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La disfatta elettorale del centrodestra è un problema per Taranto

Partiti e coalizione inesistenti. Dopo Di Bello e Franzoso il buio e ora prevalgono solo i padroncini del voto. Così non si realizza l’alternanza
Walter Musillo

Il modo peggiore di analizzare la disfatta del centrodestra alle elezioni comunali è quello di trasformare Walter Musillo nel capro espiatorio della sconfitta. Il candidato sindaco, doppiato nei voti da Rinaldo Melucci, sicuramente ha pagato certi suoi limiti: uno politico, quello cioè di essere sostanzialmente una figura di centrosinistra che non ha invogliato al voto una parte di elettori di centrodestra; l’altro di popolarità, non essendo conosciuto ai più e per giunta dovendo scontare la grave partenza in ritardo della propria campagna elettorale.

Ma ciò detto, non può sfuggire che Musillo sia stata la parte terminale di un percorso farraginoso, deludente e persino autolesionistico. Riavvolgiamo il nastro e andiamo a quella notte di novembre con le firme dei diciassette: consiglio comunale sciolto e Melucci mandato al tappeto. Un’azione fulminea che si pensava celasse una strategia di più ampio respiro che non fosse solo quella di disarcionare il sindaco ora rieletto. Da quella notte, invece, sono trascorsi tre mesi di estenuanti rallentamenti e veti incrociati prima di arrivare alla scelta di Musillo. Tre mesi nei quali Rinaldo Melucci ha avuto la forza di rialzarsi e preparare la rimonta, riuscendo, con l’appoggio determinante di Michele Emiliano e delle altre forze di centrosinistra, a coagulare intorno a sé una coalizione sufficientemente coesa per vincere le elezioni. Il centrodestra invece ha cincischiato, senza mai dare l’impressione di essere una squadra all’altezza della partita.

Problema di oggi? No. Esauritasi la stagione politica di Rossana Di Bello e venuto a mancare un riferimento solido e autorevole come Pietro Franzoso, il centrodestra non è esistito più. Ha collezionato sconfitte su sconfitte e non è mai riuscito a trovare un leader né a elaborare un progetto di città da proporre agli elettori. Niente di tutto ciò. Partiti inesistenti sul territorio e padroncini che in questi anni si sono limitati a gestire proprie fette di elettorato ad esclusivo uso personale senza mai preoccuparsi di costruire una visione di ampio respiro. Pur sorvolando sui “si dice” e sui retropensieri che hanno accompagnato la imbarazzante sconfitta del 12 giugno, resta una considerazione da fare: l’autoannientamento del centrodestra non è solo un problema di coalizione o di schieramento. Questo è un problema per Taranto nel suo complesso. Se da quindici anni non si riesce a costruire una alternativa allo strapotere del centrosinistra, viene a mancare il presupposto per dare vita a quel principio di alternanza che dovrebbe essere la linfa della democrazia.

Costruire l’alternativa per realizzare l’alternanza dovrebbe essere un imperativo per evitare che lunghi anni di strapotere possano produrre incrostazioni, opacità e oligopoli nella gestione della cosa pubblica. Certo, se a Taranto il centrodestra – del quale come coalizione negli anni non si è nemmeno percepita l’esistenza come opposizione, fatta salva qualche solitaria iniziativa di singoli consiglieri comunali – non è in grado di autorigenerarsi, allora dovranno essere gli altri livelli, regionale e nazionale, a muoversi per restituire credibilità a forze politiche oggi a brandelli. Si può accettare che un intero schieramento politico abbandoni a se stessa la terza città del Mezzogiorno (Sicilia esclusa), una delle più grandi e strategiche realtà industriali italiane, sulla quale peraltro vengono annunciate abbondanti piogge di euro per la sua cosiddetta transizione ecologica? No, non è ammissibile. Così come non è accettabile che la leader della forza politica che nel prossimo parlamento potrebbe risultare il partito di maggioranza relativa, arrivi a snobbare in modo così eclatante e sprezzante il candidato sindaco della propria coalizione. Il misero risultato ottenuto dal suo partito – rispetto alle attese nazionali – non è poi frutto del caso. Musillo, allora, è solo l’ultimo anello di una catena di errori, sottovalutazioni, disorganizzazione strutturale e, forse soprattutto, di modeste logiche di bottega.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile