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Una Convenzione per rendere le emergenze delle autentiche occasioni di sviluppo

IL MANIFESTO DI MEZZOGIORNO FEDERATO
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La Pandemia; la guerra in Europa; la crisi energetica; la crisi economica; la crisi finanziaria; la crisi umanitaria; la crisi strategica. Sono tutti avvenimenti sconvolgenti nel loro impatto immediato: ma sopratutto nelle conseguenze di breve e medio periodo, che costringono a riesaminare la validità delle scelte compiute, la sostenibilità degli obiettivi, la compatibilità con gli scenari interni ed internazionali, la disponibilità delle risorse e degli strumenti operativi pubblici e privati. Se il Mezzogiorno protagonista era una esigenza, oggi è diventata una necessità. Se l’Europa politica unita era una richiesta, oggi è un obbligo ed una convenienza. Se la globalizzazione consentiva scelte nazionali,l a sua trasformazione ed il suo declino spingono ad alleanze di blocco. Un nuovo ordine mondiale si va delineando, ed i suoi protagonisti non ne sono ancora interamente consapevoli.

2) Pensare di affrontare questo appuntamento con la storia divisi in otto regioni deboli e litigiose, autarchiche ed incapaci di progettualità condivisa, è un errore che può diventare irreparabile danno. Se fino a pochi mesi or sono era possibile denunciare una condizione di emarginazione e di inadeguatezza del mezzogiorno, contestando ritardi e debolezze dello Stato ed incapacità della classe dirigente, sollecitando una reazione di riscatto e rinascita, oggi non è più così. Il Mezzogiorno deve agire come un unico soggetto che sia protagonista degli adempimenti che le nuove condizioni di vita associata impongono. Non c’è più soltanto una Italia capovolta: è l’intero continente euromediterraneo che si è spostato ad Est, inglobando nei suoi confini strategici, nuovi territori e nuovi popoli, e ponendoci nuovi problemi.

La pace non è una condizione naturale: è piuttosto il risultato di costanti e consapevoli interventi per determinare condizioni di equilibrio, collaborazione e confronto.
La pace fra i popoli e gli Stati va riconquistata e difesa. Anche la guerra, fredda o combattuta ,non è una condizione naturale, e va modificata con la politica. È quanto sta avvenendo in queste settimane, mentre prendono corpo alleanze di blocco e si definiscono nuove identità e nuovi interessi nazionali e continentali.

3) L’Europa politicamente unita e riformata è il nuovo soggetto politico Euro Mediterraneo fondato su città e territori e con la mediazione leggera degli Stati nazionali. Il Mezzogiorno è l’Italia Mediterranea, attore di un diverso sistema di governo delle pianificazioni e delle strategie. La nuova unificazione e coesione del Paese, nella alleanza di blocco occidentale è la ricostruzione di una Italia fondata sul civismo federativo, pragmatico, insieme con un assetto istituzionale adatto alle funzioni globali e locali del terzo Il nuovo sistema politico si ricostruisce con il civismo federativo. Civismo, perché nei valori civici la comunità trova il senso concreto della democrazia governante, definisce i suoi interessi, non li fa condizionare da scelte ideologizzate e da convenienze di parte. Federativo, perché più comunità si uniscono per comuni interessi, funzioni, identità, bisogni, ed attraverso le istituzioni riformate, esprimono nel foedus quella strategia di Governo e quelle funzioni amministrative che rispondono alle esigenze locali e globali di una entità storicamente compiuta e definita. Dopo il ventennio della grande confusione, il civismo federativo deve essere la base del nuovo sistema politico in formazione, in una condizione di guerra. Gli schieramenti verranno; le diversità valoriali emergeranno; le contrapposizioni di interessi si manifesteranno; ma la materia della politica come vita della democrazia sarà nuova è rinnovata in continuazione.

4) Il protagonismo del Mezzogiorno è reso più urgente e necessario dalla crisi che stiamo attraversando, che parte dalla constatazione del fallimento del Regionalismo a 20. Ma questo non comporta il fallimento della scelta regionalista affermata dalla Costituzione. Si è consumato, nella esperienza ultracinquantennale, un modello organizzativo e strutturale definito in una fase profondamente diversa e non accompagnato, nel corso degli anni da una consapevole ed adeguata azione di riforma. L’anima della Regione è venuta meno perché le sue dimensioni, funzioni, obiettivi, sono al di sotto dei problemi e delle opportunità di sua competenza. Il Regionalismo a 20 è finito, non per la richiesta delle autonomie differenziate di alcune regioni del Nord, ma perché non risponde più alle esigenze del Paese e delle sue trasformazioni; presentando una realtà frantumata, costosa, inefficiente ed impotente. Ma non è finita l’esigenza costituzionale della struttura regionalista dello Stato italiano, soprattutto nella fase di riforma e ristrutturazione di una UE, euro mediterranea, che si avvia ad essere nuova protagonista nello scenario mondiale.

