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#tarantocittaviva, «La città dimostri di non voler morire»

Prosegue la carrellata di opinioni e proposte sul manifesto #tarantocittaviva e sulle possibilità di rinascita per Taranto.

Oggi pubblichiamo questo intervento di Pasquale Vadalà.

Non si può non apprezzare l’iniziativa #tarantocittaviva del Taranto Buonasera, evidentemente rivolta ad indurre la politica, nel senso più ampio del termine, ad affrontare apertamente la realtà di una comunità che vive l’inarrestabile disgregazione delle proprie fondamenta economiche, sociali, finanziarie, demografiche, identitarie. Sinora, infatti, quella stessa politica non è riuscita a dimostrare di possedere i mezzi culturali e la volontà necessaria a mettere sul tavolo problemi reali e soluzioni credibili.

Le elezioni amministrative alle porte, vissute senza alcuna discontinuità col passato, ne sono chiara testimonianza: chi rincorre nomi di candidati sindaco – una riserva indiana assai esigua, stante i disastri delle ultime amministrazioni, che hanno prosciugato ogni speranza residua – chi cerca portatori di consenso preconfezionato, chi fa sgambetti fuori e dentro la propria parrocchia, chi propone a volgo ed inclito di turarsi il naso e saltare sul carro dell’ipotetico ‘vincitore’, il quale spesso non condivide la stessa certezza dei suoi sostenitori. C’è spazio per tutto, insomma, tranne che per una riflessione sincera sul palese esaurimento delle strutture produttive locali, proprio quelle che – nella loro illusoria ‘eternità’ – hanno reso possibile lo sciagurato appiattimento della politica, ridottasi da molti decenni a gestione del potere e del denaro pubblico, senza alcuna progettualità di ampio respiro.

La cronaca e l’analisi ci dicono quanto miope sia questa ‘pigrizia’: gli storici gangli economici a cui Taranto deve la sofferta prosperità post bellica – Marina Militare, Arsenale, cantieristica cavale, edilizia, enti pubblici, cementificio, siderurgico e suo indotto, raffineria, etc. – sono infatti cessati, oppure agonizzanti. O ancora, nella migliore delle ipotesi, in forte ridimensionamento. Riassumendo, quell’equilibrio economico sociale che aveva generato l’equilibrio politico in cui i partiti sguazzavano – limitandosi a replicare, di giunta in giunta, le dinamiche consociative e clientelari esistenti – è venuto irrimediabilmente meno, senza che nessuno riesca ad immaginarne uno diverso. Non la vecchia nomenclatura, troppo vincolata a ciò che fu e che tenta disperatamente di rianimare.

E nemmeno le nuove leve – autoincatenatesi a vuote enunciazioni di principio (onestà, competenza), ad indicazioni generiche (il porto, la città vecchia, i finanziamenti, i patti ministeriali) o velleitarie (turismo ‘fiorentino’, cultura, mare) o persino favolistiche (delfini, spartanità, valute alternative) – paiono affrontare la durissima sfida che i tempi ci pongono, rifuggendo indispensabili scelte innovative per timore della loro impopolarità. Il medico pietoso ha fatto e fa la piaga verminosa: ecco l’ostinato tentativo di tenere fuori dal dibattito politico qualsiasi programma dettagliato, discussione sul merito o proposta razionale, preferendo di gran lunga il ‘nasconderello’ della promessa di favolosi finanziamenti ‘romani’. Quando invece è proprio lo Stato ad avere oggi grandi difficoltà a tenersi in piedi. Insomma, la retorica più vuota spadroneggia sul palco, mentre il cinico calcolo elettorale trionfa nei camerini.

E il popolo? Assiste alla farsa di sempre, ma senza divertirsi più. Anzi, prova un senso di angoscia montante, determinato dalle esorbitanti difficoltà quotidiane: malasanità, disoccupazione, sfruttamento, devianza minorile, illegalità diffusa, ambiente compromesso, elevata fiscalità, emigrazione, crisi economica… Ecco perché lodare questa buona iniziativa del TarantoBuonaSera non basta. E’ necessario prendervi parte, con coraggio e volontà di interpretare i tempi nuovi. E’ indispensabile aprire ed accrescere il dibattito, per scambiare saperi, per integrare programmi, per render noto al popolo sovrano chi, nella nostra squassata comunità, possiede idee credibili e chi no, chi vuol contribuire ad una politica intelligente e coraggiosa e chi invece ritiene di percorrere una strada che già sappiamo essere senza uscita. Mi auguro di avere ancora spazio su queste colonne – dopo molti altri, voglio sperare – per sottoporre alcune proposte sul futuro di Taranto, lungamente maturate e corredate da dati, motivazioni e prospettive.

Un’ultima osservazione: dovessimo proseguire nel votare parenti, padrini ed affini, prescindendo dalla loro caratura intellettuale, etica e professionale – come tante volte è accaduto in passato – questo momento storico non ci perdonerebbe, condannando la città alla definitiva emarginazione e desertificazione. Sono certo che i tarantini – cioè spartani, magnogreci, romani, bizantini, longobardi, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, borbonici, italiani – non vogliano ciò, per loro ed i loro figli. Sono certo che la ‘città viva’ saprà dimostrare di non voler morire.

Pasquale Vadalà