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Un riformismo debole e difensivo è perdente

Le ragioni della sconfitta della sinistra
Claudio Signorile

Nel corso degli ultimi dieci anni, la sinistra, a vario titolo, ha avuto ampia possibilità di rendere visibile il suo progetto riformatore, le sue capacità di governo, di rafforzare il legame con gli interessi più attivi e dinamici del Paese. Di presentarsi come l’interprete delle speranze di riforma e delle possibilità di sviluppo della democrazia italiana.

Pur avendo avuto in questi anni diretta responsabilità, ha operato in modo da consentire che nell’opinione comune si formasse l’idea di un conflitto fra libertà e sinistra, sicurezza e sinistra, come concreta conseguenza di comportamenti, scelte, azioni di governo; comportamenti che hanno determinato una disaffezione nei suoi confronti ed una conseguente perdita di credibilità e di autorità dalla quale difficilmente si può uscire con dichiarazioni d’intenti o promesse per l’avvenire. Questa divaricazione è innaturale e quindi insopportabile per un elettorato che preferisce rifugiarsi nell’astensione e nel disimpegno. Per di più la sinistra perde anche culturalmente. Non ha saputo esprimere un progetto, né una cultura dell’alternativa, mostrandosi impreparata, inconsapevole e poco convinta delle cose da fare e delle scelte da compiere. In sostanza la sinistra al governo ha operato sulla difensiva, correggendo, non riformando.

Rifugiandosi in contenitori forti (la moneta unica, l’Europa, l’affidabilità nelle alleanze internazionali), senza una sua chiara identità e obiettivi visibili di cambiamento. Queste considerazioni devono essere argomentate e motivate non solo da un’analisi dei comportamenti di oggi, ma da una lettura critica del contesto. È venuta meno la cornice ideologica tradizionale; sono assorbiti e modificati nella dialettica della democrazia matura i temi di riscatto e protesta; viene trasformata nella sua struttura e nella sua coscienza sociale la “classe lavoratrice”, concepita troppo a lungo come immutabile madre al cui contatto rigenerare forze e concetti, dopo errori e sconfitte; si è maturata la figura del “nuovo lavoratore”, che supera la conflittualità impresa-lavoro definendo valori positivi per una nuova cultura del lavoro; è stato avviato il confronto con il “nuovo proletariato” che è generazionale ed intellettuale, è forza lavoro emarginata, sono gli esclusi dalla cittadinanza; tutto questo segna il mutamento antropologico conseguente agli anni della crisi. Ritornano in questo modo, in una dimensione diversa, i temi sui quali il confronto politico e culturale si è sviluppato negli ultimi anni del secolo passato: la libertà (positiva e/o negativa); lo Stato, garante della sicurezza nel suo rapporto con l’individuo ed i processi sociali; l’individuo nella sua dimensione personale e sociale. Siamo una società in trasformazione nella quale si è determinato il primato sul contenitore esterno (le istituzioni esecutive), della coscienza civile e politica dell’individuo che agisce come cittadino.

È questo il significato profondo di una nuova democrazia: l’individuo sociale si fa Stato. Questa concezione della democrazia non tollera il “riformismo debole”. Quando la proposta riformatrice è isolata da un contesto organico di riferimenti che la sostenga e ne allarghi la capacità di orientamento e di influenza; quando la sua debolezza culturale la costringe a contaminazioni continue per poter sopravvivere; quando la contraddittorietà delle forze negli interessi a sostegno, obbligano a troppe mediazioni ed a compromessi snaturanti, perche sono conseguenza della necessità di attenuare gli effetti della riforma; allora il riformismo è “debole”, perché assorbito nelle attese e disgregato nella sua incidenza pratica. Sui grandi obiettivi riformatori che hanno segnato all’inizio la speranza ed i programmi del cosiddetto cambiamento,oggi al governo, è possibile riconoscere questo procedere del riformismo debole. La cultura e la politica del “riformismo forte”, vuol dire sviluppare tutte le conseguenze pratiche da una idea-guida, come può essere la centralità del cittadino; ricondurre le scelte di valori istituzionali ed etici alla coerente applicazione del primato della persona sullo Stato (che è alla base del federalismo vero); vuol dire tradurre in una legislazione che la realizzi, l’idea-guida della socialità come parte qualificante del processo economico e della vita associata; vuol dire far diventare qualificante nel rinnovamento del sistema politico, la forza aggregante del progetto come fattore di composizione e scomposizione dei soggetti attivi.

