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L’autorigenerazione del Sud. Quale partito per il Mezzogiorno?

La politica e il territorio
L’autorigenerazione del Sud

Sembra proprio che i dirigenti democratici, riuniti nella grande manifestazione di Taranto, si siano accorti di quanto pesi il Mezzogiorno in termini di consensi solo a una settimana dalle elezioni; una presa di coscienza che non ha sfiorato neppure il duo CalendaRenzi, quasi bastasse loro la candidatura di Carfagna, ministra per il Sud, per assicurarsi i voti dei meridionali – venti milioni di elettori. I sondaggi non trasmettono né per primi né per i secondi notizie rassicuranti, anche se naturalmente fino a domenica 25 non si saprà il risultato finale. Credibile è invece la previsione di un successo dei Cinque Stelle, a conferma che messaggi populisti e sussidi danno risultati in termini di voti. Non c’è da meravigliarsi: quale altra scelta hanno gli elettori meridionali?

Sarebbe sbagliato scaricare su di loro la “colpa” di un voto che premia l’antipolitica e l’assistenzialismo della peggior specie; ma sarebbe sbagliato anche un giudizio rassegnato sulla incapacità antropologica del popolo meridionale di riscattarsi dall’analfabetismo, dall’incultura, dal dominio della criminalità e dalla passività secolare che lo ha indotto per secoli a votare il “governo” nella speranza di lucrare benefici da chiunque sieda a Palazzo Chigi. Bisogna invece interrogarsi e con urgenza sulle responsabilità della sinistra: responsabilità innanzi tutto nella selezione della sua classe dirigente e dei suoi quadri organizzativi. A mio avviso è un problema chiave per promuovere nel tessuto meridionale l’ascesa di una classe politica nuova, in grado di guadagnarsi la fiducia e il rispetto dei cittadini. L’autorigenerazione del Sud è sicuramente una splendida prospettiva che però ha bisogno di credere in chi vuole scuotere regioni, province e comuni dalla polvere secolare del clientelismo, del lavoro nero, delle contiguità con la delinquenza. La storia insegna che la presa di coscienza politica è un processo complesso, tanto più oggi che è mutata la natura stessa della società, anche quella delle regioni meridionali dove l’atomizzazione dei soggetti sociali rappresenta una sfida per i partiti, loro sì rimasti colpevolmente passivi da ormai troppo tempo.

Questa sfida però va raccolta. Nell’ipotesi infausta, da troppe voci data per certa, il problema della rifondazione complessiva della sinistra non appare più rinviabile, specie se l’affermazione delle destre sarà sufficientemente persuasiva da consentire loro di governare. L’urgenza di rifondare la sinistra è stato il ritornello ripetuto inutilmente dopo ogni consultazione elettorale dal Pd e prima ancora dal Pds, dai Ds, dall’Ulivo e dall’Unione, tutti convinti che gli eredi del Pci e della sinistra democristiana, restati orfani (non innocenti) della prima Repubblica, avrebbero finalmente trovato la nuova identità politica, in realtà mai acquisita. Sia che avesse vinto o perso le elezioni, ogni volta però la sinistra aveva rinviato il problema identitario, nella fretta di prepararsi alla successiva, sempre più ravvicinata scadenza elettorale, con le stesse ricette e gli stessi programmi che il passare del tempo rendeva anno dopo anno sempre più desueti. La prospettiva di ritornare prima o poi al governo premiava su tutto nella convinzione che bastasse entrare nella famosa “stanza dei bottoni” per recuperare i voti perduti o per conservare il pacchetto di consensi già acquisito.

Naturalmente avveniva il contrario: il pacchetto di voti per governare si impoveriva a ogni chiamata ai seggi, disertati da un numero sempre più alto di cittadini – elettori, fino a fare dell’astensione e del non voto un tarlo pericoloso per la nostra democrazia. E’ tempo che i partiti della sinistra si convincano che non è più possibile rinviare la ricerca di cosa significhi oggi credere nei valori del socialismo democratico e della cultura repubblicana. Al centro di questo processo identitario va posto l’interrogativo preliminare di quale partito per il Mezzogiorno? Le regioni del Sud sono da tempo portatrici di fermenti politici attivi, espressi dai movimenti civici e riproposti con forza dal raggruppamento di Mezzogiorno federato dove si è aperto il dibattito sull’ipotesi di un vero e proprio partito del Mezzogiorno. Un’ipotesi da discutere che nel corso ormai di un secolo è stata spesso avanzata e sempre dismessa, nella convinzione che i cittadini delle regioni del Sud sono cittadini di una sola Italia, anche se troppo volte matrigna. Un partito del Mezzogiorno significherebbe accettare una condizione di minorità, anzi scegliere volontariamente di restare ai margini,assecondando la falsa rappresentazione dei meridionali che prevale in una vulgata semplificatrice. Il Mezzogiorno non chiede benefici, mance, sussidi; pretende dignità, lavoro, sviluppo ed eguaglianza. Pretende di essere interlocutore paritario ai cittadini di ogni territorio italiano nel decidere programmi e agende dei partiti e dei governi. Pretende da un nuovo partito democratico, riformista, repubblicano di cominciare proprio dal Sud a disegnare se stesso, se si considera che proprio i problemi del Meridione rappresentano la cartina di tornasole sulla quale misurare se, al di là delle tante dichiarazioni di intenti, sia maturata nelle sinistre la volontà di voltare pagina.