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Il masochismo del Partito Democratico

LA CANDIDATURA DI LETIZIA MORATTI
Letizia Moratti

La vicenda della candidatura di Letizia Moratti credo che meriti attenzione e approfondimento. Una signora dell’imprenditoria, della cultura, dell’altruismo verso i giovani colpiti dalle dipendenze, del sostegno al genere femminile praticandolo nobilmente, della politica fatta bene a più livelli avrebbe dovuto essere presa in seria considerazione dalla sinistra.

La sua idea di contrapporsi al governatorato di Fontana rappresentava una idea politica, coraggiosa e interessante. Ciò dopo aver risolto al meglio ciò che poteva nella sanità lombarda resa malconcia da una gestione politica decennale attenta solo a difendere interessi del privato e a drenare risorse al sud, attraverso il più ignobile fenomeno delle migrazioni interne per la vita e per la morte più dignitosa. Quella brutta cosa alimentata dall’assenza di soluzioni per il Mezzogiorno anche da parte di chi governa il Paese, con la Lombardia sempre lì a decidere. A fronte di tutto questo cosa succede, invece. Senza nulla togliere a Pierfrancesco Majorino, con la stessa Moratti, ma riconsegna la presidenza all’Attilio nazionale. Credo tra i peggiori a governare la spesa pubblica regionale e ad assicurare ai lombardi i diritti fondamentali, peraltro ancora avvolto nella nebbia di un problema di quattrini depositati in Svizzera sui quali i meneghini e corregionali hanno rinunciato persino a capire. E qui, la prova del nove, se ve ne fosse ancora bisogno, del masochismo del partito democratico.

Del suicidio che sta via via perpetrando, con tutti i segretari istigatori. Quelli che si sono avvicendati alla sua guida fallimentare. Della capacità di fare vincere gli altri, diversi nel dna necessario per proteggere i più deboli. La domanda che il cittadino comune – quello che non ne può più delle candidature congressuali di questi giorni che generano incredulità, antipatie e incomprensibilità – si pone è come un siffatto partito sia riuscito a giocarsi quel patrimonio politico appartenuto alla democrazia cristiana e al partito comunista. Entrambi radicati sul territorio, espressioni di pretese ideologiche diverse ma tradotte spesso in buona politica praticata, specie negli enti locali, pieni zeppi di tesserati attivisti dispersi al vento peggio delle foglie secche dei kaki che abbandonano il frutto alla mercè di chi li raccoglie. Tutto questo è frutto del suo autolesionismo, che lo porta a farsi rappresentare dai peggiori, mettendo da parte i giovani migliori e non ricorrendo, come nel caso della Moratti, a possibili vincitori delle contese che contano a tutto vantaggio dell’avversario della più brutta destra. Nelle Regioni e negli enti locali il governo della res pubblica è esplicitato in forma diretta, senza troppe mediazioni. In quanto tale occorre vincere per arrivare a praticarlo, solo che si vogliano cambiare le cose.

E’ lì che si esprime la politica degli indirizzi e dei controlli, dei fatti concreti che i cittadini toccano con mano. E’ lì che bisogna fare la differenza. Fondamentali quindi sono i programmi, i progetti e le volontà del cambiamento nel rendere esigibili i servizi pubblici nei modi migliori e le prestazioni essenziali, attenuando – sino ad eliminarle del tutto – le differenze, le solite discriminazioni tra chi è ricco e chi non lo è. Sono le politiche sociali a contare e non le ideologie, da mettere in mano a capaci. Guai a giudicare negativamente appartenenze incompatibili che, nella specie, sono peraltro inesistenti. Non iscritta a partiti di destra, non frequentatrice di associazioni divisive, tutt’altro. Addirittura, con un papà antifascista e partigiano. Con il limite forse di avere come sponsor Renzi e Calenda, un “guaio” per Letta & Co. che però non lo dichiarano, come si fa con il convitato di pietra. L’esempio di una brutta vendetta da passaggio del campanello, che verrà fuori dall’autopsia di ciò che poteva essere un attore della politica della sinistra senza però riuscirvi. Ma si sa, la sinistra, meglio quella che si ritiene tale senza esserlo preferisce perdere, è diventata quanto di più contraria ad essa. Forse per la oramai innata incapacità a decidere e a concretizzare le decisioni del buon governo. L’esatto contrario di cosa e come faceva una volta, quando le sue sezioni erano piene di persone che ci credevano. Da qui, l’esigenza di rafforzare la politica federata, nel senso di essere praticata da federazioni di ideali, di fedi, di proposte utili alle soluzioni. Insomma, federazioni di buon scopo. Mezzogiorno federato ha il suo.