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Regioni del Sud hanno PIL inferiore del 75% della media europea

Il Mezzogiorno rovesciato visto dal satellite

Per capire le intenzioni della Ministra per gli Affari regionali e per le autonomie Maristella Gelmini è utile leggere prima alcune sue dichiarazioni che penso siano utili per comprendere quanto sia davvero rivoluzionario e, al tempo stesso, pericoloso un simile Disegno di Legge. Meno di due settimane fa la Ministra ha dichiarato: “Sull’autonomia siamo veramente all’ultimo miglio. Io credo che nell’arco di poche settimane, prima dell’estate, si possa portare il testo in Consiglio dei ministri. Noi stiamo lavorando esattamente a questo, a una legge quadro che garantisca i livelli essenziali di prestazione a tutto il Paese – ha aggiunto – ma che al tempo stesso completi quel percorso di autonomia differenziata che è voluto non solo da Lombardia e Veneto attraverso i referendum ma anche da altre Regioni, come, per esempio l’Emilia Romagna che ha scelto la strada legislativa e penso all’interesse per questo concetto di autonomia differenziata da parte della Regione Toscana che non è sicuramente una regione di centrodestra.

Quindi trovo che sia positivo il dinamismo delle Regioni – ha continuato Gelmini – d’altronde la pandemia ci ha dimostrato che quando lo Stato torna a fare lo Stato anche un piano di vaccinazioni tra i più importanti della storia può essere realizzato”. Questo spirito di leale collaborazione, secondo la ministra “non solo lo dobbiamo mantenere ma lo dobbiamo rafforzare – ha concluso – io interpreto l’autonomia differenziata come un modo per efficientare la macchina della Pubblica amministrazione e per essere più trasparenti sui costi dei servizi e per risparmiare”. A queste dichiarazioni la prima voce forte è venuta dal Presidente Zaia che ha precisato: “Seguiamo ormai da quasi 5 anni la trattativa sull’autonomia, una trattativa complicata ma anche entusiasmante. Il governo ha la possibilità di scrivere una pagina di storia. Speriamo vivamente che si arrivi a un punto di caduta nel quale la legge quadro recepisca le indicazioni che abbiamo dato come veneti, e che il testo poi si possa tradurre in un passaggio parlamentare rispettoso di queste indicazioni.

Si può approvare la legge quadro entro l’estate. Siamo pronti a un confronto costante col governo – conclude il governatore del Veneto – affinché i principi ispiratori dell’autonomia, un processo assolutamente rispettoso della Costituzione, e le norme finanziarie che abbiamo proposto diventino realtà, in modo da avviare definitivamente questa riforma. I nostri tecnici continuano a confrontarsi con quelli ministeriali nella speranza che i tempi si abbrevino sempre di più”. Prima di entrare nel merito voglio ricordare una esperienza che è stata completamente sottovalutata: nel 2004 o 2005 cinque Regioni, in particolare il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia avevano tutte Governi di centro destra e decisero di sottoscrivere un accordo di reciproco supporto nei propri bilanci, un vero patto di solidarietà; cioè in caso di crisi finanziaria di una Regione sarebbero intervenute le altre. Un accordo che richiamo sempre perché testimonia una intelligente azione di coesione interregionale mirata alla difesa dei rispettivi bilanci e al tempo stesso fa emergere la interessante correlazione tra gestione amministrativa e rilevanza territoriale.

Dopo due anni venne meno la omogeneità politica dei cinque governi regionali e quell’accordo venne meno. In realtà i cinque Presidenti commisero un grave errore quello di non legittimare con un provvedimento adeguato un atto che, a mio avviso, non dava origine ad una contrapposizione tra organo centrale ed organo locale ma costruiva le condizioni per la costituzione di forme intelligenti di “autonomia”, soprattutto di “autonomia finanziaria”. Oggi però, di fronte ad una norma che nelle intenzioni della Ministra persegue come obiettivo una legge quadro che garantisca i livelli essenziali di prestazione (LEP) a tutto il Paese si pone un problema che non può essere affrontato con un rapporto tra lo Stato e ogni singola Regione perché ogni scelta, ogni decisione sarà il risultato di specificità territoriali illeggibili ed irrisolvibili. In proposito faccio solo alcuni esempi: • Il basso livello di efficienza della offerta ferroviaria in Puglia è legato alla crisi nella offerta dell’attuale linea ferroviaria adriatica; linea ferroviaria adriatica che attualmente trova punti critici nell’attraversamento del Molise. • Il sistema sanitario calabrese per anni ha utilizzato centri sanitari pugliesi o siciliani. • L’assetto universitario pugliese negli ultimi venti anni si è arricchito di nuove sedi, la Calabria non ha aperto nuove sedi; mentre la Campania ha avuto una forte attrazione soprattutto dalle aree lucane, pugliesi e molisane. • La disponibilità di risorse idriche ha sempre visto la Calabria, la Campania e la Lucania adeguatamente attrezzate ed invece le altre Regioni in forte crisi e quindi soggette a forme di acquisizione di risorse idriche dalle altre.

