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L’analisi del voto non può che partire dall’astensione

Claudio Signorile

Dopo aver sacrificato, come ogni volta,al mantra sulla diversità fra elezioni amministrative ed elezioni politiche, tentiamo di spiegare perché questa volta è particolarmente vero. Perché la grande maggioranza dei voti espressi sono voti alla persona i, quindi preferenziali: non voti di orientamento o di tendenza. L’elettore è stato portato al voto dal candidato e dalla sua organizzazione; assai meno dalle formazioni politiche o dai gruppi di pressione.

Il livello così alto di astensione si spiega anche così, e costringe a riflettere su una nuova stagione di politicizzazione di massa diffusa ed organizzata, capace di riproporre valori di riferimento e contenuti di missione. È comprensibile che si cerchi di dare significati politici ai voti espressi: Calenda o Renzi vogliono valorizzare il nuovo centro; o Letta la tenuta del PD; o Giorgia Meloni la crescita di FdI, eccetera. Ma se si leggono analiticamente i risultati, si vede per esempio che a Palermo i voti del raggruppamento di Calenda sono i voti di Ferrandelli, già da diversi anni sulla piazza; a Taranto i voti sono di Lonoce, Bitetti, eccetera; a Parma sono di Pizzarotti, eccetera. Le elezioni amministrative non sono state un messaggio politico positivo, ma una ricollocazione dei voti personali in schieramenti ed alleanze nuove o in continuità. La metà degli elettori non va a votare perché non ha le motivazioni per farlo: non ha il candidato di riferimento; non ha la convinzione di tendenza. Le tendenze attuali, che compongono il quadro politico, hanno perso la loro spinta propulsiva, sia valoriale che organizzativa. In queste condizioni, tentare una analisi politica del voto amministrativo, in vista delle elezioni del 2023, significa condannarsi alla banalità ed all’incomprensione. Per queste ragioni una lettura del quadro politico in movimento non si può fare seguendo i confusi percorsi dei partiti, alla ricerca di giustificazioni ed alleanze.

Possiamo cambiare la formula (campo grande; centro sinistra; nuovo centro; centro destra), non cambiano i componenti; si possono cercare metodi nuovi di aggregazione e identità, non si sfonda il muro dell’indifferenza e della disaffezione. Ci sembra necessario mettere al centro di ogni analisi della evoluzione del quadro politico, la massiccia astensione dal voto, che è sintomo di malessere civile ed autentica condizione di crisi della democrazia. Se da un lato non ci si può sottrarre da una lettura delle vicende politiche dei partiti e dei movimenti di opinione, ricavando le considerazioni di cambiamento e di diretta interlocuzione, il vero processo di Ri politicizzazione di massa, capace di coinvolgere la maggioranza del paese, deve avvenire sull’astensionismo come fenomeno civile, culturale, morale, e quindi politico. Naturalmente questo richiede un linguaggio diverso, nuovi contenuti, una organizzazione diffusa e mirata all’individuo sociale ed alla solidarietà di gruppo. Uno siamo noi: deve essere questo il nuovo messaggio di adesione. Mantenere i grandi valori che hanno costruito la civiltà occidentale: la libertà; i diritti; la solidarietà; la fratellanza; ed oggi la sopravvivenza, nuovo valore che riguarda la persona e l’ambiente, la vita quotidiana e le strategie mondiali, le nuove generazioni.

Ma in questo quadro di valori, sviluppare nel processo di politicizzazione, i contenuti: le scelte di sistema, e gli obiettivi di programma; la lotta contro le povertà e le malattie; le diseguaglianze; le ignoranze; la decrescita. Questo processo di Ri politicizzazione deve partire dal basso: dalle comunità e dal territorio. Dalle esperienze civiche; sociali; ecologiste; educative; sindacali; federative; meridionaliste; culturali. Da quel sistema di realtà che in modo disperso e discontinuo, avverte questa esigenza di rinascita civile e politica e si sforza di dare risposte concrete. Si deve avanzare a tutti questi soggetti protagonisti dispersi, una proposta federativa, ben chiara nei suoi obiettivi e pluralista nella sua organizzazione. Politicizzare non vuol dire partiticizzare: è il passo decisivo per uscire da una spirale negativa nella quale entra in crisi la democrazia. La lezione politica che dobbiamo ricavare da questo voto, è che se siamo fermi siamo destinati a scomparire.