuttavia, approfitto del Suo intervento per coniugare e il suo pensiero al mio, che negli Istituti classici ho vissuto una vita e da docente e da preside ed ebbi a Pisa professori di letteratura latina del calibro di Augusto Mancini e per qualche tempo Concetto Marchesi.

Canfora scrive: “é noto il lamento diretto a riguardo degli strumenti tecnici attualmente disponibili che consentono di raggiungere tecnologicamente la tradizione del brano proposto qualche minuto dopo che sono state proposte le tracce. Indubbiamente una pratica del genere depotenzia la prova e la rende superflua; e non é bello nel piano morale che questo accada”. E allora suggerisce il prof. Canfora: “perché non si arrivi a capire tecnologicamente il testo latino già tradotto, si potrebbe proporre un brano di Dante sulla “Monarchia” o lo scritto del Valla dalla “Donazione di Costantino”, oppure un passo dal “Nuncius” di Galilei, un passo di Cartesio o di Kant, o del Pascoli latino. Ma Pascoli non si studia nemmeno come poeta italiano”.

Orbene, a parte il fatto che per tradurre passi di latino umanistico rinascimentale occorrerebbe una preparazione specifica storica e filosofica che la scuola odierna non offre, occorrerebbe anche un “moderno” vocabolario della lingua latina che riportasse anche significati etimologici umanistici. Qualche semplice esempio: nei nostri attuali vocabolari la parola galileiana “nuncius” non esiste; ‘é “nuntius”; così il termine dantesco medievale “Epistola” ad Arrigo VII, 134, “magnalia” dedicato al prezioso Alcide che é un patrimonio di Ercole, non é riportato in nessun vocabolario scolastico. E se ne potrebbero numerare altri ed altri. Facendo un salto nel tempo: come farebbe uno studenti di oggi a tradurre il latino innovativo del Pascoli? (Si veda il “Poesia latina” di G. Pascoli, Firenze 10977 di Giorgio Pasquali o del Traina “Il latino del Pascoli, Firenze 1971, per citar e solo taluni ottimi snodi sul non semplice e poetico latino pascoliano).

Occorerebbe di già una preparazione del docente. E sia pure; ma per lo studente? Un’altra riflessione: lo studio della lingua latina é stato amaramente tolto dalla scuola media allorché un tempo si cominciava a studiare, almeno come grammatica, dalla prima classe della medesima. Almeno la parte morfologica,; che, invece, viene rinviata alla prima classe superiore dello scientifico o al quarto ginnasio; tre nani di latino in meno conducono lo studente (o lo scolare) a tradurre Fedro nelle classi superiori quando un tempo si studiava già Virgilio.
La scomunica della lingua latina, madre e padre della lingua italiana, é stata, ripeto, politicamente voluta e assecondata da tutti i ministri della Pubblica istruzione e, per tal via, é stato anche modificato lo studio nelle facoltà umanistiche universitarie.

Oggi come ieri ci si laurea in giurisprudenza senza la conoscenza della lingua latina, madre del diritto romano. Tali semplici osservazioni mi sono venute in mente da uomo di scuola, docente e preside nei licei classico della Repubblica democratica italiana. Conclusioni? Bisogna avere il coraggio politico e culturale di rimettere il latino già dalla scuola media unica (anno prossimo). Non é un ritorno all’antico, ma é un ritorno alla civiltà italiana nata, e poi perduta, da quella latina. Da qui un abbassamento culturale della scuola italiana e delle facoltà umanistiche un tempo fra le time in Europa ed oltre. Oggi fra le ultime, purtroppo.

Paolo De Stefano

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