Nelle elezioni del 25 settembre la maggioranza dei cittadini del Mezzogiorno ha votato rifiutando di riconoscersi in nessuna delle prospettive sbandierate dalla classe dirigente al potere da tutte, destra, sinistra e centro. Questo è stato interpretato come un rifiuto della politica, il disconoscimento di ogni sua funzione. In realtà il voto è stato il rifiuto della delega; la messa in crisi della rappresentanza; l’affermazione di un nuovo potere, che vuole dare risposte dirette ad esigenze elementari e non accetta i vincoli della governabilità. Questo passo indietro della sinistra, strategico e culturale, ha lasciato campo libero alla gestione “populista” di temi identitari, modificandone le ragioni di fondo, le conseguenze, la realizzabilità. Così il reddito di cittadinanza (che fa parte di una visione socialmente avanzata), è diventato assistenza senza coperture; la protezione sociale è diventata un intreccio di opportunismo generazionale. La sinistra ora non deve ridursi alle contestazioni a prescindere; al rituale rifiuto parlamentare, alla polemica di piazza o di talk show. Deve riprendere, con gli altri, questi temi e rielaborarli nella sua proposta politica e progettuale, contrapponendo i suoi contenuti alle ipotesi altrui; la sua visione della progettualità di governo e del movimento degli interessi, con la approssimativa e strumentale proposta populista giustificata dalla ricerca di un transitorio consenso.

Nel Mezzogiorno il reddito di cittadinanza ha rappresentato per il M5s la bandiera per un recupero importante. Non è semplice assistenzialismo: fa parte di una visione della società e dei suoi equilibri, che troviamo anche in alcuni settori della sinistra. Ma è l’opposto dello sviluppo che pure i 5stelle chiedono; è l’opposto della dignità della cittadinanza consapevole ed attiva. il lavoro non si sostituisce con l’indennità. Sono tutte azioni dall’effetto transitorio, dalle improbabili risorse. Ma non basta contestarle: si deve entrare nel merito e rispondere a una esigenza reale di una gran parte dei cittadini del Sud con una proposta concreta e percorribile. Nell’Italia Mediterranea, con il pieno impegno delle Regioni e delle Autonomie locali,si possono mettere a sistema tutte quelle realtà di accumulazione sociale in un’area territoriale assai ampia. Questo dovrebbe accompagnare la graduale trasformazione del reddito di cittadinanza in salario di cittadinanza, recuperando e valorizzando pienamente il concetto di servizio civile, oggi modesta e marginale struttura. Bisognerebbe costruire un autentico servizio civile finalizzato al sostegno ed alla realizzazione di grandi progetti strategici per lo sviluppo del territorio: come la tutela del patrimonio idrogeologico; il risanamento dei beni culturali e paesaggistici; la manutenzione e valorizzazione necessari ad un Paese con le caratteristiche di accumulazione naturale e culturale; i progetti di sviluppo tecnologico diffuso come la banda larga; gli itinerari turistici e culturali; la difesa del patrimonio costiero; la efficienza dei servizi di manutenzione nei sistemi urbani. Il servizio civile, attraverso il reclutamento e la formazione del personale necessario, deve essere utilizzato come strumento di sostegno alle grandi progettualità. Tutto questo darebbe lavoro, e senso e ragione al salario di cittadinanza, che riguarderebbe una massa importante di occupati e consentirebbe anche la utilizzazione di risorse già presenti nei bilanci della Pubblica Amministrazione; oltre alla partecipazione di capitali privati ed imprenditori compatibili ed interessati alla nuova progettualità delle Istituzioni Pubbliche.

Nel Mezzogiorno la riforma della politica si realizza partendo dal territorio, dagli interessi della comunità, dalla coscienza delle persone. Il territorio non è soltanto uno spazio fisico, esso è una risorsa economica, una opportunità politica. Ma soprattutto assume identità come un insieme di caratteristiche ambientali, storiche, linguistiche che lo fanno sentire inconfondibile. Il Mezzogiorno è l’Italia Mediterranea; ha tutte le caratteristiche per esser quel riferimento identitario forte ed aperto verso l’esterno. L’intreccio dell’Europa con il destino dei Paesi Mediterranei, arabi ed africani è imprescindibile. Le interdipendenze legate alla lotta al terrorismo, al governo delle migrazioni, al superamento delle crisi politiche e militari, economiche ed umanitarie, ma soprattutto di civiltà, tracciano la strada della convivenza come unico percorso realistico possibile. Questa convivenza nella sicurezza non può che essere il risultato per una concreta progettualità e di un consapevole lavoro politico. Mezzogiorno Federato deve impegnarsi per costruire le condizioni che interrompano il processo di sradicamento rappresentato dalle migrazioni in corso ed avviare quel “rimbalzo di sviluppo” che deve coinvolgere altri Paesi europei del Mediterraneo ed i Paesi della sponda araba ed africana. E’ il rovesciamento della politica colonialista vecchia e nuova. Non si va in quei Paesi per sfruttare le materie prime ed il basso costo del lavoro, ma per favorire la produzione di ricchezza nel territorio ottenute con le risorse umane, con l’organizzazione e lo sviluppo, con la solidarietà e la formazione, con il trasferimento delle tecnologie.

L’Italia Mediterranea rappresenta la realtà centrale rispetto all’Europa del centro nord in cerca di stimoli per la sua ripresa e la periferia dei Paesi africani ed arabi da sospingere e guidare verso il risanamento sociale ed istituzionale e lo sviluppo economico e tecnologico. La grande piattaforma economica, logistica, culturale, tecnologica, che partecipa alla formazione del continente euro mediterraneo.