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Le ragioni di una scelta meridionalista e riformista

L'esigenza di una coesione strategica
Riformismo

Senza il Mezzogiorno è l’Italia a non farcela. Lo sviluppo del Sud e la riduzione dei divari del reddito e del lavoro sono questioni strategiche e centrali per l’intera Europa. La transizione energetica continentale non può decollare senza un grande hub delle rinnovabili. Il Mezzogiorno che produce il 50% della nostra energia pulita è il candidato naturale.

L’esplosione dei noli marittimi e dei costi di approvvigionamento delle materie prime, a partire da quelle energetiche e non solo, rendono essenziali le rotte mediterranee, i nostri porti, la retroportualità, le Zes a condizione che sia zone franche, le interconnessioni ferroviarie e stradali, il collegamento stabile dello stretto. Il Pnrr avrà degli effetti solo se riparte il Sud. Il Nord da solo non ce la può fare e il Mezzogiorno deve mettersi insieme, dialogare con il Nord per l’interesse nazionale. La sintesi più lucida è nelle parole di Claudio Signorile: senza il Mezzogiorno non c’è Nazione Non serve un partito del sud separatista e velleitario. Ciò che serve è una coesione strategica delle regioni meridionali che oggi continuano a rivendicare ognuna per proprio conto, senza una progettualità sistemica e funzionale per il Mezzogiorno, per l’Italia, per l’Europa. Un fiato corto che non ci consente di camminare speditamente verso un unica direzione per gridare insieme il bisogno di venti milioni di cittadini ghettizzati da vent’anni. In questa Legislatura, i Governi che si sono succeduti non hanno prodotto nessuna azione strategica mirata alla crescita del Mezzogiorno.

Non possiamo rimuovere le responsabilità dei tanti no ideologici e pregiudiziali di chi ha praticamente bloccato la crescita del nostro Paese: i ritardi nella realizzazione della Trans Adriatic Pipeline (TAP), la gestione improvvisata e confusa della crisi del centro siderurgico di Taranto, insieme a quella di molte attività produttive. Solo il “reddito di cittadinanza” ha avuto un successo nel Sud: il 62% di circa un milione di famiglie lo ha ottenuto; ancora una volta ha vinto l’assistenzialismo “dannoso” di chi teorizza la decrescita felice. Una visione del Mezzogiorno assistito che non ci appartiene. Questo danno purtroppo peserà su tutte le famiglie italiane, peserà ancora una volta sul mondo della produzione. Cerchiamo almeno che si evitino in futuro gli errori commessi da chi è salito su un treno destinato ad un binario morto. Le elezioni del 25 settembre saranno decisive: lo abbiamo detto a coloro che si astengono, invitandoli a partecipare al voto. Chi vuole bene all’Italia deve votare. Noi come Mezzogiorno Federato avremmo voluto esserci. Nei collegi uninominali avremmo potuto esprime profili autorevoli e qualificati per il Mezzogiorno, avendo sviluppato e rafforzato orientamenti e capacità di lettura di quello che sta avvenendo. Avendo ritrovato, attraverso il riformismo meridionalista, le ragioni della nostra identità attraverso la piena coscienza delle risorse del mezzogiorno che possono e debbono essere gestite nel contesto da noi descritto, come grande opportunità e grande occasione. In questo momento storico il Mezzogiorno deve essere opposizione consapevole e costruttiva, severa e determinata.

Noi siamo nazione e il nostro spazio vitale è l’Italia europea e mediterranea che proprio nel Sud è in grado di trovare le energie e le risorse per proporsi come ponte per traffici e scambi internazionali e culturali, rifiutando vecchie autarchie, nuovi sovranismi e opposti populismi. Le indicazioni della Next Generation Eu sulle priorità per il Sud, accompagnate da una importante disponibilità di risorse, richiedono una politica meridionalista audace ed ambiziosa, capace di risolvere in radice la stridente contraddizione tra gli obiettivi dichiarati del PNRR e la richiesta di autonomia differenziata di alcune regioni del nord tesa a congelare il criterio storico della spesa pubblica. Il nostro riformismo, quello meridionalista, è il riformismo pragmatico, progettuale, sistemico, dell’approccio alle cose, sempre legato alla capacità strategica.

Da oltre due anni abbiamo preso a descriverlo su queste pagine costruendo la nostra visione strategica su energia, infrastrutture, trasporti, logistica, sul nostro sistema portuale che è il più importante del Mediterraneo: il Mediterraneo che con il Mezzogiorno si congiunge con il centro d’Europa, attraverso il Ponte sullo Stretto, non come fatto a sé, ma come nucleo centrale della piattaforma euromediterranea, della quale molti parlano senza cognizione. Perché se non c’è il ponte non c’è la piattaforma euromediterranea! In questo scenario, la nascita di un nuovo partito liberale e riformista, europeo ed Atlantico, distante dai due poli contaminati dal populismo, molto vicino a Renew Europe di Emanuel Macron e animato dallo spirito repubblicano, invocato da Mario Draghi nel discorso di insediamento del suo governo in Parlamento, può rappresentare per gli elettori che si astengono la novità di questa campagna elettorale. Uno spazio, una casa in costruzione per i riformisti, una speranza con la quale Mezzogiorno Federato può misurarsi politicamente e progettualmente diventandone coofondatore. Personalmente, in questa campagna elettorale, sosterrò l’Italia sul serio. So che altri amici di Mezzogiorno Federato in altre realtà esprimeranno lo stesso orientamento. Il significato politico di considerare il Mezzogiorno all’opposizione non ci esime dall’essere alternativi al populismo di destra e di sinistra contribuendo a determinare un esito del voto che potrebbe essere decisivo.