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L’opposizione del Mezzogiorno riformista

Se vince la destra ci sarà l'autonomia differenziata
Il Mezzogiorno visto dal satellite

Potremmo protestare per l’inaccettabile stravolgimento della Costituzione ma gli interessi, le giuste aspettative del Mezzogiorno saranno messi nell’angolo. Se vincesse la destra, il Nord saprebbe tutelarsi benissimo. Chi parlerà per il Sud, e per dire cosa? Non avere messo in campo un vero progetto per il Mezzogiorno, asse strategico per il paese e per l’Europa, potrebbe risultare un errore fatale, che vedrà prevalere ancora una volta una visione populista fondata sull’assistenzialismo rappresentato dal RdC e dal voto di scambio che caratterizza le ambizioni di Conte e del M5s. Letta con la promessa di 900mila assunzioni nelle amministrazioni centrali e negli enti territoriali, viaggia nella stessa direzione. Resta invece l’ambiguità sull’autonomia differenziata sostenuta dalla destra e condivisa da Bonaccini Davvero questo è il momento di puntare sulle differenze? O non è invece il tempo di valorizzare soprattutto ciò che unisce? La Repubblica «una e indivisibile» è la stessa che «riconosce e promuove le autonomie locali», come recita l’art. 5 della Costituzione.

Nel rapporto dialettico tra queste due dimensioni fondative è la concretezza della storia che indica dove porre l’accento. Le emergenze di questi ultimi anni, a cominciare dalla pandemia, hanno richiamato l’esigenza di ripensare il regionalismo integrando, portando a compimento e forse anche correggendo in alcuni punti la riforma del 2001. Un sistema di autonomie forti esige l’introduzione di quel “principio di supremazia” che consente allo Stato di svolgere un fondamentale ruolo equilibratore. È un principio tipico degli Stati federali, non un’espressione di centralismo. La crisi pandemica ha posto in evidenza una profonda criticità del rapporto tra Stato e Regioni, soprattutto sul versante dell’inidoneità dell’attuale assetto delle competenze atte a garantire l’uniformità nell’esercizio dei diritti fondamentali, a partire dal diritto alla salute, a causa di differenze ingiustificate nei diversi ordinamenti regionali e di un carente coordinamento tra centro e periferia affidato a una defatigante trattativa nella quale, su ogni altra considerazione, è sembrata prevalere l’intenzione, soprattutto sul versante regionale, di scaricare le proprie responsabilità sulla controparte. Tutto ciò, a scapito dell’efficace funzionamento del sistema nel suo complesso, e a dimostrazione che il trasferimento delle logiche della competizione di mercato nella sfera istituzionale non può produrre altro che catastrofi.

Ha posto tuttavia le vere urgenze: prima fra tutte, il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e l’adozione di elevati standard di prestazioni omogenei su tutto il territorio nazionale. In altri termini, esattamente l’opposto della frammentazione ulteriore delle competenze e delle funzioni che discenderebbe inevitabilmente dall’attuazione delle disposizioni costituzionali sull’autonomia differenziata. L’articolo 116, nella sua impostazione di fondo, comporta un esercizio differenziato di diritti fondamentali, quali appunto, quelli sottesi alle materie rivendicate dalla Regioni che finora hanno attivato le intese con il Governo: salute, istruzione, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali. Il modello auspicato senza mezzi termini dalla destra (ma purtroppo tacitamente accolto anche dal Pd) di un ordinamento delle autonomie strutturato secondo modelli competitivi, nei quali il soggetto più forte si accaparra le risorse migliori, è il presupposto per un ulteriore approfondimento delle diseguaglianze socio-economiche già ampiamente aggravate dalla pandemia, ora dalla crisi prodotta dalla guerra in Ucraina e dalla conseguente crisi energetica. Mezzogiorno Federato è nato per “restituire al Meridione la centralità che merita con l’obiettivo di garantire alle Regioni meridionali che lo compongono, una crescita che può diventare motore di tutto il Paese. La ricchezza culturale, politica ed economica del Sud, la sua posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, la necessità di tutelarne i diritti, ristabilendo uguaglianza all’interno del Paese.

