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Per l’Italia e l’Europa è di importanza immediata

Vertice tra i leader europei

Il Consiglio europeo ha riconosciuto a Ucraina e Moldavia lo statuto di candidati all’adesione all’Ue e il Summit del G7 in Germania s’è chiuso rinnovando l’impegno dei Grandi a rimanere al fianco dell’Ucraina “fin quando sarà necessario” ed a fornirle le armi di cui ha bisogno e ad aiutarla nella ricostruzione; c’è la volontà di rendersi indipendenti dall’energia della Russia e di sventare una guerra del grano a spese del Terzo Mondo.

Una serie di vertici quasi ininterrotti Unione Europea, G7, Nato hanno fissato alcuni punti fondamentali e indicato un futuro per l’articolato fronte delle liberal-democrazie. A Madrid, l’Alleanza ha varato la nuova versione del suo ‘concetto strategico’, che individua nella Russia “la principale minaccia alla sicurezza atlantica” e che per la prima volta indica la Cina come “fonte di preoccupazione”. Pechino ha organizzato la sua risposta ai vertici occidentali riunendo virtualmente i leader dei Brics – Cina, Russia, Brasile, SudAfrica e India: per Xi Jinping, presidente cinese, è stata l’occasione per predicare “l’autentico multilateralismo”, sollecitare l’abbandono della “mentalità da Guerra Fredda” e ribadire d’essere contro “le sanzioni unilaterali”.

In Medio Oriente e in Africa c’è anche la Cina, il nostro nemico/ competitor, eventualmente socio del secolo. La sua presenza è economica ed è energetica nei paesi dove esistono gli idrocarburi, non politico-militare. Ue, G7 e Nato hanno compiuto passi importanti per contrastare la penetrazione cinese oltre l’Indo-Pacifico. I vertici di questi giorni hanno svelato un paradosso: grazie alla guerra in Ucraina siamo più compatti e determinati di prima. Ma è lo stesso conflitto che, se continuerà, avrà l’effetto di dividerci di nuovo. “È venuto il tempo per la Nato di muoversi verso un cessate il fuoco e un finale diplomatico” È necessario per salvaguardare la solidarietà transatlantica. Più dell’aggressività imperiale di Putin, le grandi minacce da cui guardarsi, sono due. C’è l’instabilità politica all’interno dei paesi membri del fronte democratico: la profonda spaccatura politica negli Stati Uniti; le debolezze dei governi europei, populismi e sovranismi che possono rompere l’unità transatlantica. E c’è la Cina: prima si chiude la guerra in Ucraina, prima concentreremo attenzione e risorse alla sfida del secolo nell’Indo-Pacifico.

Al vertice di Madrid dell’Alleanza Atlantica può essere sembrata una stonatura la stretta di mano fra Joe Biden e Recep Erdogan. Erdogan ha comprato sistemi d’arma dai russi, ha ambizioni ottomane in una sfera geografica lontana da quella tradizionale della Nato, il suo regime ha forti tendenze autoritarie. Ma ha la seconda forza militare più vasta dell’Alleanza Atlantica; ha mantenuto un dialogo con Putin che gli altri membri si sono rifiutati di avere, dopo l’Ucraina. Il ruolo di Erdogan è importante quanto quello saudita lo è per calmierare il prezzo degli idrocarburi. Pur essendo un alleato ‘scomodo’ la Turchia è soprattutto un partner importante. Dal ‘ricatto’ sui migranti, all’eterna questione del Mediterraneo Orientale fino alla minaccia di apporre il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, il presidente Erdogan è alfiere di una politica estera spregiudicata ma, spesso, vincente. Nell’ultimo vertice Nato di Madrid, il leader turco è riuscito a ottenere, senza troppo clamore, che in cambio di un suo ‘sì’, Helsinki e Stoccolma promettessero di non prestare più sostegno ai leader curdi che Ankara considera ‘terroristi’.

Come se non bastasse ha obbligato gli Stati Uniti a ritornare sulla decisione di non vendere alla Turchia 40 caccia F16, bloccati dopo che Ankara aveva acquistato dalla Russia il sistema antimissile S400. Il presidente Mario Draghi ha incontrato Recep Tayyip Erdogan con il quale ha affrontato temi diversi, dall’energia alla crisi alimentare, al conflitto in Ucraina e la crisi in Libia, dopo lo scoppio di una guerra che ha riportato la Turchia al centro della diplomazia internazionale. Ma non c’è stata solo la guerra in Ucraina al centro dei colloqui svoltisi ad Ankara. La delegazione italiana ha firmato accordi e protocolli d’intesa in ambiti diversi: dalla cooperazione in materia di esteri e difesa e lo sviluppo sostenibile al sostegno alle micro, piccole e medie imprese. Nel Nord Africa la Turchia è uno degli unici due governi (l’altro è la Russia) militarmente presenti; tanto basta a farne un attore chiave con cui la relazione, a tratti burrascosa, è tuttavia necessaria. Il più riottoso tra i membri Nato e candidato all’Unione europea, è il primo partner per l’Italia in Medio Oriente e Nord Africa. Si crede spesso che questi viaggi, questi colloqui, siano momenti di simpatia quando invece sono solo passaggi finali di trattative lunghissime, accordi laboriosi, intese economiche Nel 2021, l’interscambio tra i due paesi si è attestato a 19,4 miliardi di euro, mentre le esportazioni italiane nel paese equivalgono a 9,5 miliardi. Inoltre, gli investimenti diretti italiani in Turchia ammontano a circa 6 miliardi di dollari e, dati del Ministero del Commercio turco alla mano, le aziende italiane presenti nel paese sono oltre 1500.

Ankara è anche un importante partner energetico per l’Italia: il gasdotto Tanap (Trans-Anatolian Pipeline), che successivamente si collega con la Tap, rappresenta la terza rotta di approvvigionamento di gas per il nostro paese dopo quelle provenienti da Algeria e Russia. Sul piano internazionale poi, la Turchia è il paese che finora sta portando avanti la mediazione più credibile tra Russia e Ucraina, capace – si spera – di sbloccare il grano fermo nel porto di Odessa. Mentre in Libia sostiene il governo di Tripoli, in aperto contrasto con Mosca che appoggia il generale Haftar in Cirenaica. Tensioni che alimentano l’instabilità nel paese, con effetti diretti anche per l’Italia, che riesce ad importare dalla Libia appena un quarto del gas di cui avrebbe bisogno. La vera trattativa sull’ammissione di Svezia e Finlandia non è stata fra Turchia e i due paesi scandinavi, ma fra Turchia e Stati Uniti: sulle ambizioni di Ankara nel Nord della Siria, in Libia, a Cipro con il suo gas. In un certo senso Recep Erdogan ha ricordato alla Nato che c’è sempre un fronte Sud cui badare: che, tra l’altro, per l’Italia è di un’importanza strategica immediata, superiore all’Ucraina. Un fronte che non è solo lungo il Mediterraneo ma penetra fino alle fragili repubbliche del Sahel, dove la lotta al terrorismo islamico è lontana da una vittoria. E forse non è casuale che anche in Siria, Libia e nel Sahel ci si debba confrontare con la presenza militare e politica russa. Come in Ucraina.