5) Questa nuova struttura regionalista và riscritta nelle dimensioni, nei poteri, nelle competenze; puntando a costruire soggetti forti che, senza demonizzare una riflessione presidenzialista, accompagnino il governo nazionale nelle scelte di governabilità interne e nelle costruzioni sistemiche comunitarie. Ma questi soggetti devono essere anche contenitori consapevoli della governabilità civica delle città metropolitane e dei sistemi urbani diffusi, senza sovrapposizioni ed antagonismi. Le finalità di queste nuove ed antiche regioni, che abbiano la necessaria massa critica, devono essere la competitività territoriale, nella dimensione euromediterranea; la governabilità delle comunità, delle risorse, delle opportunità, nella dimensione nazionale. Non si tratta, di una pur utile, operazione di ingegneria costituzionale ed istituzionale, né un esercizio di governo. La crisi del regionalismo a 20, è stata insieme con altre, causa ed effetto di uno scollamento del popolo dalle Istituzioni del territorio che avrebbero dovuto rafforzare. Il paese è realmente diviso, anche profondamente, su interessi territoriali forti e su identità antagoniste esasperate strumentalmente.

La ricomposizione dell’unità del Paese; la costruzione del nuovo sistema delle autonomie; la competitività e l’efficienza nel governo delle risorse umane e del territorio; la lotta alle diseguaglianze come priorità qualificante; tutto questo deve essere la materia di un movimento di popolo che sia protagonista della rinascita della Nazione nelle sue autonomie e nella sua identità: italiana, europea, mediterranea. Questo movimento deve nascere nella trasversalità delle convenienze politiche, nella diversità degli insediamenti territoriali e degli interessi; nella pluralità delle esperienze culturali e sociali. Deve nascere ora e subito, dando al risveglio in atto nella coscienza popolare del Mezzogiorno, valori ed obiettivi per i quali mobilitare energie e volontà.

6) Abbiamo assistito, soprattutto nelle passate legislature, ad un sistematico annuncio con l’impegno a rilanciare il Mezzogiorno; abbiamo sistematicamente letto di una vera corsa alle percentuali di risorse del valore globale degli impegni dello Stato trasformati in interventi nel mezzogiorno superiore al 40%, al 50%, al 60%. Abbiamo saputo di elenchi di opere divenute progetti pronti per essere approvati, pronti per essere cantierabili. Non era vero, ed abbiamo denunciato il vuoto che si nascondeva dietro questi atti completamente privi di consistenza. Le conseguenze per il mezzogiorno le riassumiamo in tre emergenze che sembrano ormai irreversibili: a) la perdita sostanziale di risorse assegnate al Sud dal PNRR b) la perdita definitiva delle risorse assegnate al Sud con il Fondo Coesione e Sviluppo 2014-2020 ela inesistenza programmatica per il Fondo 2021-2027; c) le Autonomie differenziate avviate senza affrontare la omogeneità delle condizioni socioeconomiche del Paese;

7) a) Con il decreto legge 144 del 23 settembre scorso, il Governo Draghi ha cambiato sostanzialmente in particolare l’articolo 30 di tale provvedimento, precisando che le risorse assegnate e non utilizzate per le procedure di affidamento di contratti pubblici, aventi ad oggetto servizi e forniture ovvero la concessione di contributi pubblici relativi all’intervento del PNRR, possono essere utilizzate dalle amministrazioni titolari, previa comunicazione al Dipartimento della ragioneria generale dello Stato nell’ambito dei medesimi interventi per far fronte ai maggiori oneri derivanti dall’incremento dei prezzi delle materie prime, dei materiali, delle attrezzature e delle lavorazioni, e dell’energia. Simile scelta cambia la destinazione di un numero di opere per un valore di circa 14 miliardi di euro. Questa scelta è avvenuta senza ottenere prima l’autorizzazione dell’Unione Europea come previsto dall’articolo 21 del regolamento 20 21 /241. La riduzione delle opere sarà legata alla capacità delle stesse di essere completate entro il 31 dicembre del 2026. Rientrano in tale scelta obbligata praticamente tutti gli interventi infrastrutturali del sud. Negli ultimi due legislature si è praticamente raccontato solo quello che si sarebbe fatto in un prossimo futuro non elencando mai ciò che di nuovo si sarebbe riuscito a fare in particolare nel sud. Una Obiettiva lettura degli stati di avanzamento scoprirà che gli annunci relativi alle percentuali delle risorse da assegnare al sud variabili da un minimo del 40% a un massimo addirittura del 60%, non solo non si sono verificati ma ormai dopo oltre due anni e mezzo dall’avvio, praticamente le percentuali di spesa sono in esistenti.

