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“Capovolgere” l’Italia e federare le Regioni

L'Italia vista da un satellite

La questione politica in ordine alla quale vorrei fare qualche considerazione riguarda l’ambito entro il quale il nostro movimento sta cercando, più che le proprie alleanze, le componenti strutturali, indispensabili per costituire il nuovo soggetto popolare in grado di rivoluzionare l’attuale sistema dei partiti politici e la logica delle politiche pubbliche praticata nel nostro Paese. Mi riferisco, come è facile intuire, ai rapporti che vogliamo allacciare con i movimenti sociali espressivi del civismo e dell’ecologismo, oltre che dell’azionismo e del riformismo. Al proposito, la prima cosa che mi preme sottolineare con riferimento al civismo è che, per quanto da noi integralmente condivisa, la “politica sociale” di questi movimenti civici non può essere esaustiva del nostro impegno autonomistico, e, soprattutto, non può essere in grado di sostituire il meridionalismo per il quale siamo nati.

La riforma dei partiti politici è infatti necessaria ma non risolve l’attuale problema della politica che prioritariamente riguarda la riconsiderazione dei valori e degli interessi di tutta la comunità, che oggi nel nostro Paese devono essere “capovolti” mettendo al centro dello sviluppo dell’Italia il Mezzogiorno. Cosa che per il civismo non è ancora scontata e, senza il nostro apporto, difficilmente lo diventerebbe. Lo stesso discorso vale per i movimenti ecologisti. Che, ponendo al centro della loro attività politica il rapporto dell’individuo e della società con l’ambiente, spesso anch’essi lo assolutizzano come valore esclusivo del loro impegno, rifiutando di considerarne le connessioni con i processi di crescita e sviluppo. E così condannando le realtà che si trovano, come il nostro Sud, in ritardo nella infrastrutturazione materiale ed immateriale dei propri territori a subire una ulteriore penalizzazione ancorché in questo caso compensata da una ipotetica transizione ecologica.

Mezzogiorno Federato, per il suo dna costitutivo, questa prospettiva non potrà mai accettarla e quindi il nostro rapporto con queste forze ambientaliste deve essere chiaro fin dal suo inizio, in modo da evitare ‘balletti’, come ancora oggi si registrano nel dibattito pubblico, intorno ad esempio alla quistione emblematica del ponte sullo Stretto di Messina. E vengo, ora, all’azionismo. Il movimento costituito da Carlo Calenda che, all’evocazione implicita del complesso di ideali, valori, scelte morali e civili riconducibili all’esperienza del Partito d’Azione, fa seguire un esplicito riferimento alle politiche del liberalismo sociale e del popolarismo sturziano. Si tratta di un movimento per il quale la politica non è astratta ideologia, strumentale evocazione di valori, mero dibattito parlamentare, vuoto chiacchiericcio mass-mediatico. Essa è essenzialmente government costruito su un piano d’azione, un programma, una progettazione di eventi rigida e condivisa dai propri aderenti che, così, sono coinvolti in una partecipazione attiva. Cosa che implica certamente la guida di una leadership forte ed autorevole. Ma non certo personalistica ed individualistica. Pena lo scadimento in uno dei vizi più gravi dell’attuale degenerazione democratica. Circostanza, questa, che ne provocherebbe inevitabilmente il rigetto da parte di MF che, per la sua natura federativa, è incompatibile con un tale soggetto.

Detto questo, arrivo al secondo punto, la quistione istituzionale del regionalismo che è in crisi profonda e trascina con sé l’intero Paese ridotto ad una realtà frantumata, costosa, inefficiente ed impotente. Oggi, le sue dimensioni, le sue funzioni, i suoi obbiettivi sono diventati asimmetrici rispetto ai problemi ed alle opportunità che il sistema Italia deve affrontare. Insomma, il dinamismo espansivo delle venti regioni dell’art. 131 della Costituzione si è esaurito. Ma non perché le regioni più forti del Centro-Nord pretendano ex art. 116, terzo comma, Cost. “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che danneggiano le altre regioni ed in specie quelle meridionali, che tanto hanno protestato contro l’ipotesi che venissero riconosciuti poteri differenziati a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ma perché una nuova fase innovativa della vita della Repubblica non può essere assicurata che da macro-aree di funzioni che compongano la base della governance nazionale nelle sempre più difficili condizioni in cui devono essere assunte le decisioni sia domestiche che europee. Il che significa, in una battuta, che le vecchie regioni dovranno essere accorpate in entità più adeguate, secondo un piano determinato dalle funzioni che devono svolgere.

Ma come? A seguito di una riforma costituzionale dell’attuale art. 131 Cost. che istituisca delle “macroregioni”? O seguendo un’altra via, innovativa, che noi di MF abbiamo cominciato a percorrere ed oggi indichiamo come l’unica perseguibile per facilità di procedura ed autonomia di decisione? Naturalmente, l’opzione non può che essere per quest’ultima scelta! Che in concreto consiste, sulla base dell’art. 117 penultimo comma Cost., nell’imboccare la strada delle intese tra più regioni “per il migliore esercizio delle proprie funzioni”, anche creando “organi comuni”. In sostanza, si tratta di avviare in tutto il Paese quel processo di federalizzazioni che noi abbiamo proposto alle regioni del Mezzogiorno e che finora, invero, non ha avuto risposte concrete. Anzi, ad essere sinceri, è stato alquanto snobbato. Ma, in questa sede ed ormai, va detto con chiarezza: la strada della rinascita del Paese ed il rilancio della stessa Europa passano da questa prospettiva federalista e meridionalista. Non c’è altra possibilità! Spetta a noi farla comprendere e condividere da tutta la comunità.