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No all’autonomia rafforzata

L'Italia vista dal satellite

C’è un problema di unità nazionale, perché non basta essere geograficamente uniti per essere popolo e nazione che si percepiscono come tali. Ne erano coscienti gli stessi autori dell’unità nazionale: è nota la frase di Massimo d’Azeglio “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. In realtà la sensazione/convinzione che il Risorgimento sia restato un processo incompiuto e che gli italiani, al di là di alcuni simboli, non si sentano un popolo con un destino comune ha accompagnato tutta la storia unitaria. Col tempo alle vecchie ragioni se ne sono aggiunte altre, ed è stato sempre un arrancare per riconoscersi. Una sensazione palpabile ancora in occasione del 150.mo dell’Unità d’Italia, nel 2011, e che torna attuale ogni volta che si rammenta o si celebra un evento/snodo della storia nazionale. Accadrà, si può immaginare, anche il prossimo 28 ottobre, quando saranno cento anni dalla Marcia su Roma, l’evento che determinò l’ascesa al potere di Benito Mussolini e l’inizio del percorso verso il regime fascista. In tale occasione si imporrà ancora una riflessione sulla storia nazionale.

Ma siamo in grado di raccontare una storia nazionale come storia in cui tutti ci riconosciamo? Difficile, mi pare. La classe dirigente liberale aveva fatto l’Unità ma non era riuscita ad unire il Paese nemmeno nel segno dei vincitori. Il fascismo a sua volta non solo non unì, ma mantenne le vecchie divisioni e ne introdusse di nuove. La Repubblica poi, se ha permesso in generale una poderosa crescita del Paese,non si può dire che sul piano dell’unità abbia saputo fare molto meglio. Ora però siamo al dunque della storia. Siamo entrati in una fase particolare, di passaggio, segnata dall’interdipendenza dei problemi e dalle sfide nuove che non si possono affrontare con la testa vecchia.Tre cigni neri arrivati quasi in contemporanea –crisi ambientale, pandemia, guerra – ci parlano non più dell’urgenza di aggiustamenti ma di una metamorfosi del mondo, e pongono a tutti, tra i primi a noi italiani, le domande di fondo.

Dunque: come ci attrezziamo per starci dentro senza ricacciare indietro faticose conquiste di civiltà e assumendoci le responsabilità di paese europeoe occidentale, autonomo, libero e democratico? Ci sono le urgenze della politica e il presente che incalza, ma la prima urgenza èproprio l’uscita dall’urgenza. Dunque bisogna ragionare oggi, nell’emergenza, su un coraggioso progetto di cambiamento strutturale, un processo accelerato di modernizzazione. D’altronde solo così si può pensare di sintonizzarci con l’Europa. C’è insomma un problema di cambiamento di ottica e siamo in uno di quei momentiin cui o si cambia o si perde il contatto con la storia. A me pare che il tema centrale che la politica dovrebbe affrontare sia la semplificazione istituzionale. Il sistema regionale e delle autonomie locali sono sistemi palesemente inadeguati a fronteggiare i nuovi compiti delle interconnessioni tra i problemi, come dimostrano gli affanni, le inefficienze, spesso lo stato confusionale, di fronte alla pandemia e ai compiti di spesa intelligente e produttiva del PNRR. La risposta non può essere l’autonomia rafforzata, che anzi si caratterizza come il congelamento di squilibri vecchi e nuovi, non solo di infrastrutturee di livelli di sviluppo tra le diverse parti del Paese ma di concezione e pratica del potere.

Si potrebbe forse dire che il centralismo statale ormai da tempo trasferito anche nel livello regionale si potrebbe irrigidire in una costellazione di piccole baronie, il contrario di ciò di cui abbiamo bisogno.Il punto di attacco politico, la sfida di una modernizzazione di sistema, può essere inveceun disegno di riforma dello stato in senso federale con la creazione di tre macroregioni: Nord, Centro e Sud. Uno shock politico, come lo fu a suo tempo l’Italia tripartita teorizzata da Gianfranco Miglio. È in questo quadro che si pone anche la questione dell’Italia Centrale, che in verità è più appropriato chiamare Italia Mediana proprio perché evocativa di una funzione storica sempre svolta e mai valorizzata. Una definizione evocativanon solo di una funzione geografica di cerniera tra nord sviluppato e sud perennemente in affanno, ma di crogiuolo di esperienze che, per essere questa una terra di passaggio e congiunzione, sintetizzano elementi diversi e trasmettono meglio di altre un bisogno di unità creativa. Ma come si pone oggi il problema dell’Italia Mediana? Innanzitutto si pone come esistenza del problema, che è di natura culturale e politica, problema sostanzialmente assente sia nel dibattito pubblico che nelle strategie politiche locali e nazionali. Mentre il Nord ha una sua fisionomia di area moderna agganciata all’Europa e il Sud di un’area sísegnata da vecchi e nuovi ritardi nel processo di modernizzazione ma anche caratterizzata dalla capacità di porsi come ponte mediterraneo dell’Europa, l’Italia Mediana non esiste nemmeno come idea, tanto meno come problema. Ed è una stranezza, non solo perché qui c’è la capitale, che è di per sé un grande e particolare problema di modernizzazione con riflessi generali, ma perché anche da qui passa la ricerca di strategie di sviluppo che assicurino unità e stabilità.

Un anno fa hanno avuto il merito di sollevare il tema dell’esistenza dell’Italia Centrale e della sua modernizzazione i ricercatori dell’AUR (Agenzia Umbria Ricerche) e il sociologo Luca Diotallevi. L’AUR lo ha posto chiedendosi fin dove si voleva che si estendesse la ripresa europea dopo la pandemia, se sopra o sotto al Po, per fermare i processi di degrado in atto.Insomma, il Centro come problema geostrategico europeo e globale. Si tratta, dice AUR, di ripartire dalle città. Diotallevi a sua volta lo ha posto come occasione offerta dal PNRR di modernizzare le infrastrutture della mobilità necessarie allo sviluppo come collegamento e rilancio dei sistemi urbani. Si tratta anche per lui di ripartire dalla città e dai sindaci. Queste posizioni contengono elementi di concretezza e di verità, ma non aggrediscono quella che a me pare essere la questione centrale, che è di introdurre nel dibattito politico il tema dell’esistenza di un’Italia Mediana ponendolo all’interno di una riforma strategica dello stato in senso federalemacroregionale. C’è bisogno che questo diventi un problema politico di primo piano. Chi se lo intesterà come scelta trainante di programma si intesterà la vera battaglia della modernizzazione italiana.