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Felice Ippolito: il Mattei del nucleare

L'indipendenza energetica dell'Italia
Felice Ippolito: il Mattei del nucleare

Conoscere la storia del nucleare italiano è oggi particolarmente rilevante, anche ai fini del dibattito pubblico in corso su questi temi. Agli inizi degli anni Cinquanta l’Italia fu tra i primi paesi ad avviare un programma di ricerche e sviluppo nel settore nucleare. Presso il Politecnico di Milano era stato fondato il Centro italiano studi ed esperienze. Si stavano sviluppando varie iniziative, soprattutto a opera di Edoardo Amaldi, una delle figure preminenti della fisica italiana, per ricostituire la nostra fisica, che era stata dispersa dalle leggi razziali e dalla guerra. Enrico Fermi, aveva fatto di Roma la capitale mondiale della fisica nucleare. Franco Rasetti e i due premi Nobel per la fisica Enrico Fermi ed Emilio Segrè erano salpati, prima della guerra, verso gli Stati Uniti, Pontecorvo, prima in America, poi in Canada, in Gran Bretagna e definitivamente in Unione Sovietica dal 1950.

Amaldi fu l’unico dei “ragazzi di via Panisperna” a rimanere in Italia, dedicandosi all’impegno attivo nelle organizzazioni di scienziati per la pace e il controllo degli armamenti. La necessità di tenere la ricerca separata dalle ingerenze di carattere militare si era fatta in lui particolarmente forte da quando aveva sperimentato con Fermi, alla fine della guerra, le sgradevoli conseguenze prodotte negli Stati Uniti dalla stretta connessione tra la fisica nucleare e l’ambiente militare. La convinzione che il carattere intrinsecamente internazionale della ricerca potesse essere sfruttato per costruire canali di comunicazione ufficiosi ma efficaci attraverso la cortina di ferro per favorire la distensione è stata per lui un’idea guida. Tra i tanti eventi verificatisi dopo la sua scomparsa fu l’assegnazione del premio Nobel per la pace nel 1995 al movimento Pugwash, un gruppo internazionale di scienziati impegnati nella soluzione dei problemi seguiti all’avvento delle armi atomiche che risposero all’appello lanciato da Einstein e Russel. La convinzione che il carattere intrinsecamente internazionale della ricerca potesse essere sfruttato per costruire canali di comunicazione ufficiosi ma efficaci, attraverso la cortina di ferro per favorire la distensione, è stata per lui un’idea guida.

Per coordinare gli sforzi nel settore, nel 1952, fu creato il Comitato Nazionale Ricerche Nucleari. Il Comitato si rivelò fin da subito un organo di gestione, innovativo e dinamico, della politica scientifica, anche grazie all’impegno del suo primo segretario generale, Felice Ippolito, ingegnere geologo napoletano che aveva avviato i primi studi sull’uranio in Italia. L’ingresso dell’Italia nel settore nucleare fu concepito come prospettiva strategica di diversificazione energetica. Anche in questo senso va vista la costruzione delle prime tre centrali nucleari italiane di Trino Vercellese, Garigliano e Latina, realizzate tra il 1956 e il 1964. Pochi sanno che, come conseguenza di queste prime iniziative, nel 1965 l’Italia fu il terzo produttore mondiale di energia elettronucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. spinta che si esaurì piuttosto rapidamente. L’indipendenza energetica dell’Italia a cui aspirava il prof. Felice Ippolito fu la stessa che muoveva Enrico Mattei alla ricerca dell’autonomia italiana nel campo del petrolio. Entrambi pensavano che l’energia fosse un campo da non lasciare ai privati, che venisse quindi controllato dallo Stato. La ragione per cui entrambi erano malvisti dai privati in Italia e all’estero, soprattutto in America. La fine di Ippolito sarà meno tragica di quella di Mattei ma non meno dolorosa. Ippolito si era laureato nel 1938 in ingegneria civile con una specializzazione in geologia che insegnerà poi all’Università di Napoli. Il declino della sua carriera iniziò con un fatto che avrebbe dovuto rappresentare un successo. Nel 1955 la commissione, su suggerimento del Ministero dell’Industria, delegò provvisoriamente il segretario generale Felice Ippolito alla sua gestione.

Da quel momento il geologo napoletano diverrà leader indiscusso del CNRN che nel 1960 si trasformerà in Comitato Nazionale Energia Nucleare. Al declino concorsero vari motivi, economici e politici. Il progetto nucleare italiano finì ostaggio di lotte politiche negli anni del centrosinistra. La nazionalizzazione dell’energia elettrica, determinò enormi trasformazioni di potere nell’economia e nella società italiana. L’Enel non credette mai veramente alla scelta nucleare e perseguì piuttosto lo sviluppo delle centrali termoelettriche alimentate a olio combustibile. La concorrenza esercitata in quegli anni dal petrolio svolse un ruolo nell’indirizzare tali decisioni, ma mancò al tempo stesso una visione politica e strategica di diversificazione energetica, per cui l’Italia continuò ad aumentare la sua dipendenza dalle importazioni prima di petrolio, poi di gas. In quelle lotte politiche ebbe la sua genesi Il “caso Ippolito” nel 1964 e fece sprofondare il CNEN in una lunga crisi. Giuseppe Saragat accusò Ippolito di sperperare i soldi degli italiani, dando avvio ad una feroce campagna di stampa che portò a un’inchiesta giudiziaria. L’improvvisa ostilità di Saragat e il suo altrettanto improvviso interesse per il nucleare avvennero dopo i suoi viaggi negli Stati Uniti… Tra le accuse più “rilevanti” ad Ippolito ci fu quella di aver donato valigette in finta pelle agli intervenuti a un congresso stampa. Venne processato e condannato a 11 anni e 4 mesi. Poi in appello ridotti a 5 anni. Sarà proprio Saragat, eletto Presidente della Repubblica, a concedergli la grazia dopo un anno di reclusione. Venne eletto membro del parlamento europeo (1979-1989) nelle file del PCI come indipendente.

Tuttavia, alla fine degli anni Sessanta, il progetto nucleare italiano, che era partito in modo assai dinamico, cominciò a rallentare, e fu decisa la costruzione di una sola altra centrale, quella di Caorso. Negli anni Settanta, della crisi petrolifera, solo apparentemente furono rilanciati i programmi con la costruzione di Montalto di Castro, mai portata a termine perché interrotta dal referendum del 1987. Venne così meno il collegamento tra ricerca nucleare e progettualità industriale, e fu rallentata la formazione di conoscenze e professionalità di quella prima generazione di ingegneri nucleari e fisici nucleari che si stava formando nelle università italiane. Il settore nucleare italiano però è stato capace di ridefinirsi e ristrutturarsi, anche grazie a partnership internazionali, che hanno continuato ad attirare laureati nel settore. Il dibattito sul nucleare è però ancora fermo alla rozza dicotomia ideologica e pregiudiziale, mentre parlare di nucleare, anche indipendentemente dalla produzione di potenza, significa in realtà parlare di ricerca scientifica, di cooperazione internazionale, di formazione di capitale umano nei settori avanzati, significa innovazione e capacità di pensare in senso strategico. Lo “sguardo oltre”, saper scegliere oggi per il futuro, ciò che distingue il riformismo forte da quello debole e miope…