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Per il futuro dell’Italia

La Federazione nazionale dei "civici"
La Costituzione italiana

L’intesa siglata a Roma la scorsa settimana tra i Movimenti civici del nord e del centro del Paese e Mezzogiorno federato costituisce un sicuro passo avanti nella costruzione di un soggetto politico altro rispetto al consunto sistema dei partiti vecchi e nuovi che hanno determinato anche l’ultimo disastro della caduta del governo Draghi. Non solo.

Ma Federazione Civica Nazionale (FCN) introduce, in concreto, nella politica italiana sia parlata che agìta una novità assoluta: lo spostamento del suo focus dalle logiche del potere alle esigenze delle comunità e dei territori. Realizzando così quella sorta di rivoluzione copernicana che costituisce il presupposto perché la gente, che non va più a votare e non crede più alle istituzioni partitiche, ritorni sui propri passi e ricominci a partecipare alla vita pubblica occupandosi di nuovo del bene comune. Come in maniera inaspettata e clamorosa hanno cominciato a fare ben duemila sindaci di comuni, un centinaio di rettori di università e tutta una vasta rete di associazioni e soggetti sociali durante l’ultima crisi di governo nel tentativo di scongiurare il precipitare degli eventi e far ragionare partiti e parlamento ormai in fuga clamorosa dalle responsabilità.

Ma non c’è stato nulla da fare. Anche in questa circostanza, la crisi della politica rappresentata dai partiti e dai movimenti tradizionali ha vinto ancora una volta determinando un aggravarsi della condizione di sfiducia dei cittadini/elettori che non farà fatica a manifestarsi sia a livello sociale che a livello politico, facendo raggiungere e forse anche superare all’astensionismo la fatidica soglia del 50%. Per contrastare frontalmente questa deriva si è stipulato così, con l’approvazione all’unanimità di una risoluzione politica, l’accordo di cui sopra, frutto della forte volontà di aggregazione federativa dei Movimenti civici e di Mezzogiorno federato. Realizzando un legame stabile, responsabile, rivolto al futuro tra i diversi movimenti presenti sui territori italiani che hanno mostrato di saper amministrare, di avere una credibilità politica da mettere a servizio del Paese in questo passaggio di grave crisi politica, di essere in grado di instaurare con i cittadini un dialogo responsabile basato sulle competenze e sulla conoscenza profonda dei territori di appartenenza. Il tutto senza appalesare sterili chiusure localistiche, retaggio di una qualche vecchia visione municipalistica, ma aprendosi alle esperienze di sincero riformismo formatesi alla luce della cultura del servizio e del federalismo, collegata all’idea di una Europa fondata sulle città ed i territori e sensibile alla indispensabile dimensione della sostenibilità ambientale che oggi intercetta tutte le quistioni legate al clima e all’energia.

Insomma, annunciando nei fatti, con prudenza ma grande trasporto, una disponibilità alla collaborazione con i movimenti ecologista, riformista ed azionista. Ma, come cennato, ciò che colpisce di più in questo progetto di aggregazione per affrontare dal basso la crisi della politica è, oltre alla evocazione del protagonismo delle comunità e dei loro cittadini, il suo ancoraggio ai territori che non vuole significare la solita narrazione della necessità del superamento delle diseguaglianze infrastrutturali in particolare tra Sud e Nord (che, naturalmente, non vanno dimenticate e devono essere cancellate) quanto piuttosto una diversa e più attuale visione dell’intera area meridionale del Paese all’interno del bacino del Mediterraneo che oggi è ritornato ad essere il baricentro di tutto il futuro sviluppo del nostro Paese e dell’intera Europa. Basti pensare che a seguito del raddoppio del canale di Suez il traffico di merci che proviene dall’Oriente e solca il mare nostrum supera il 20% del complessivo volume mondiale dei commerci e che, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le coste delle nostre regioni meridionali costituiscono la prima linea della protezione e della difesa militare di tutto il fronte Sud-Est dell’Alleanza atlantica. Non solo. Ma c’è da sottolineare anche che oggi in Italia i principali fattori economici dello sviluppo nelle transizioni ecologica, energetica ed informatica sono tutti allocati al Sud e quindi che è interesse dell’intero Paese e della stessa l’Europa (che, a differenza dell’Italia, mostra di averlo ben compreso: basti considerare i 209 miliardi di euro assegnati al nostro Paese con il Next Generation EU) intervenire in quest’area per dotarla delle necessarie infrastrutture per approntare i servizi indispensabili ad attivare queste risorse ancora latenti.

