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Una svolta per il Mezzogiorno

Occorre che vinca il coraggio
Il Parlamento

Il vero scontro politico nel nostro Paese non è quello tra nostalgici del fascismo e novelli liberatori ma, nei fatti, tra conservatori e innovatori: i primi vogliono utilizzare le risorse disponibili per garantire gli attuali livelli di qualità della vita là dove questi si sono determinati, i secondi, gli innovatori, proporre di garantire gli stessi interessi ma allargandoli all’intera popolazione nazionale attraverso la scelta coraggiosa di indirizzare le risorse investendo su una rete di infrastrutture e su servizi di eccellenza nel Mezzogiorno.

I conservatori sono, quindi, per una politica di assistenza e sussistenza dell’esistente, gli innovatori per rendere utilizzabile tutto il territorio nazionale e i tanti fattori economici disponibili al fine di avere più sviluppo e riportare l’Italia protagonista in Europa e nel mondo. Ovviamente vi saranno altri tipi di conservatori che, di fatto, passeranno per meridionalisti e, di fatto, difenderanno l’esistente chiedendo la parità attraverso sussistenze come il reddito di cittadinanza o altro intervento similare: questo rafforzerà la posizione dei veri conservatori. Che il vero problema in Italia sia questo risulta chiaro leggendo tutti gli indicatori economici che danno saturo il territorio settentrionale e strategica l’area centro meridionale grazie alla nuova centralità del Mediterraneo, un area oggi inutilizzabile perché sfornita di attrezzature adeguate e di servizi, con l’aggravante della forte presenza di mafie incontrollate. E’ illuminante l’aumento annuale della massa di capitali italiani investiti all’estero, dimostrazione inequivocabile di una potenzialità presente ed operativa che non investe più neppure nel nord dove gli spazi sono tutti occupati ed entrarci è rischioso e poco redditizio.

In Germania si profilò la identica situazione nel momento della riunificazione dopo il crollo del blocco comunista sovietico: si trovarono insieme due territori assolutamente diversi con un divario enorme ed apparentemente difficilmente sanabile. Ebbe il sopravvento la scelta di scommettere su di un piano di investimenti di portata gigantesca che l’economia tedesca non solo seppe sopportare, ma le diede la capacità di raddoppiare la produzione industriale e divenire leader europeo. Probabilmente giocò un ruolo essenziale il carattere dei tedeschi e l’orgoglio nazionale grato per la riunificazione del territorio, ma è importante ricordare che la scelta fu condivisa non solo da tutte le forze politiche, ma anche da quelle sociali con i sindacati in prima linea. Purtroppo in Italia non si avvertono posizioni di innovatori all’interno delle principali forze politiche, nessun partito ha inserito queste scelte nel proprio programma, mentre appare sempre più forte il partito unico del nord, una grande “convinzione nazionale” dove si lavora all’autonomia differenziata che potrebbe fotografare l’esistente per garantirne la continuità, senza neppure pensare a premettere un grande piano, magari decennale, nel quale l’intero Paese si impegna a rendere idonee alla sviluppo le aree centro meridionali, restituendole alla agibilità anche rispetto alle mafie. Questa condizione obiettiva del Paese nessuno l’affronta perché di difficile soluzione (meglio glissare con battute razziste) e va preso atto che nessuna forza politica si candida a rappresentarla anche se riguarda diritti naturali oltre che costituzionalmente garantiti e nonostante rappresenti l’unica opportunità percorribile per l’intera nazione per avere sviluppo.

