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Pnrr, mancano coordinamento delle Regioni e reti istituzionali

Roberto Garofoli

A partire da Roberto Garofoli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, meglio tenuto conto della sua minuziosa relazione sul Pnrr del 26 maggio scorso, si ricava il grande sforzo fatto dal Governo nel tirare le briglie dell’efficienza ai propri apparati e al sistema autonomistico territoriale. Non solo. Con le riforme si è iniziata una nuova era: con quella della giustizia e con l’imminente approvazione definitiva da perfezionare alla Camera del Ddl sulla concorrenza – al di là delle seppure legittime critiche sulla prima e degli scontenti anche diffusi sulla seconda – Mario Draghi sta dando prova del rispetto dei propri impegni da assolvere entro il prossimo 30 giugno. I settori di intervento sono numerosi proprio perché le debolezze strutturali sono innumerevoli e causa dell’arretramento del sistema economico e produttivo del Paese intero, accentuato nel Sud.

OCCORRE PIÙ CHE UNA SPERANZA
I nodi da sciogliere sono tuttavia due: a) se quanto sino a oggi programmato sia sufficiente a trasformare radicalmente il Paese, nel senso di essere capace a rivoltarlo come il classico «calzino, a tal punto da farlo divenire quella realtà garante dei diritti di cittadinanza che occorre per competere in un mercato globalizzato; b) se tutto ciò sarà realizzato nei modi, si spera diversi dai soliti quanto a qualità dei manufatti, e nei tempi scanditi dall’Unione europea, cui sono condizionate le rimesse di quattrini secondo la sancita regola dei cosiddetti stati di avanzamento. Certo, sui programmi si poteva fare meglio a livello centrale, che optare per la realizzazione di progetti al 95% vintage, risalenti alla delibera Cipe n. 121 del 21 dicembre 2001. Ma si sa, nel Paese della creatività geniale nell’esercizio delle arti il piatto della politica è quasi sempre vuoto in termini di progettualità attualizzata anche per colpa della burocrazia paga del conservatorismo che gli assicura la permanenza sul podio di chi conta nell’elaborato quotidiano.

LA REGIONI TROPPO EMARGINATE
In un sistema progettuale e realizzativo così come è stato deciso, che vede le Regioni esclusivamente impegnate direttamente nella riorganizzazione della sanità prevalentemente territoriale, a rendersi parti attive sono stati, sia in termini di programmazione che di realizzazione, l’Autorità centrale e gli enti locali, rispettivamente attraverso specifici soggetti attuatori ovvero direttamente. Un modo di procedere, questo, che ha tuttavia registrato una non condivisione generale sul piano non solo metodologico, ma per come posizionato e disciplinato a livello di governo territoriale.

IL GOVERNO OK
Quanto all’attività governativa, la previsione di progetti implementativi di quelli ritenuti già utili da tempo hanno ben caratterizzato l’intervento trasformativo, soprattutto in termini di tutela della salute, di cultura e università, di infrastrutture portanti, di transizione ecologica e di digitalizzazione. Il tutto, completando un quadro degli investimenti sufficientemente trasformativo del Paese, verosimilmente satisfattivo delle esigenze sociali emerse soprattutto nella terribile esperienza pandemica e delle criticità vissute a seguito della ricorrente trascuratezza nei confronti degli ambiti vitali e funzionali a generare ripresa economica. Ciò nonostante si siano trascurati interventi pesanti di carattere strutturale a favore del Mezzogiorno, specie in difesa e in investimenti produttivi sulle bellezze naturali, tali da farle divenire veramente attrattive di un turismo che è tutto da ricostruire negli anni a venire, attesa la consistente perdita dell’afflusso turistico russo. Per esempio, la programmazione e realizzazione di una unica rete fognaria per tutto il Sud, con depurazione di qualità a seguito, avrebbe sistemato definitivamente la qualità delle acque marine, nei cui confronti è davvero difficile fare la guerra alle piene di coliformi fecali, liberamente «turisti» da una regione all’altra a partire da sud di Roma.

GLI ENTI LOCALI, I SOLITI
Relativamente all’attività programmatoria e realizzativa delegata agli enti locali, le risorse assegnate hanno prevalentemente lo scopo di migliorare l’esistente, in quanto tali risultano essere di tipo manutentivo e non già trasformativo del loro essere motori dello sviluppo del territorio complessivamente. Al riguardo, mancano sino ad oggi previsioni utili allo sviluppo coordinato delle regioni nella loro complessità e la creazione di reti istituzionali, indispensabili per la generazione di iniziative che arricchiscano i comuni e le città metropolitane di beni e servizi che permutino la voglia dei giovani di fuggire altrove con quella di rimanere nella loro terra ove intravedere il loro migliore futuro. Insomma, per un Mezzogiorno che vinca (finalmente) necessita trovare il modo per coniugare l’amore per le radici con le occasioni di progresso.