Come è facile intuire, da tutto ciò ne deriva l’agenda politica ed i punti fermi che la Federazione Civica Nazionale (FCN) si propone di realizzare, a cominciare proprio dalla volontà di dare continuità al programma incompiuto del governo Draghi senza la cui conclusione si correrebbe il rischio di perdere non solo i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ma anche di entrare in una drammatica spirale di crisi economica, sociale e politica. Quindi sospinti, come è stato detto, dal “vento di Draghi”, i problemi fondamentali che bisognerà affrontare si possono ricondurre alle seguenti quistioni: energia, inflazione e rincari di carburanti e bollette varie, nuovo decreto “Aiuti” per non abbandonare le famiglie e le imprese al loro destino, collocazione internazionale, riforma dell’Unione Europea, giustizia, procedure e tempi per gli investimenti (a cominciare, chiaramente, da quelli del Pnrr), appalti ed, in generale, funzionalità del sistema burocratico-amministrativo caratterizzato dalla centralizzazione delle competenze che ne impedisce sempre più l’efficacia e l’efficienza. Senza dimenticare, chiaramente, il Mezzogiorno. Che, come aveva anticipato un paio di anni fa in un fortunato saggio (“L’Italia capovolta”) Claudio Signorile, può costituire la seconda locomotiva con la quale l’Italia raggiunga la prima fila tra i Paesi europei e si giochi, con Francia e Germania, la leadership del continente.

Ma, a tal proposito, è bene sapere, altresì, che sulla quistione del regionalismo e delle regioni (non solo) del Sud si gioca una partita decisiva per l’assetto istituzionale del nostro Paese. Che non può reggere un regionalismo differenziato che, dietro l’irreprensibile racconto del perseguimento di un modello di autonomia più efficace ed efficiente, in verità si batte per raggiungere l’obbiettivo economicofinanziario di trattenere nei propri territori l’intero gettito fiscale delle singole comunità regionali, rompendo così il patto comunitario di solidarietà che la Costituzione detta non solo a livello regionale ma per l’intero sistema istituzionale. Dunque, quistione – questa del regionalismo – molto delicata e centrale per il futuro dell’Italia rispetto alla quale non si può andare a rimorchio di Salvini e della sua Lega o della Gelmini di FI. Ma né meno si può condividere l’impegno “per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata” recentemente assunto da Draghi nella sua relazione introduttiva al dibattito sulla fiducia al senato e da alcuni trascritto nella sua Agenda. Più responsabile è affrontare la questione in termini sistemici partendo, però, dalla consapevolezza che il regionalismo repubblicano disegnato dalla Costituzione non è competitivo ma comunitario e quindi che non può sostenere la differenziazione se non all’interno del principio di eguaglianza formale e (tendenzialmente) sostanziale oltre che di quello di libertà.

Qui il discorso dovrebbe essere lungo ed anche complesso perché non è affatto vero che la crisi, prima, e l’involuzione, dopo, del regionalismo italiano derivino dal deficit di potestà governativa per insufficienza di autonomia e scarsità della sfera materiale di regolazione attribuito ad esso dalla Costituzione. Piuttosto, in questa sede, è necessario accennare ad un dato storico normalmente non evidenziato: la trasformazione dei territori regionali che ne determina una loro configurazione sempre meno definita dai confini amministrativi e condizionata dalle nuove relazioni economiche, sociali, culturali stabilite dall’evoluzione storica che ne suggerisce aggregazioni in aree vaste a geometria variabile i cui parametri sono in continua evoluzione. Ora, se questo è vero, l’indicazione che se ne deve trarre è che le attuali regioni per gestire al meglio le funzioni ed i compiti loro attribuiti non hanno bisogno di poteri differenziati ma piuttosto di abbandonare le logiche individuali di ‘campanile’ per abbracciare quelle comunitarie di sistema e dare vita a macroregioni la cui istituzione non necessita di alcuna riforma degli artt.131 e 132 della Costituzione. Basta applicare l’ottavo comma dell’art. 117 Cost. e la normazione europea. Intanto ed in conclusione, è importante essere consapevoli che l’incontro del civismo del Centro-Nord con il federalismo del Sud è l’unica novità che può cambiare veramente il sistema politico dell’Italia e quindi che è necessario agire mettendo in campo un’offerta di competenze e responsabilità che costituisca la base di un rinnovato dialogo con le elettrici e gli elettori italiani per la nuova Democrazia.