Lo stato di avanzamento dei progetti e la fase di acquisizione delle varie autorizzative fa capire che entro il 2026 forse saremo in grado di spendere un insieme di risorse per il sud non superiore al 5 miliardi di euro. b). una seconda emergenza e quella relativa alla mancata spesa del programma supportato dal fondo di sviluppo e coesione 2014-2020. Dei 54 miliardi di euro assegnati nel 2014 ne abbiamo spesi forse solo 6 miliardi. Questa incapacità di spesa, non solo delle regioni del mezzogiorno (responsabili dei programmi operativi regionali), ma anche dei vari dicasteri tra cui quello delle infrastrutture, in quanto responsabili dei programmi operativi nazionali, si è evidenziata con le indicazioni della commissione europea sulla possibilità nazionali di impiegare i fondi non impegnati della programmazione 2014-2020 e riprogrammarli per sostenere aziende e famiglie in difficoltà con le bollette (circa 40 miliardi). La proposta avanzata dalla commissaria dell’Unione Europea toglie al mezzogiorno tali risorse e, la mancata capacità nell’attuare la spesa, coinvolge tutti ministri che si sono succeduti nelle ultime due legislature competenti alla spesa, e tutti i presidenti delle otto regioni del mezzogiorno. Sempre all’interno dei fondi di sviluppo e coesione è irresponsabile il comportamento con cui si è seguito il programma del fondo di sviluppo 2021-2027 ed il programma delle reti trans european network.

In ambedue non c’è stata presenza attiva e motivata; per il fondo coesione si è emanata una delibera Cipes per la utilizzazione di circa 6 miliardi a fronte di un volano globale di oltre 50 miliardi, con la possibilità di arrivare ad una quota di 73 miliardi. Tutti fondi persi per latitanza progettuale c) L’emergenza con maggiore rilevanza politica è quella relativa alle autonomie differenziate. È impossibile impegnarsi in una simile iniziativa senza avere reso prima omogenei alcuni indicatori economici delle singole realtà regionali. Oltre 75 anni dalla costituzione della Repubblica, non è pensabile che i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) siamo distanti una enormità da quelli del centro Nord del paese: non è pensabile che il reddito pro capite in Sicilia si attesti su un valore di 17.400 € ed al centro Nord superi 32.000 € e in Lombardia raggiunga anche il valore di 40.000 €. Questo non solo non è più accettabile come se in questi 75 anni si fosse preferito mantenere e garantire da parte dello Stato questo sottosviluppo. Non si parla quindi di autonomie differenziate senza prima risolvere precise emergenze e criticità rimaste quasi invariate per tanti anni. Altrimenti significa degradare in modo irreversibile l’assetto socio economico del sud, esasperando al tempo stesso le distanze anche tra le regioni. Qualsiasi iniziativa in tal senso, qualsiasi itinerario normativo sarebbe un atto di irresponsabilità politica. Va quindi ribadita l’urgenza di raggiungere i livelli di omogeneità accettabili prima di affrontare ogni azione che escluda ulteriormente le potenzialità di crescita dell’intero mezzogiorno.

8) Le responsabilità politiche sono anche responsabilità individuali: le carenze nella attuazione di programmi nazionali e comunitari da parte di figure di governo nazionali e regionali, che hanno fatto danno al Paese debbano essere combattute e contestate. Soprattutto le Regioni del Mezzogiorno devono, in modo organico ed unitario, comprendere questo vuoto gestionale che ha compromesso la crescita dell’intero mezzogiorno, devono al tempo stesso, ammettere la miopia con cui hanno gestito il complesso processo programmatico che dal 2014 ha offerto al sud tante occasioni per il suo rilancio: tutte occasioni perse perché è mancata la lungimiranza politica ed il coraggio di rivendicare i propri diritti e la gestione federata di poteri, competenze, risorse.

Una Convenzione del Mezzogiorno può rendere queste emergenze autentiche occasioni: • Rendere cogente il tavolo operativo de PNRR per le Regioni del Mezzogiorno Federato, gestendo la riformulazione progettuale in modo compatibile alla reale disponibilità di risorse, agli obiettivi della transizione ecologica e tecnologica e alle prevedibili conseguenze delle scelte legate alla politica di difesa della Alleanza. • Far gestire i Fondi comunitari di queste Regioni da un’unica Banca (CDP o BEI) secondo le indicazioni operative dell’organo di controllo istituito dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane; • Rappresentare i PON e i POR in un unico programma costruito e gestito dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane insieme alla Presidenza del Consiglio (non dai singoli Dicasteri); • Deve essere realizzato dalle Regioni federate e dalle Città metropolitane un unico quadro degli interventi infrastrutturali prioritari da avviare e completare nei 5anni; • Definire e valutare le funzioni economiche e gestionali connesse al piano delle infrastrutture; • Unificare tutte le delegazioni ministeriali presenti nelle singole realtà regionali; • Costruire nelle Regioni federate un unico distretto logistico; • Costituire nelle Regioni federate una unica gestione dell’offerta portuale; In realtà, ogni materia di pubblico interesse deve essere ricondotta a questa scelta di obiettivi, di contenuti secondo un metodo di lavoro che consente una concreta sinergia fra Movimento ed Istituzioni, progettualità civica e governabilità federativa. La condizione di eccezionalità politica richiede questo coraggio riformatore e questa lungimiranza strategica. Quindi una nuova classe dirigente consapevole della urgenza e drammaticità dei problemi che riguardano il Mezzogiorno, ma che la partita decisiva riguarda tutto il Paese, che nella nuova presa di coscienza di questi giorni, è l’Italia nella Europa unita.