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Un nuovo patto per cambiare il Mezzogiorno e per il Paese

All'Italia non serve una fiducia di facciata
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“Un Governo che sia davvero forte e coeso e un Parlamento che lo accompagni con convinzione, nel reciproco rispetto dei ruoli. All’Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi. Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese. I partiti e voi parlamentari – siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito? Siamo qui, in quest’aula, oggi, a questo punto della discussione, perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani”.

L’appello di Mario Draghi strappa al Senato 95 voti contro 38. Una fiducia irrilevante. Una maggioranza inesistente. I killer che lo hanno azzoppato sono gli stessi che governarono insieme nel governo giallo verde e che hanno tenacemente demolito la credibilità internazionale che Mario Draghi con la sua indiscussa personalità aveva saputo restituirci in questi 17 mesi. La crisi politica, che non è solo di questi giorni, si è plasticamente manifestata tra l’essenza della buona politica e partiti trasformati in lobby a difesa di interessi particolari, trasversalmente incapaci di fare politica. Con la testa altrove, impegnati a guardarsi l’ombelico.

Affidandosi ai sondaggi, contemplano il pelo dei rapporti di forza tra i partiti, ignorando le dimensioni della trave della crisi che sta per crollarci addosso. Con una attesa sociale illusa e delusa destinata a montare nelle prossime settimane. Il Governo del Paese non può ridursi alle beghe di cortile, in nome di bandiere identitarie che impediscono la progettazione del futuro. La triste parabola dei 5 stelle è giunta al naturale epilogo. Un partito di origine esterna, prodotto di una rivolta della società, si è decomposto integralmente nelle aule parlamentari. Giuseppe Conte ha pensato di poter cavalcare la rabbia popolare ricostruendosi frettolosamente una verginità grazie a un rapido passaggio all’opposizione, dopo aver ininterrottamente governato dal 2018 transitando con disinvoltura per ogni formula politica. Avrebbe voluto imporre a Mario Draghi di restare a guardia del bidone di benzina mentre lui e i quattro gatti che gli restano accanto si sarebbero distinti a impallinare il Governo dai banchi dell’opposizione. Il centro destra di “governo” capeggiato da Salvini/ Berlusconi lo ha anticipato nella fuga con uno sprint imbarazzante per disinvoltura e irresponsabilità.

Dopo quasi 25 anni di militanza Mariastella Gelmini lascia Forza: “Ha definitivamente voltato le spalle gli italiani e ha ceduto lo scettro a Matteo Salvini”. E’ il j’accuse della ministra responsabile degli Affari regionali che, prima del voto, annuncia la decisione amara: “Non lo riconosco più, non posso restare un minuto di più in questo partito”. Ora proveranno ad imbonire gli elettori con promesse e illusioni improponibili. Come sempre il problema è vincere, governare una variabile indifferente… Il Pd ha la responsabilità grave di aver creduto in un campo largo inquinato dalla inaffidabilità populista del M5s. Oggi quel campo è chiaramente impraticabile. La distanza tra il mondo di Draghi e il mondo di questi partiti è la distanza tra una politica necessaria, capace di sintesi e decisione, e una politica incapace di prendersi responsabilità. Se ci fosse stata, la buona politica, non sarebbe stato necessario ricorrere a Mario Draghi per rimetterla in riga. In un sistema politico credibile e con un parlamento affidabile, sarebbe stata la buona politica a individuare la strada e percorrerla fino in fondo. In questo quadro con la guerra in Europa e in piena emergenza economica, energetica e con quella sanitaria ancora incombente, difficilmente troveremo orecchie disponibili ad ascoltare parole che parlano di innovazione e riforme invece che di conservazione del proprio privilegio sempre più ristretto e tuttavia è vitale per il Paese e per il Mezzogiorno al meglio e con minor danno la delicata contingenza che stiamo attraversando.

Ma è altrettanto vitale impostare una indispensabile legislatura costituente, attraverso l’elezione di un Parlamento nuovamente rappresentativo dei territori e delle diverse sensibilità esistenti. L’ultima chiamata per un sistema politico che ha dato fino ad oggi il peggio di sé ma che può e deve emendarsi ridando una possibilità vera ai cittadini di riprendere la parola e la guida del proprio destino. E’ giunto il tempo di una offerta che sia insieme di valori e di contenuti, di comunità e di territorio, di ecologia e di sopravvivenza,di riformismo meridionalista e di civismo politico. È il tempo di una Federazione che parli il linguaggio delle nuove sfide. Il Mezzogiorno giocherà un ruolo decisivo in questa competizione elettorale. Un ruolo vitale nella transizione energetica ed economica che l’Europa gli ha riconosciuto come ponte verso il Mediterraneo allargato. Il Mezzogiorno Federato può e deve rappresentare la vera alternativa alla crisi della politica e dei partiti che sembrano ormai incapaci di ascoltare i cittadini, di aprire un confronto e insieme a loro progettare risposte: la strada per connettersi con una società dove troppi sono gli esclusi, gli indifferenti, i sfiduciati. E’ il campo di Mario Draghi che non può essere calpestato dagli umori antipolitici dei predicatori del populismo e dell’antipolitica che esorcizzano con una pioggia di no le emergenze del riscaldamento globale, della siccità, delle pandemie, delle guerre, della carenza energetica, dell’inflazione, delle povertà, delle diseguaglianze, come se bastasse la negazione per farle scomparire dal nostro orizzonte quotidiano.

Il livello così alto di astensione si spiega anche così, e costringe a riflettere su una nuova stagione di politicizzazione di massa diffusa ed organizzata, capace di riproporre valori di riferimento e contenuti di missione capaci di rendere fertile e rigoglioso quel campo. Le dimissioni di Draghi hanno registrato le manifestazioni e gli attestati di supporto al suo governo: di numerosissimi sindaci, la società civile, gli imprenditori, la comunità finanziaria e quella internazionale. Un’adesione larghissima che va da nord a sud, e che nasce da una preoccupazione oggettiva, quella che noi viviamo ogni giorno sul territorio. Una larga partecipazione, un dato sorprendente, un sentimento fortissimo che potrebbe rivelarsi come un antidoto al crescente astensionismo. Un sondaggio di Euromedia Research infatti spiega: “Guardando l’indice di fiducia, il Presidente del Consiglio ha guadagnato 4,5 punti percentuali in 10 giorni (dal 47,8% al 52,3%) durante la crisi, mentre Giuseppe Conte, nello stesso arco di tempo ne ha persi 5,4 passando dal 27,6% al 22,2%”. Naturalmente questo richiede un linguaggio diverso, nuovi contenuti, una organizzazione diffusa e mirata all’individuo sociale ed alla solidarietà di gruppo.

Dal basso, dalle comunità, dal territorio. dalle esperienze civiche; sociali; ecologiste; educative; sindacali; federative; meridionaliste; culturali. Da quel sistema di realtà che in modo disperso e discontinuo, avverte questa esigenza di rinascita civile e politica e si sforza di dare risposte concrete, può salire una risposta elettoralmente decisiva. Uno siamo noi: deve essere questo il nuovo messaggio di adesione del quale Mezzogiorno Federato intende farsi interprete. Le prossime elezioni potrebbero rivelarsi un referendum in absentia su Mario Draghi…