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Il regionalismo repubblicano è comunitario

Macché regionalismo differenziato
Il Mezzogiorno

Ancora una volta, alla fine della legislatura, il ‘combinato disposto’ delle tre ‘sorelle’ del Centro-Nord (Veneto, Lombardia, EmiliaRomagna) -alle quali da ultimo si sono aggregate le regioni Liguria, Piemonte e Toscana- con il dipartimento per gli affari regionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha tirato fuori, con modalità riservate e quasi segrete, il progetto di passare subito al regionalismo differenziato secondo quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Secondo la giustificazione avanzata da quello che ormai si può considerare un vero e proprio coordinamento delle regioni del Nord, la ragione di tale accelerazione deriva dall’accentuarsi delle crisi che in questi ultimi tempi si sono registrate in settori strategici della vita sociale nazionale come la sanità e le energie dove la governance ha raggiunto punte di confusività e conflittualità con lo stato veramente preoccupanti. Ora che, sulla base di una tale idea di attuazione dell’autonomia, come ha scritto Massimo Villone (in la Repubblica Napoli del 23 giugno 2022, pag. 14), si finisca per incamminarsi “verso un separatismo soft” non solo non è percepito come un pericolo ma è considerato come il solito grido allarmistico di una cultura e della politica piagnona del Mezzogiorno! Per i presidenti di tali regioni ed anche per quello della regione Friuli-Venezia Giulia presente all’incontro che a suo tempo (il giorno 22 giugno 2022) si è svolto con la ministra Mariastella Gelmini per mettere a punto il testo del ddl-quadro che dovrebbe regolarne il procedimento d’attuazione, infatti, questa forma di autonomia rafforzata è un semplice fatto di efficientamento dell’esercizio delle funzioni regionali. Non anche e soprattutto il tentativo di ancorare all’attuale “spesa storica”, sostenuta dalle amministrazioni statali, le risorse finanziarie umane e strumentali necessarie all’esercizio da parte delle regioni delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.

Naturalmente, per cristallizzarla nella sua disparità rispetto alle regioni del Centro-sud (Per avere un’idea del divario che si sancirebbe, basta considerare che la città di Reggio Emilia con 171 mila abitanti attualmente spende per istruzione e cultura rispettivamente 28 e 21 milioni di euro mentre la città di Reggio Calabria con 180 mila ab. ne impiega appena 9 e 4.) almeno fino alla definizione dei fabbisogni e dei costi standard che, a regime, dovrebbero poi costituire il nuovo criterio di calcolo. Solo che è del tutto utopistico pensare che in uno o anche due/ tre anni si riesca a fare ciò che non si è fatto in ben 21 anni dall’introduzione in Costituzione della norma riguardante la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Sicché, viene difficile non concludere che ancora una volta siamo di fronte al vecchio tentativo delle regioni più ricche del Paese di risolvere le loro crescenti difficoltà competitive rispetto alle regioni del centro Europa con l’abbandono della solidarietà verso quelle del Sud Italia e pazienza se questo mette a rischio la coesione e l’unità nazionale.

Del resto, sia a livello di opinione pubblica che di classi dirigenti regionali e nazionali fa ancora molta fatica ad affermarsi l’idea – come ha detto recentemente Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria – che, “senza una ripresa del Sud, l’Italia non ce la farà a riprendere un cammino stabile di crescita” e quindi che il regionalismo competitivo sempre più sbandierato dalle regioni settentrionali è un errore clamoroso che penalizza non solo il nostro Paese ma l’intera Europa. La quale da tempo, invece, si è resa conto di ciò e per questo con il Next Generation EU ha riconosciuto all’Italia una tale massa di risorse che senza questa giustificazione risulterebbero incomprensibili. Risorse, però, che se non saranno naturalmente impiegate senza un apprezzabile tentativo di creare un nuovo spirito nazionale, nel dialogo tra Sud e Nord, e non metteranno in campo un altro tipo di connessione, di idee, di propositi, di serietà progettuale, di voglia di conquistare assieme il futuro, potranno essere con facilità revocate negandoci le ultime rate dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Siamo di fronte insomma – come ha ricordato Adriano Giannola nel recente convegno di Maratea organizzato dalle Fondazioni Nitti e Merita – alla grande contraddizione che potrebbe drammaticamente esplodere tra gli obbiettivi del Piano e la pretesa di autonomia differenziata delle regioni del Nord. Altro, dunque, che vagheggiamenti di un “Mezzogiorno piattaforma europea del Mediterraneo!”. Ma questa dell’autonomia differenziata e, soprattutto, del modo di declinarla delle regioni del Nord e delle forze politiche che ad essa fanno riferimento non è l’unica modalità di interpretare il regionalismo!

