x

x

Una nuova idea di lavoro per una nuova qualità della vita

Gli stravolgimenti della pandemia ci hanno indotto a rivedere il nostro rapporto con il tempo
Emergenza Coronavirus

Per molti decenni, la maggior parte di noi, è stata condizionata dall’idea che la qualità della vita dipendesse dalla disponibilità economica e dal successo professionale. Abbiamo lasciato che s’insinuasse il concetto del perenne “si può fare di più”, del “non abbiamo abbastanza”. Ci siamo sottomessi all’abitudine d’inventare bisogni materiali fittizi per giustificare l’insana ed irragionevole corsa a rincorrerli. Abbiamo accettato e, finanche voluto, una vita faticosa, in perenne affanno, con infinitesimali spazi di momentanea e fugace gratificazione tra un impegno e l’altro.

Da circa due anni, però, gli stravolgimenti di questa pandemia in atto, ci hanno indotto a rivedere il nostro rapporto con il tempo e con le infinite potenzialità di questa che è l’unica vera nostra risorsa infungibile. Abbiamo dovuto rivedere le modalità di lavoro, di gestione dei rapporti personali e familiari, e siamo rientrati in contatto con esigenze ed aspettative che avevamo dimenticato di avere. Abbiamo scoperto che esiste la possibilità di una vita “agile” e che questa agilità è grandemente più importante di ogni possibile successo, essendo il solo viatico per celebrare il tempo. A queste diffuse considerazioni di carattere intimo e personalistico, si sono aggiunte esigenze di carattere oggettivo date dalla prospettiva delle prossime difficoltà derivanti dagli effetti del post pandemia, da quelli conseguenti la guerra in atto e dalla crisi energetica nonché di materie prime. Questioni che oggi impongono la necessità di una riflessione in ordine alle misure necessarie per affrontare i prossimi sconvolgimenti epocali e la congiuntura socio-economica.

Ciò che abbiamo certamente scoperto in questi ultimi gravosi due anni, è che le imprese dotate di maggiore elasticità – e quelle che con evidente lungimiranza, avevano già preso atto dell’importanza del tempo e della qualità della vita dei propri dipendenti- hanno, nel corso di questa pandemia, migliorato e innovato le proprie organizzazioni con lo strumento dello smart working, che ha dimostrato essere una ottima opportunità, non solo per superare l’emergenza sanitaria senza fermare l’economia e tutte le altre attività socio-economiche, quanto uno strumento utile al miglioramento delle performance individuali e d’impresa. Lo smart working, dunque, che come tutti i momenti di transizione, dovrebbe trovare il modo di essere governato da una classe politica capace ed illuminata, della quale sentiamo tristemente la grande mancanza, è senza dubbio una conquista in termini di qualità della vita, dalla quale non si può, e neanche si deve più, tornare indietro. Il criterio deve essere quello di un ritrovato e completo rispetto nei confronti di coloro che prestano attività lavorativa e la finalità, in accordo ad ogni logica di rifiuto di sfruttamento e/o sottomissione, deve essere diretta a valutazioni di qualità e non di quantità del lavoro svolto. Il lavoro è una delle componenti della vita ed il diritto-dovere di prestare attività lavorativa deve trovare una forma di valida conciliazione con il diritto allo svolgimento di una esistenza completa, il diritto ai rapporti sociali, al tempo libero, quello alla scelta di una genitorialità che, soprattutto per le donne, non sia pregiudizievole in termini di realizzazione professionale.

L’adozione di una valida organizzazione dello smart working, tanto nel pubblico quanto nel privato, interverrebbe, inoltre positivamente, sulle impellenti esigenze di tutela ambientale, riducendo enormemente la circolazione e conseguentemente il traffico di mezzi pubblici e privati ed il tasso di relative immissioni atmosferiche inquinanti. La sua adozione, inoltre, inciderebbe positivamente sulla disponibilità di tempo e denaro per i lavoratori e le loro famiglie, considerando che, una ricerca di Regus, ha stabilito che circa il 43% degli italiani impiega più di un’ora al giorno nel tragitto tra casa e lavoro, e che uno su cinque spende oltre il 10% della sua retribuzione per i costi di trasporto. Altra incidenza di tutto rilievo per l’auspicabile adozione diffusa e regolata dello strumento dello smart working è data dal fenomeno collegato del South working. Per decenni un numero sempre maggiore di lavoratori e di giovani sono emigrati, da aree lavorativamente marginalizzate, soprattutto dal Sud Italia e dalle aree interne, in cerca di opportunità di studio o di lavoro nei grandi centri urbani del centro-nord. Su questo fenomeno, dal quale derivano oltre che il disagio per questi studenti e lavoratori del distacco affettivo e sociale, anche uno sradicamento dalle origini con il rischio della perdita di tipizzazione identitaria di alcuni luoghi e lo spopolamento di intere aree territoriali, può essere risolto, a tutto beneficio anche di un riequilibrio economico di risorse nel nostro paese, con la componente digitale e tecnologica del lavoro a distanza. Mi affascinano poco e trovo decisamente poco incidenti le perplessità rappresentate da taluno circa i possibili effetti negativi dello smart working, come il rischio che le grandi città possano divenire svuotate dalle presenze fisiche, ritenendo, invece, che non possano che trarne effetti positivi.

Città di grandi dimensioni con meno traffico, meno inquinamento e meno sporche e caotiche non possono, infatti, che essere maggiormente attrattive, sia sotto il profilo turistico, che per quello che riguarda gli investimenti immobiliari e quello più generale dell’utenza ai servizi commerciali. Le attività commerciali delle grandi città verrebbero, tra l’altro, ad essere avvantaggiate dalla maggiore disponibilità economica dei lavoratori, conseguente al risparmio sui costi per il raggiungimento delle sedi lavorative. Le grandi città continueranno a rappresentare certamente il cuore dell’offerta aggregativa sociale e continueranno ad offrire la solita vastità di proposte commerciali alternative, saranno solo più vivibili e meno impattanti per l’ambiente, a tutto beneficio di chi le abita e/o le visita sia per lavoro che per svago o vacanza. Lavorare in maniera «agile» produce effetti positivi per tutte le parti coinvolte: aumenta la produttività di lavoratori e aziende, favorisce una più alta qualità della vita percepita e costituisce un’occasione di rilancio per i territori e di riequilibrio sia di genere che sociale. Ciò che serve davvero sono le capacità politiche per attuare questo necessario e non più rinviabile cambiamento, nel migliore e nel più veloce dei modi, cominciando con l’attuare, con estrema urgenza, la rigenerazione digitale in tutti i comuni italiani e, soprattutto, delle aree sino ad oggi maggiormente trascurate.

Non è tempo di esitazioni, oggi più che mai serve una politica ispirata e lungimirante che sappia motivare ed accompagnare questa nostra società così provata, rassegnata ed impaurita, verso un prossimo futuro contrassegnato dalla conquista di semplificazioni e, soprattutto, dalla volontà di riumanizzazione attraverso il riconoscimento del primato delle persone e la giusta distribuzione dei diritti. Obiettivo ambizioso, ma alla portata di una classe politica responsabile, adeguata, dotata di lucida visione, coraggiosa, che giochi ad armi pari la partita con il futuro, perché come scriveva Milan Kundera :“L’origine della paura è nel futuro, ma chi si è affrancato dal futuro, non ha più nulla da temere”.