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L’economia non può prescindere da energie di base stabili

Il fallimento delle politiche energetiche
L’economia non può prescindere da energie di base stabili

La drammatica crisi energetica del nostro continente pone l’Europa davanti al fallimento della sua politica energetica tutta fondata sul green deal e su una speranza eccessiva nelle fonti rinnovabili. L’ideologismo di un ambientalismo nutrito da un pregiudizio antiimpresa, anti-industria, anti-tecnologia, senza porsi problemi concreti e soluzioni praticabili per perseguire l’obiettivo giusto della decarbonizzazione delle nostre economie, si limita a urlare slogan senza curarsi delle concrete ripercussioni delle scelte fatte.

La transizione energetica invece che terreno di cooperazione e condivisioni tra famiglie, imprese e Stati si è trasformata in uno scontro ideologico tra i ‘sacerdoti’ delle rinnovabili e dell’elettrificazione di tutto e a ogni costo e i fautori di posizioni più pragmatiche e razionali, che sostengono l’esigenza di neutralità tecnologica dell’approccio alla decarbonizzazione, il che significa che tutte le tecnologie vanno bene (compreso il nucleare di quarta generazione) se abbattono la CO2. Il faticosissimo dibattito europeo sull’elenco delle tecnologie energetiche ammissibili per i finanziamenti europei, alla luce di ciò che sta accadendo, appare surreale. Il nucleare di nuova generazione è ammesso solo grazie al peso della Francia in seno all’Unione; il gas vi rientra con limiti così stretti da rendere quasi impossibile la pratica applicazione; non sono inserite le tecnologie di cattura delle CO2 che consentirebbero la generazione elettrica a turbogas senza emissione di CO2, con ciò negando, di fatto, il ruolo del gas come energia della transizione; la Germania è costretta a un ricorso massiccio al carbone, a fortissimi investimenti nella realizzazione di rigassificatori nel mare del Nord, alla riapertura di attività estrattive di gas e carbone, al prolungamento della vita utile delle centrali nucleari.

L’energia di base è indispensabile per il funzionamento delle industrie, degli ospedali, dei treni, di moltissimi servizi. Le energie rinnovabili, per quanto potenziate e ampliate, non sono sufficienti! Sono intermittenti e vanno complementate appunto con la produzione di energia di base stabile che solo i turbogas con cattura di CO2 o il nucleare di nuova generazione possono produrre senza emissioni di CO2. A questa questione, molto semplice e chiara, l’estremismo ambientalista non dà risposte se non facendo un generico riferimento agli accumuli e alle batterie, che sono una tecnologia per ora poco più che agli esordi, molto costosa e che crea nuove dipendenze strategiche per i materiali. Accanto alla prospettiva strategica, c’è il tema dell’emergenza. L’Italia ha la seconda industria d’Europa dopo la Germania. Un’importanza vitale per il nostro Paese e senza il quale saremmo relegati all’insignificanza economica e quindi anche politica. La bolletta energetica (elettricità più gas) di tutta l’industria manifatturiera italiana è stata nel 2019, ultimo anno pre-Covid, di circa 11 miliardi di euro. Quest’anno supererà abbondantemente i 60 miliardi di euro. Una pesante differenza che sta mettendo in crisi tutti i settori energivori e che si tradurrà in perdite, minori investimenti, minore occupazione.

L’industria da sola non può farcela. Ha bisogno d’interventi mirati che in altri Stati sono stati assunti pur in presenza di sistemi molto meno importanti di quello italiano. Il Governo Draghi da un lato ha rapidamente ed efficacemente adottato una politica di diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas che ci libererà completamente dalla parziale dipendenza dal gas russo, e dall’altro è intervenuto con provvedimenti emergenziali del valore di più di 35 miliardi a favore di famiglie e imprese che certamente per la prima metà dell’anno hanno alleviato l’impatto della crisi energetica. Se il futuro della politica energetica italiana ed europea sarà contrassegnato, come deve, dalla diversificazione sia di fonti che di Paesi produttori, il Mezzogiorno dovrà ricoprire un ruolo fondamentale. Per equipaggiare questa parte di Paese per il compito che l’attende, serviranno investimenti, competenza politica e cooperazione internazionale ridisegnando la mappa economica del dopoguerra, non solo nel nostro Paese ma nell’intero continente. Algeria, Libia e i Paesi del Golfo, partner cruciali per un futuro energetico sganciato da Putin, si dicono pronti a fare la loro parte ma a condizione che anche i loro Paesi ricevano investimenti: sanno di avere un potere negoziale notevole. La competenza politica e la capacità della pubblica amministrazione di utilizzare bene i miliardi che riceverà è una sfida di portata tale da mettere a dura prova qualsiasi macchina amministrativa.