Che dalle univoche indicazioni che derivano dagli artt. 2 e 3, dall’art. 5, dagli artt. 116 e 117 e dall’art. 119 della Costituzione riceve invece una fisionomia completamente diversa. E non come genericamente la si indica: collaborativa, cooperativa, di stampo solidale. Ma come più specificamente si deve precisare di tipo complementare, integrativa, comunitaria. Cosa di cui dovremmo cercare tutti di capirne il significato! Perché è qui il focus dell’intera quistione del regionalismo repubblicano. Che finora non è stata adeguatamente colta. E cioè che essa è il modo paritario di organizzare e strutturare i territori e le comunità per assicurarne una governance condivisa e pienamente funzionale: 1) al perseguimento dell’eguaglianza nell’approntamento e fruizione dei servizi; 2) alla garanzia delle libertà individuali e collettive nell’esercizio delle attività sociali ed economiche; 3) al confronto ed alla partecipazione delle diverse soggettività nelle decisioni che si devono assumere solidalmente. E tutto ciò non a seguito di una generica scelta ideologica o politica ma secondo le modalità di attuazione di una precisa norma costituzionale introdotta dalla riforma del Titolo V della Costituzione con la legge cost. 3 del 2001 all’art. 117, ottavo comma. Dove, addirittura senza alcun intervento né meno a posteriori dello stato, è previsto che più regioni “per il migliore esercizio delle loro funzioni” possano concludere delle intese fra loro “anche con la individuazione di organi comuni”. Queste intese, logicamente, poi devono essere ratificate dalle leggi delle suddette regioni ma non richiedono, come detto, alcun intervento confermativo da parte dello stato che nell’ordinamento comunitario della Repubblica non può pretendere chiaramente di svolgere alcun ruolo di indirizzo rispetto al modo autonomo di esercitare le proprie funzioni da parte delle regioni.

È, insomma, l’applicazione del regionalismo repubblicano che è veramente paritario (v. art. 114 Cost.) e non ha bisogno dello stato se non come ente funzionale al raggiungimento delle finalità e degli obbiettivi stabiliti dalla Costituzione. Lo ha compreso perfettamente tutto ciò il movimento Mezzogiorno Federato (MF) che si batte per la federalizzazione del Sud attraverso un processo di intese tra le varie regioni che dovrebbe portare ad un vero e proprio cambio di sistema con la costruzione anche di una organizzazione comune al fine di programmare e gestire gli interventi che l’esercizio delle funzioni proprie delle regioni richiedono. E lo dovrebbero capire ancor meglio le regioni del Nord (e del resto del Paese) che, sulla base dell’inequivocabile modello di regionalismo previsto dalla Costituzione, non possono pensare di ottenere e gestire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in ‘materie’ di competenza dello stato per incrementare ulteriormente i propri egoismi finanziari e di potere. Ma semmai per ottenere maggiori autonomie in settori statali dove porre in essere una forma di governance comunitaria che ne rafforzi l’adeguatezza, l’organicità e la efficienza degli interventi e della loro attuazione. Del resto, questo è quanto alcune, se non tutte, queste regioni hanno cominciato a fare aderendo alle due macroregioni europee che si sono costituite nell’area geografica dell’Adriatico e dello Jonio ed in quella delle Alpi. Così ancorando il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una condizione effettivamente diversa e propria del territorio e delle comunità interessate, senza ledere l’interesse proprio delle altre regioni. Insomma, il regionalismo comunitario non è un voler tagliare le ali alla potenzialità espansiva delle regioni del Nord ma il bloccare lo spazio ai loro egoismi regionali contrari al bene comune del Paese e protesi ad un sostanziale stravolgimento del modello costituzionale.

Per il resto si tratta, poi, non solo di fornire alle regioni del Mezzogiorno gli strumenti adeguati per aiutarle a fermare lo rovinoso scivolamento del loro modo di essere verso enti di gestione ed a indirizzare la propria azione verso la formazione di progetti strategici di sviluppo comune e di regolazione normativa della società ma anche di aiutare tutte le altre regioni ad avviare un progressivo processo di decentramento del loro potere unitario verso comuni e città metropolitane certamente più prossimi alle varie realtà territoriali e delle comunità. Questo della dimensione istituzionale locale, infatti, è l’altro fondamentale profilo che le regioni devono recuperare nella prospettiva di una multilevel governance ancorata ai territori ed alle comunità locali! Ciò implica, sulla base dell’art. 5 Cost., una indispensabile riforma dell’organizzazione degli enti locali nella direzione di un recupero di funzioni amministrative essenziali e, soprattutto, di un salto di qualità nella gestione della efficienza amministrativa. Città metropolitane, province, liberi consorzi di comuni non possono costituire la zavorra del sistema istituzionale. Ne devono diventare i protagonisti ma non in contrapposizione alle regioni o, comunque, alle altre istituzioni ma in sinergia con tutto il sistema che finalmente deve capire che non esiste in funzioni di interessi particolari propri di singole comunità, territori, classi, gruppi sociali, agglomerati di interessi, etc. ma per perseguire – tutte le istituzioni insieme, naturalmente per le rispettive sfere di responsabilità – il bene comune dei cittadini. In questo modo la trasformazione dei municipi e delle città con la riconquista di poteri reali e risorse adeguate capaci di incidere sulla governance effettiva delle regioni costituirebbe la vera condizione capace di far rinascere l’intero Paese. Obbiettivo non più procrastinabile che implica, come fondamentale e primaria azione di chiunque voglia fare politica in questa contingenza storica, la battaglia per la riforma dello stato e l’introduzione di un autonomismo e regionalismo comunitario.