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La formulazione dei quesiti referendari rischia di non scaldare i cuori degli italiani

La questione giustizia
Referendum

La formulazione dei quesiti referendari e la loro complessità rischia di non scaldare il cuore degli italiani, nonostante sia diffusissima la profonda sfiducia che essi nutrono verso l’attuale claudicante sistema giudiziario e la parallela esigenza di riformarlo profondamente. Tuttavia i referendum si fanno così, dunque spetta a chi si occupa di informazione il compito di renderli il più chiaro possibile, non tanto nella rispettiva formulazione tecnica, quanto nel loro contenuto e nei loro effetti concreti. In questo compito dovrebbero impegnarsi attivamente i giornalisti ed i giornali, ma non lo fanno e non lo fanno perché a loro, non a tutti ovviamente, il sistema va bene così: autoreferenziale, torvo, pronto a sbattere il mostro in prima pagina. A gran parte di costoro, divenuti i manutengoli della casta delle toghe, non tutte ovviamente, fa comodo assorbirne un po’ di impunità e soprattutto fa comodo che certe veline, con le quali, formalmente o informalmente, si distrugge la vita di migliaia innocenti con una semplice indiscrezione filtrata dal Palazzo di Giustizia, continuino ad arrivare puntualmente in certe redazioni.

I referendum scaldano poco il cuore degli italiani perché gli italiani non sono messi nelle condizione di comprenderne gli effetti e nessuno finge di accorgersene, perché punta al mancato raggiungimento del quorum richiesto, cosa che farebbe brindare a champagne sia alcune correnti delle toghe, sia i loro attachè presenti nei partiti, soprattutto in alcuni di essi, sia nei giornali, sia nelle televisioni. Proverò ad accendere qualche fiammifero nella speranza che ci sia benzina sufficiente per riscaldare gli italiani e convincerli ad andare a votare, cominciando col dire che il referendum rappresenta ormai una delle rarissime occasioni attraverso le quali i cittadini possono esercitare la democrazia, dopo che la riforma elettorale gli ha tolto la possibilità di scegliere gli eletti: sprecarla è un vero peccato!

Elezione dei membri togati del CSM Parlare dell’abolizione delle 25 firme necessarie per la presentazione di una candidatura al CSM va bene per gli addetti ai lavori. Agli altri, che sono la maggioranza, bisogna chiarire che l’ex PM Palamara, in ben due libri, ha spiegato che la giustizia è gestita da correnti, che operano all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura e che stabiliscono le nomine dei vari magistrati non sulla base della loro competenza, bensì sulla base della loro appartenenza. Per essere più chiari, vuol dire che l’esito dei giudizi non è affidato a chi è più bravo ma a chi è più ubbidiente al capo corrente. E, per esserlo ancora di più, potrebbe voler dire che una condanna o un’assoluzione potrebbe essere pronunziata non in base alle prove, ma in base alla tessera di partito.

Valutazione della professionalità dei magistrati Chiedere che i magistrati vengano valutati anche dagli avvocati vuol dire interrompere un modello organizzativo secondo il quale “cane non mangia cane”, facendo in modo che, di fronte ad un processo ingiusto, come quello di cui fu vittima Enzo Tortora, l’imputato innocente muoia di dolore ed il giudice venga promosso in Cassazione come se nulla sia accaduto. Così come, al contrario, votare SI significa ridurre il numero di sentenze ingiuste, circa 1000 ogni anno, i cui danni, per svariati milioni di euro, non li pagano i magistrati che hanno rovinato la vita di tanta gente, ma tutti gli italiani. Insomma se un medico sbaglia un intervento chirurgico o un ingegnere sbaglia un progetto a pagare sono loro, mentre se sbaglia un magistrato a pagare siamo tutti noi, lo Stato.

Separazione delle carriere tra Giudici e PM Parlare della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, evitando di permettere più volte lo scambio di funzioni, vuol dire impedire che, per la stessa regola di prima, secondo la quale “cane non mangia cane”, e per il fatto che tanto nessuno paga, il giudice abbia un occhio di riguardo per il PM che, prima o poi, potrebbe diventare il suo capo o viceversa, a tutto discapito della giustizia vera. I fautori del No affermano che un giudice farebbe meglio il giudice se avesse fatto prima il PM. Si tratta di una giustificazione ridicola ed offensiva dell’intelligenza di chiunque, perché sarebbe come dire che un ingegnere farebbe meglio l’ingegnere se avesse fatto prima il carpentiere o il disegnatore. La verità è che certi magistrati vogliono poter fare tutto ed il contrario di tutto, contando sulla reciproca solidarietà che, secondo Palamara, si esprime al massimo dei suoi livelli nelle correnti del Consiglio Superiore della Magistratura di cui lui era autorevole membro.

Limitazione delle misure cautelari Votare SI per la limitazione dell’applicazione delle misure cautelari a casi più gravi vuol dire impedire che certi PM sbattano in galera degli innocenti, avvalendosi di pretesti del tutto privi di fondamento, magari solo per torturarli subdolamente e pervenire a conclusioni affrettate e immotivate. Si tratta di una delle fattispecie nelle quali chiunque, persino il più onesto dei padri di famiglia, può imbattersi, magari per un caso di omonimia, come accadde ad un tecnico del comune di Catania arrestato la notte di Capodanno e rilasciato dopo l’Epifania, solo perché aveva lo stesso nome e cognome di un ricercato e perché, dopo il suo arresto, nessun magistrato andò ad interrogarlo in quanto “anche i giudici hanno il diritto di festeggiare l’inizio del nuovo anno con la famiglia”.

Abolizione della “legge Severino” A certi “tecnici del diritto” che sono contrari alla soppressione di una tale norma chiedo se il secondo comma dell’art. 27 della Costituzione, secondo il quale: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” vale ancora oppure è stato sospeso anche questo? Insomma, il 12 giugno, andare a votare SI ai referendum sulla giustizia vuol dire innanzitutto esercitare il diritto di voto; vuol dire contribuire a migliorare un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti e che è prigioniero delle correnti, non della qualità e del merito; vuol dire impedire di mandare degli innocenti in galera e di salvare i colpevoli, perché giudicati da magistrati impreparati ma fedeli alla propria corrente; vuol dire migliorare e rendere più sicuro il Paese, sottraendolo ad una casta che non paga mai per gli errori che commette, perché tanto a pagare sono sempre i cittadini con le loro tasse. Sarebbe davvero grave se il referendum non raggiungesse il quorum richiesto, sarebbe un’occasione sprecata nella quale si potrebbe affermare con forza che “la sovranità appartiene al popolo”, non alle caste e neanche ai loro miserabili manutengoli con e senza toga. “Io sono innocente! Io spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi”. (Enzo Tortora)