Il riformismo meridionalista e la piena coscienza delle risorse del Sud che si propone di unire i poteri su progetti, a costituzione invariata, attraverso l’art. 117 della Costituzione che individua le materie di disciplina dello Stato, delle regioni o concorrenti. Come per la Sanità, anche per la Scuola e la formazione, che costruiscono la base culturale e civile della convivenza e della identità nazionale rischia di produrre una forte disparità di trattamento e di diritti tra i cittadini e le cittadine di diverse zone geografiche, penalizzando così le regioni più povere e più carenti di servizi. Da una lettura del documento disegnato dalla legge quadro si ha l’impressione che il regionalismo differenziato, lasci le cose così come stanno, non aiutando nella riduzione del divario tra Nord e Sud del Paese. Obiettivo, invece, strategico per un rilancio dell’economia nazionale oggi aggredita dall’inflazione e dalle prospettive di una mancata crescita. Per noi non si tratta di fare una battaglia ideologica Sud contro Nord. Sono in gioco i criteri sostenibili e solidaristici fissati dalla Costituzione. E tra questi non rientrano i parametri della spesa storica che hanno contribuito all’arretratezza socio-economica del nostro Mezzogiorno.

E’ presumibile che il 25 settembre l’astensionismo sia il primo partito. Ne parleremo per due/tre giorni. Poi lo rimuoveremo e con esso le ragioni profonde che lo hanno determinato e che provocano un grave vulnus per la democrazia partecipata. Votare rappresenta il diritto/dovere di esprimere la propria volontà, la propria scelta. Siamo orgogliosamente meridionali, meridionalisti e riformisti. Crediamo che il Mezzogiorno sia fondamentale e strategico per il l’Italia e per l’Europa e che nel mediterraneo possiamo, dobbiamo, giocare un ruolo decisivo come piattaforma nel nuovo assetto geopolitico dell’Europa e per farlo serve il collegamento stabile con la Sicilia. Votare, e invitare a votare per il “terzo polo” sarebbe importante perché si ispira a valori e principi democratici, liberali e riformisti; il loro obiettivo strategico più prossimo è quello di creare le condizioni perché si rinnovi il modo di governare di Draghi; hanno presentato un programma articolato in 20 proposte concrete, realistiche e fattibili il punto decisivo è intitolato “Crescita del Mezzogiorno”.

Per affrontare la crisi energetica abbiamo detto sì senza equivoci e blocchi campanilistici alle rinnovabili; abbiamo detto sì al gas in Adriatico, al petrolio lucano, al rigassificatore a Piombino, alla Tap in Puglia, al nucleare di nuova generazione. Continuare negli equivoci e nelle non scelte significa condannare questo Paese a una decrescita infelice. Il progetto è appena partito: Calenda e Renzi si sono impegnati a costruire insieme, subito dopo le elezioni, un partito democratico, liberale e riformista, articolato sul territorio. Sarà l’occasione per parteciparvi come soci fondatori? Se lo facessimo certamente saremmo ispiratori e portatori di una visione del Mezzogiorno che per quello che ci riguarda è chiara e definita. Per uscire dalla povertà è fondamentale il lavoro, non un’elemosina di Stato a quel Mezzogiorno che vuole reagire alla cultura clientelare della dipendenza. Serve premiare il talento, il lavoro, non il sussidio, la crescita, non l’assistenzialismo. Serve parlare e dare voce ad un Mezzogiorno che ci vuole provare, e che non si rassegna ad essere assistito e marginale. Il Mezzogiorno non rappresenta il peso di una Nazione ma è la leva che può risollevarne le sorti. Se sarà necessario lo faremo anche dall’opposizione.