Nelle ultime settimane la crisi è ulteriormente aggravata da decisioni del Cremlino dettate esclusivamente da fattori geopolitici, in particolare dalle convenienze e dalla pressione russa sull’occidente con riferimento al conflitto in Ucraina. Bisogna quindi prepararsi allo scenario peggiore.

In campagna elettorale il tema energetico, sia nella sua accezione congiunturale sia in quella più strutturale e prospettica, occupa assai poco spazio nei programmi delle varie forze politiche. Idee generiche, demagogiche, nebulosi come sempre gli aspetti tecnici, e soprattutto chi paga. Ci sono poche e semplici cose da ricordare a proposito d’indispensabili misure di emergenza. Serve un price cap europeo come proposto da Draghi. Le interconnessioni con l’estero che abbiamo non consigliano una misura nazionale che rischierebbe di avvantaggiare concorrenti di altri paesi europei, che verrebbero in Italia a comprare l’energia a basso prezzo. Si può distinguere il prezzo dell’elettricità in base da com’è prodotta. A questi prezzi i “rinnovabilisti” che non hanno venduto a lungo termine l’energia prodotta dai loro campi fotovoltaici o eolici o con l’idroelettrico stanno guadagnando tanto. Se questa energia fosse comprata da un Acquirente Unico Pubblico a un prezzo fisso comunque remunerativo per i produttori delle rinnovabili e miscelata poi con l’energia assai più cara prodotta dai turbogas, si potrebbe ottenere una riduzione significativa del prezzo medio.

Questo intervento pubblico dovrebbe non ammazzare quel poco di mercato dell’energia che c’è, fatto soprattutto da grossisti e rivenditori oggi in grande difficoltà a servire i loro clienti a questi prezzi. Se il prezzo dell’energia elettrica e del gas è decuplicato in un anno, anche i fabbisogni di circolante di queste imprese sono decuplicati, e senza un intervento di prestazione di garanzie pubbliche i grossisti non ce la fanno, e il peso delle forniture mancate ai loro clienti rischia di riversarsi integralmente sulle spalle dello Stato con il meccanismo chiamato di ‘salvaguardia’. Pertanto sarebbe utile assumere, per le industrie energivore, provvedimenti ad hoc con prezzi temporaneamente amministrati. Questi provvedimenti ovviamente costano la differenza tra il prezzo amministrato e il costo di mercato dell’approvvigionamento di quella stessa energia. Il costo dell’intervento sarebbe però certamente inferiore ai costi economici e sociali di chiusure generalizzate e prolungate di molti settori come acciaio, carta, ceramica, vetro, fonderie, vari comparti della chimica. Le industrie energivore sono disposte ad attuare misure di contenimento dei consumi di gas e di energia elettrica su base volontaria, così come indicato dalla direttiva europea, ma chiedono che siano esplicitati gli indennizzi per la copertura dei costi fissi delle chiusure e che siano loro consentite programmabilità e flessibilità degli interventi di fermata e quindi di riduzione dei consumi. L’adozione di queste misure emergenziali è sempre difficile, ma lo è in particolare con un governo non nella pienezza dei suoi poteri come l’attuale. Ancora una volta emerge l’irresponsabilità del M5s, Forza Italia e Lega, di chi, in un momento così difficile, ha privato l’Italia di un leader come Draghi di riconosciuta competenza internazionale, ma anche di chi irresponsabilmente e colpevolmente nel Pd aspira a ricomporre un alleanza con il M5s. Ci auguriamo che il 26 settembre si determino le condizioni perché Draghi resti a guidare il Governo in una fase così drammatica per il nostro Paese.