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Il voto alla Meloni e la crisi del Paese

Le elezioni Politiche del 25 settembre
Giorgia Meloni

Andiamo ai fatti: Fratelli d’Italia con il 26% diventa il primo partito in Italia e la sua leader, che ha certamente legami culturali con una lettura non ostile del fascismo, grazie alla alleanza con Lega e Forza Italia nell’ottobre del 2022, cento anni dalla marcia su Roma e dal successivo incarico del Re a Mussolini, potrà divenire Presidente del Consiglio di una delle maggiori potenze economiche europee.

Su questo evento vorrei rispondere ad una domanda che, purtroppo, nessuno si pone ma che dovrebbe essere istintiva: il 26% degli italiani che hanno votato Fratelli d’Italia sono nostalgici del fascismo ovvero questo voto è in linea con un atteggiamento ostile, ormai più che decennale, degli elettori italiani alla classe politica dominante responsabile della crisi profonda in cui si dibatte un Paese che è ancora forte per capacità di lavoro e di fantasia, ma è bloccato dalla crisi dei sistemi giustizia, burocrazia, scuola e dall’abbandono del Mezzogiorno relegato al ruolo di mercato? Infatti solo poco più di 4 anni addietro il 33 per cento degli italiani votò i 5 stelle (oggi movimento più che dimezzato), un voto chiaramente ostile alla classe politica dominante, voto che nessuno etichettò come fascista, raccolto sulla base di un programma di rottamazione dell’intera classe dirigente e del sistema pubblico del Paese. Quel sistema che regge il nostro Paese, a cui risponde il 99% di ciò che ufficialmente si muove, riuscì a ritagliarsi una sopravvivenza celebrando prima le nozze dei 5 stelle con la Lega, essendo quest’ultimo un partito che aveva nel suo pedigree il cappio agitato in parlamento all’indirizzo della classe dirigente dell’epoca.

Poi, dopo il boom di Salvini alle Europee, conseguente al fatto che il leader della Lega seppe manifestare stupore per il dramma del Mezzogiorno, per l’arroganza dello spaccio di droga e per la fragilità dei confini marittimi da cui arrivavano una valanga di candidate ai marciapiedi e un numero maggiore di emanuensi del lavoro nero o della manovalanza nelle attività illegali, scattò il secondo tempo, determinato dalla rottura di un Salvini sicuramente suggestionato, con arte, con il conseguente ritorno nella stanza dei bottoni del PD, riproposto accanto ai ministri 5 stelle utilizzando le comuni pulsioni sociali, evitando così di dovere provvedere alla grave crisi di astinenza di Dario Franceschini (sarà adesso un problema umano per il possibile prossimo governo di centro destra; potrebbero pensare ad una deroga, anche con un ministero agli affari inutili, al fine di salvare una delle personalità della Repubblica). Infine l’ideona di Draghi, forse l’unico italiano con altissimo credito internazionale, utile per evitare le elezioni sino a scadenza naturale (per la regola che non si sa mai che cosa può succedere), ma con la sorella d’Italia (parlo della Meloni) che si è tenuta fuori e ha così lucrato lo stesso dissenso che premiò Renzi quando era il rottamatore dei suoi nemici, purtroppo prontamente sostituiti nel ruolo da amici senza modifica di regole, Grillo urlatore della rivoluzione democratica senza progetto, Salvini sempre in prima linea sulle emergenze, ed oggi la Meloni che non ci azzecca niente, come direbbe il celebre ex magistrato che a mio avviso univa deficienze di lingua italiana a quelle sul diritto, ma che per molti potrebbe essere una leader che non si fa catturare dal “sistema”.

Questa la mia lettura, probabilmente ovvia per tanti che mi leggono, ma dalla quale si evidenzia un dato politico: l’interesse della stragrande maggioranza degli italiani ed anche della maggioranza assoluta degli interessi che operano in Italia, non è fare opposizione o sostenere la Meloni, ma creare una forte pressione nel Paese per liberarlo da ciò che lo appesantisce, che lo blocca, che gli impedisce, nonostante decenni di avanzo primario, di divenire non solo una grande potenza economica, ma di avere il controllo sull’intero territorio strappandolo alle mafie, di avere diritti civili e servizi eguali in tutto il Paese, di garantire una burocrazia che si batte per la felicità dei cittadini. Progetto certamente ambizioso che ha la fortuna di rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini e degli interessi che rendono forte l’Italia e che ha contro solo interessi corporativi consolidati nella struttura pubblica del Paese. Una strada tutto sommato facile da intraprendere se si ci sente “fuori” dal sistema che gestisce l’Italia da troppi anni e se si riesce a farne a meno. Questa la mia lettura che, nello sfondo, continua ad essere ottimista sulla capacità, per l’Italia, di trovare finalmente la protesta giusta.