Potrei continuare ad elencare le negatività che esploderebbero in caso in cui questa riforma affrontasse singolarmente le realtà regionali e soprattutto quelle realtà che hanno una forte omogeneità strutturale: mi riferisco alle otto Regioni del Mezzogiorno che, in fondo, hanno un DNA comune legato al PIL pro capite inferiore del 75% della media europea. Ebbene, qualsiasi norma che non tenesse conto di questa peculiare omogeneità si rivelerebbe miope e soprattutto non riuscirebbe a dare una risposta difendibile ad un primo interrogativo: come mai per un periodo lunghissimo queste otto Regioni hanno mantenuto una soglia così bassa del PIL. Ma anche sulla autonomia gestionale, soprattutto quella finanziaria, diventa davvero preoccupante non tenere conto di possibili forme di bilanciamento finanziario tra distinte realtà regionali, sì simile a quella iniziativa fatta dalle cinque Regioni del Nord. Le otto Regioni del Mezzogiorno devono necessariamente testimoniare una serie di motivazioni che, partendo dal PIL, denunciano da sole una specificità che può essere affrontata e superata solo evitando di considerare le otto Regioni tessere singole del mosaico Paese ma tessere del mosaico Mezzogiorno. So bene che una simile distinzione non sarà facile affrontarla proceduralmente, non sarà facile interpretarla con atti normativi, ma preferire interloquire con le tessere del mosaico Paese significa riprodurre le stesse condizioni che hanno sempre reso i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) del Mezzogiorno incapaci di crescere, incapaci di essere paragonabili fra di loro e con le Regioni esterne al Mezzogiorno.

D’altra parte forse partiamo male; faccio in proposito un altro esempio nel campo della logistica: nel Mezzogiorno c’è un solo porto transhipment, quello di Gioia Tauro, che funziona bene ed un solo interporto quello di Nola – Marcianise. Questi due HUB non sono adeguatamente integrati con il territorio e si confrontano con una rimanente realtà del Paese che dispone di 11 realtà interportuali e di 9 impianti portuali. Questa ricchezza patrimoniale non può essere misurata e confrontata tra singola tessera (Regione) e mosaico (Paese) perché automaticamente verrebbe meno tutto ciò che chiamiamo contorno produttivo, verrebbe meno tutto ciò che nei fatti rende possibile o meno la crescita. Qualcuno sicuramente chiederà perché un simile approccio non dovrebbe essere esteso alle Regioni del Centro e del Nord, la risposta è immediata: perché a differenza delle Regioni del Mezzogiorno possiedono già delle specifiche autonomie, cioè dispongono di distretti produttivi che rendono possibile quasi automaticamente il superamento di crisi attraverso le condizioni e gli strumenti presenti all’interno di ogni singola Regione. Concludo soffermandomi su un fatto positivo evidenziato dalla stessa Ministra Gelmini: sul tema delle autonomie non c’è più solo una Regione o più Regioni governate dal Centro destra ma Regioni come la Emilia Romagna e la Toscana governate dal Centro sinistra e questo dimostra che non siamo più di fronte a schieramenti contrapposti, non siamo più di fronte a comportamenti estranei ad una sana gestione della cosa pubblica ma stiamo assistendo, per la prima volta, ad una presa d’atto della forza e del ruolo di chi è preposto alla gestione del territorio; sembra quasi che dopo 52 anni (nel ’70 sono diventate operative le Regioni) si sia finalmente capito ciò che uno dei padri costituenti come Pietro Nenni ripeteva in modo sistematico: le Regioni sono tessere di un mosaico Paese e per questo non hanno e non sono marche territoriali e quindi non hanno confini. Nel definire le autonomie sarebbe comodo interloquire con ogni singola realtà regionale ma sarebbe al tempo stesso inutile.