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Politiche per il Sud, dall’opposizione

Regionalismo differenziato e Pnrr
Recovery Plan

Non è pensabile che il governo Meloni vada in crisi a breve, Sabino Cassese ha riassunto bene l’evento: ‘La forza della democrazia sta nell’aver incluso chi ha antiche radici autoritarie’, quantunque l’accaduto dimostri l’ambiguità nonché la contraddittorietà di talune posizioni oscillanti fra il mostrare sprezzo e superiorità e contemporaneamente, alla bisogna, l’accettare o giustificare ogni cosa: siamo in tempo di pensiero debole, dopotutto.

Non rimane quindi a quanti siamo rimasti sul versante dell’opposizione-taluni, e non son pochi, si sono pronunciati fra quelli che aspettano di vedere prima i risultati, come se i personaggi non li conoscessimo; altri, anch’essi numerosi, affermano che il fascismo è finito, che le questioni sono altre, e il benaltrismo lo conosciamo pure, ma tant’è-ragionare sul che fare, un che fare che per quanto ci riguarda parte dal mezzogiorno. Regionalismo differenziato e PNRR: è lungo quest’asse che bisognerà attrezzarsi e puntare l’attenzione, nelle sedi istituzionali ma non solo: i partiti soffrono da tempo di crisi identitarie, organizzative e di relazioni con articolazioni, tutte da inventare, sui territori. Sono insopprimibili, è chiaro, ma vanno sorretti con iniezioni di stimolo, elaborazione e proposta. In questo senso, avere ministro per il sud l’ex governatore della Sicilia, con accanto un inossidabile ministro leghista agli affari regionali comporta, nel silenzio o nell’inerzia, per un verso una accelerazione verso un esito disastroso per il mezzogiorno che data a partire dalla sciagurata mossa che ormai oltre venti anni fa aprì le porte al fai-da-te nelle regioni d’Italia, con la dissoluzione della solidarietà nazionale e un regionalismo a trazione nordista.

Per altro verso, il ministro Musumeci, al di là di valutazioni d’altro tipo, non può al momento essere scevro di valutazioni che collocano la sua parte politica di provenienza fra quelle di una concezione assistenzialistica e clientelare, che si può definire come si vuole ma certamente non utile alla crescita del mezzogiorno. Il PNRR ha visto in campagna elettorale più di una esternazione riguardo la volontà di rivisitarlo e correggerlo da parte dei partiti della destra proiettati verso la vittoria. Sappiamo quanto sia irrinunciabile per l’intero mezzogiorno l’ammontare delle risorse e dei progetti previsti dal governo Draghi, che, per quanti perfettibili e suscettibili di verifica per la loro cantierizzazione, non è pensabile si possa rischiare vengano distolti o vanificati da malaccorte manovre. Senza perdere di vista i contributi documentati provenienti da più parti circa l’inadeguatezza del personale amministrativo ai vari livelli presenti nei ranghi degli enti locali via via malaccortamente svuotati tanto quantitativamente che qualitativamente: è questo l’abbrivio delle mosse da intraprendere visto che la gestione dei progetti e della loro esecuzione degli interventi del PNRR è demandata massicciamente a tecnici e amministrativi periferici. Progetti e opere che potrebbero proiettare l’intero mezzogiorno verso un orizzonte che al netto del rivendicazionismo e delle sempiterne politiche assistenziali si potrebbe configurare in linea con le recenti considerazioni che disegnano un coraggioso quanto ineludibile outing con il quali in ogni caso si dovranno fare i conti.

Osserva, cioè, Giuseppe Lupo: “L’obiettivo verso cui si orientava la cultura italiana nel periodo del miracolo economico e cioè che abbattere il diaframma tra le due culture fosse un’operazione difficile da raggiungere, nonostante l’irrompere violento degli statuti tecnologici nel tessuto di un Paese non più contadino: questo convincimento non solo minava la nascita di una cultura politecnica, ma risultava anche un modo attraverso cui gli antichi retaggi che il Novecento portava con sé – il ritenere in gran conto la vocazione al pensare e discapito della vocazione al fare – continuassero a certificare, di fatto, il primato del logos sulla praxis, dunque la differenziazione gerarchica dei saperi, così come aveva stabilito Benedetto Croce agli inizi del secolo. Il vero problema risiede nel valore pedagogico della lezione crociana, che nel corso dell’intero Novecento ha continuato ad agire negli strati sotterranei dell’establishment intellettuale fornendo l’alibi a chi considerava secondaria o accessoria la dimensione tecnocratica del sapere o addirittura delegittimandola dinanzi agli occhi di quei numerosi autori che condividevano un destino di funzionari al servizio dell’industria. La lezione crociana, anche se nessuno aveva il coraggio di citarla apertamente, compiva fino in fondo il dovere di essere una sorta di vangelo dell’antimodernità, dimostrando quanto fosse ineliminabile la vecchia contrapposizione tra umanesimo e tecnologia fino al punto da impedire quel confronto disciplinare che invece doveva e poteva recuperare la lezione di una modernità politecnica.” E’ vero: da tempo, purtroppo, politica e cultura proseguono su sentieri separati se non divaricanti, ma un nuovo inizio, che potrebbe essere quello buono, non è detto che non avvenga grazie a una nuova crasi, che non potrà che essere virtuosa.