La domanda spontanea quindi è: come finirà? Probabilmente a causa del “sistema della nostra democrazia” che è fortemente bloccato e del fatto che la totalità dei media è legata agli interessi che rappresentano l’esistente, non riesce a prendere consistenza una forza politica che si assuma il carico di questa battaglia, cosa che invece trent’anni fa riuscì al nord con la nascita della Lega. Però, per fortuna, cresce lo stesso e si va diffondendo un “racconto” che è stato capace di aprire una revisione storica sull’intero percorso dell’unità nazionale e ha evidenziato una ormai intollerabile differenza tra il nord e il resto del Paese. A questo racconto, negli ultimi anni, si è aggiunta una pattuglia di economisti che sostengono quanto ho scritto in queste righe, che hanno chiamato anche gli interessi del nord manifatturiero a chiedere gli investimenti nel Mezzogiorno, un territorio grandissimo, contiguo al nord molto sviluppato, interno alle normative nazionali e comunitarie. Quindi è oggi presente in Italia la domanda per un nuovo Paese, una domanda sostenuta da ragioni morali e da interessi collettivi, ma questa esigenza abbisogna di scelte politiche, abbisogna di parlamenti consenzienti e, normalmente, questo avviene quando una proposta appare vincente, mentre questo nuovo meridionalismo ha solamente lambito i centri studi più significativi, i salotti culturali, ma è fuori dalla disputa nazionale che furoreggia e si organizzata nel top show e nelle piazze, dove impazza ancora la facile molla della eccitazione degli odi sulle differenze personali o sociali, delle ideologie vecchie e nuove legate al 900 o alla transizione ecologica e alle emergenze climatiche e sanitarie, argomenti dove si regalano sogni o si stimolano istinti per trovare manodopera gratis, ma dove passano, come abbiamo visto negli ultimi anni, fiumi di euro-dollari.

Allora che fare? Il Mezzogiorno italiano, a mio avviso, va oltre le regioni tradizionalmente individuate perché, se lo vogliamo piattaforma italiana ed europea nel Mediterraneo, copre l’intera nazione, rappresentata capovolta, con la Sicilia e il sud a fare da confine nord verso quel mare dove, a poche miglia, transitano non solo gli scafi della emigrazione africana, ma le navi container che trasportano un quarto della ricchezza mondiale. Questo Mezzogiorno, probabilmente, se dovesse essere rappresentato in politica oggi vedrebbe la nascita di tanti movimenti, cosa che già si delinea, legati al campanile o alla personalità del leader locale, ognuno convinto di affermare un “giusto” valido erga omnes. In effetti anche la lega nasceva veneta, lombarda, friulana sino a quando non fu chiaro che tutti erano uniti da comuni interessi e fino a quando gli interessi allora preponderanti, quelli lombardi, non decisero di farsi valere, ma poterono farlo quando si unificarono nella richiesta di secessione da Roma ladrona: capirono tutti che il gioco si poteva fare solo se si era uniti. Non hanno fatto la secessione, ma hanno conquistato il timone del Paese, il vero obiettivo almeno di chi li aiutava. Infatti anche quando apparentemente erano opposizione hanno stimolato l’emulazione nelle controparti, la concorrenza sulle loro stesse tesi. Quindi, a mo avviso, la via indicata è quella di portare avanti le lotte, perché le principali sono comuni a Palermo, Bari, Napoli, Macerata e Civitavecchia, un Mezzogiorno da cui tutti i giovani sono costretti a separarsi per farsi un futuro mentre potrebbe divenire il luogo dove si costruisce il futuro per tutti.

Occorre la svolta, occorre che vinca il coraggio e l’innovazione e venga sconfitta la conservazione. (Non se l’abbiano a male gli amici elettori dei Fratelli d’Italia, parlo di conservazione e non di conservatorismo, pensiero prezioso perché indispensabile a concorrere alla salvaguardia e alla crescita naturale dei popoli) Ho letto l’appello di Saverio Coppola, uno dei coordinatori dell’Alleanza Istituti Meridionalisti, che propone una marcia su Roma di tutti i meridionali per combattere l’autonomia differenziata; tre giorni addietro stessa cosa mi proponeva Pino Aprile. Perché no, sarebbe l’inizio di un metodo per mettere insieme tutti sui temi che sono comuni, costruendo dal basso la presenza, nel dibattito italiano, delle ragioni del Mezzogiorno.