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La domanda dei tanti italiani orfani di una classe politica

Polis e non Palazzo
Democrazia

È convinzione largamente condivisa che una fase della storia repubblicana si sia ormai esaurita. Chiamiamola pure fine della seconda Repubblica: si tratta comunque di quel periodo storico, iniziato nel 1994 sulle macerie del sistema partitico precedente, che si è cominciato a chiudere nel 2011- 2012, senza riuscire nei dieci anni successivi a ritrovare un assetto politico stabile.

Da allora i partiti hanno continuato a perdere capacità di rappresentare il paese e di governarlo, come hanno dimostrato i due esecutivi tecnici nel giro di dieci anni, la prosecuzione oltre i limiti del mandato per due capi dello Stato (Napolitano e Mattarella), l’insorgere dei movimenti anti politici e populisti, diventati le maggiori forze in Parlamento e arrivati al governo della nazione. L’esaurimento valoriale, politico, programmatico di tutte le forze politiche “tradizionali” non trova la sua causa nel venir meno di quella divisione tra destra e sinistra sulla quale nel passato si definiva l’identità dei partiti. Era un’identità che nel corso degli anni (anzi ormai si può dire dei secoli) si ridefiniva in armonia con le trasformazioni della società e del mondo. Conservatori, moderati, radicali, socialisti, comunisti, cattolici si erano misurati con i cambiamenti del mondo occidentale all’epoca della rivoluzione industriale nell’800 e nel 900, rinnovando gli edifici istituzionali, le strutture organizzative, gli strumenti e i mezzi attraverso i quali garantire la rappresentanza ai cittadini.

Destra e sinistra avevano continuato a marcare gli schieramenti e il confronto parlamentare, anche se cambiavano le proposte politiche e le proiezioni di quale fosse il futuro da realizzare. La rivoluzione tecnologica dei duemila avrebbe dunque richiesto lo stesso sforzo di ricercare un nuovo sé politico; un compito inevaso da tutti i partiti, che hanno sperato di darsi un nuovo volto, mescolando in uno stesso contenitore vecchie ricette di destra e di sinistra. Paradossalmente proprio quanto hanno fatto meglio di loro i populisti e i grillini con parole d’ordine sovvertitrici dell’ordine partitico e istituzionale; proprio quelle parole d’ordine che hanno loro garantito il successo. Un successo effimero; ma la ripresa della competizione politica destra-sinistra appare la stanca ripetizione di un passato fallimentare. Oggi come ieri si fronteggiano due coalizioni che si chiamano di centro-destra e di centrosinistra con l’evidente obiettivo di conquistare e rassicurare l’elettorato moderato. Da qui la presenza in questo luogo – il centro – di piccole formazioni politiche e di una pletora di deputati e di senatori che nel corso delle Legislature si sono staccati dai loro partiti per formare autonomi gruppi parlamentari senza identità politiche, ma forti di un potere coalittivoda spendere di volta in volta a vantaggio dell’uno o dell’altro schieramento. Il centro è solo un luogo in Parlamento; un partito di centro non esiste.

È un equivoco presentare Calenda e Renzi intenti a costruire la loro nuova forza politica come una sorta di via di mezzo tra la destra e la sinistra. Entrambi stanno cercando di dar vita a un nuovo partito la cui identità sta nei valori, nei programmi, nella volontà di interpretare le trasformazioni in atto, di offrire ai cittadini risposte coerenti con le domande, le istanze, le esigenze che si manifestano nei vari settori di una società assai più frammentata rispetto al passato. Proprio in vista di questo obiettivo si sono rivolti a tutti quanti operano già nel tessuto vivo del paese, impegnati a raccogliere la domanda dei tanti italiani orfani di una classe politica che sembra aver dimenticato il significato stesso della parola politica: polis e non palazzo all’interno del quale sembra abbia trovato rifugio chi non riesce più a misurarsi con i difficili problemi dell’oggi.