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La svolta di Di Maio nata a Taranto

Il 9 febbraio 2018 al teatro Orfeo le parole sull’Ilva «che deve continuare a dare posti di lavoro» furono il primo esercizio di realpolitik del futuro ministro degli Esteri
Luigi Di Maio

La notizia dell’addio di Luigi Di Maio e dei suoi colonnelli al Movimento Cinquestelle sta monopolizzando le cronache politiche – e non potrebbe essere altrimenti, viste le ripercussioni. I pentastellati non sono più il maggiore gruppo parlamentare in questa legislatura al tramonto; e soprattutto la forza che avrebbe dovuto cambiare la politica italiana perde il più iconico dei suoi frontmen. Il traumatico divorzio del ministro degli Esteri dal movimento di cui è stato candidato premier alle Politiche del 2018 (cinque anni, ma sembra un secolo) viene da lontano, al di là delle tensioni sempre più forti degli ultimi giorni con Giuseppe Conte, nuovo leader del Movimento.

Se si vuole trovare una data e un luogo in cui tutto è iniziato, forse si può tornare indietro al 9 febbraio 2018. A Taranto, dove negli ultimi trent’anni i fenomeni politici spesso si manifestano prima che altrove. Quel giorno si è spezzato qualcosa tra il volto pulito del movimento del Vaffa ed il popolo a cinque stelle che l’aveva accolto adorante. «Per quanto mi riguarda e per quanto riguarda il Movimento, l’Ilva è una realtà che deve continuare a dare posti di lavoro e ne deve dare più di quanti ne sta già dando». Altro che il mantra della chiusura recitato costantemente dagli accoliti tarantini del grillismo. E’ finita quel giorno, brutalmente, l’Età dell’innocenza a cinque stelle. Nell’incontro preelettorale organizzato in un teatro Orfeo gremito Di Maio, dietro la faccia, i modi, l’atteggiamento del bravo-ragazzo-idealista (mentre Di Battista recitava il ruolo del ribelle-arrogantello-ma-col-cuore-grande) ha mostrato di non avere scupoli a praticare l’arte della realpolitik. Quanto accaduto in questi giorni, ed in queste ore, pare l’evoluzione compiuta del percorso che l’ex vicepremier ha imboccato in quella serata tarantina, un venerdì d’inizio febbraio. Se bisogna cambiare per non morire, come canta Fiorella Mannoia – una pentita del culto grillino – Di Maio di morire non ha proprio intenzione.

E allora sì all’alleanza con la Lega, con il Pd (il «Partito di Bibbiano», ipse dixit), al governo del banchiere tecnocrate euroinomane (copyright grillini sul web) Mario Draghi, all’atlantismo spinto, all’europeismo che neppure Altiero Spinelli, all’invio di «armi, armi, armi» come chiesto dal governo ucraino. Ma prima di ogni cosa venne un no: no alla chiusura dell’Ilva. Come ribadito in tutti i modi possibili del resto anche dal Di Maio versione ministro dello Sviluppo Economico. Che poi, Taranto ha anticipato la frantumazione grillina in tempi remoti. Negli annali della politica trovano spazio i primi transfughi della storia del M5s, i tarantini Alessandro Furnari e Vincenza Labriola, che il 6 giugno 2013 lasciarono il non partito. Furnari – non si offenderà se diciamo che non ha lasciato un segno indelebile nel panorama politico – si è poi ritirato a vita privata alla fine della scorsa legislatura. Labriola invece ha trovato rifugio tra le braccia di Forza Italia con il partito di Silvio Berlusconi (resta agli atti lo «psiconano» con cui l’apostrofava Grillo) che l’ha ricandidata facendole ottenere un secondo mandato parlamentare.

E poi c’è stata l’opa del Comitato Liberi e Pensanti in occasione delle Amministrative 2017, e ancora gli abbandoni dell’eurodeputata Rosa D’Amato e dei parlamentari dell’attuale legislatura Giovanni Vianello, Alessandra Ermellino e Rosalba De Giorgi. Gianpaolo Cassese, deputato, segue Di Maio mentre resta fedele al M5s Mario Turco, senatore, uomo di fiducia di Giuseppe Conte di cui è stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo con il Pd. Ora è tra i vicepresidenti del Movimento orfano di Di Maio. «Oggi il Movimento 5 Stelle si sveglia più snello ma con una grande consapevolezza: chi ha provato a fermare il nostro divenire, adesso, avrà tutto il tempo di inciampare sulle sue contraddizioni. Ora che conosciamo “i nomi e i cognomi”, siamo ancora più fiduciosi in Giuseppe Conte» ha twittato Turco nel day after pentastellato.