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Il Sud passaporto di tutta la nazione in Europa

MEZZOGIORNO PORTA EUROPEA NEL MEDITERRANEO
Europa Geografica e Politica

Quasi due secoli fa, al momento di celebrare l’unità d’Italia, gli stessi padri fondatori erano stati ben consapevoli di quanto fosse ancora incompiuto il processo di unificazione territoriale, ma – ad esso strettamente correlato – anche il percorso identitario di appartenenza alla nazione, riassunto in quel “fare gli italiani”, lascito ancora oggi inevaso di Massimo D’Azeglio.

Emotivamente la patria è anche il territorio dove si vive, si lavora, si costruiscono i propri affetti e il futuro dei propri figli; le regioni del Mezzogiorno invece sono sempre state considerate solo un’appendice periferica della nazione da ogni punto di vista storico, culturale, sociale, economico. Questi territori appartenenti al Regno delle due Sicilie, un tempo parte dell’antico Impero spagnolo ormai declinante sul finire del XIX secolo in ogni parte del mondo, si erano consegnati senza combattere agli eserciti sabaudi nella convinzione, condivisa da gran parte delle élite meridionali liberali, che la nuova Italia di Cavour sarebbe stata in grado di unificare l’intera penisola assicurando alle popolazione del Sud diritti e libertà, istruzione e progresso civile ed economico, in sintesi eguaglianza con le popolazioni del Nord annesse all’Italia dai plebisciti nel marzo del 1860. L’unificazione promessa è rimasta una promessa: il Sud non si percepisce, e non è percepito dal resto del paese, come Italia, malgrado abbiano rivendicato l’identità di italiani tutti gli esponenti di quella cultura meridionalista, letterati, storici, economisti e politici che dal 1870 in poi alla denuncia della questione meridionale hanno dedicato tutta la loro esistenza. Su questa straordinaria ricchezza di studi, ha continuato a prevalere la vulgata più rozza, intessuta di stereotipi sui supposti caratteri antropologici dei meridionali, essi stessi causa e vittime di un’arretratezza che li esclude dalla piena cittadinanza italiana.

Il Sud peso per lo Stato italiano al quale spetta il compito gravoso di intervenire su un tessuto sociale incapace di offrire risposte ai problemi del suo territorio, malgrado le tante risorse distribuite nelle regioni del Mezzogiorno dai governi nel corso della prima Repubblica. Si può naturalmente discutere per quali ragioni gli interventi governativi abbiano solo in parte dato risposte efficaci alla “questione meridionale” – e anche su questo tema gli studiosi e i politici si sono confrontati a lungo offrendo tesi intorno alle quali è necessario oggi riaprire un confronto. Va però sottolineato che proprio sul terreno delle riforme mancate o inefficaci, si è sviluppato a partire dalla fine dei Settanta uno dei virus più insidiosi per la sopravvivenza stessa della prima Repubblica. Propagatore del virus è stata ieri, come oggi, la Lega. Nel momento in cui lo sviluppo italiano rallentava, i conti pubblici arrivavano al rosso profondo, l’inflazione toccava le due cifre e lo Stato non era più in grado di distribuire a piene mani aiuti alle industrie in crisi, benefici e sussidi alle fasce più deboli della popolazione, nelle regioni del Nord iniziavano a crescere le leghe. In un primo tempo sottovalutati dall’intero mondo della politica, i leghisti si erano fatti rappresentanti di una protesta del Nord che Cafagna ha definito il prodotto della crisi fiscale, fattore distruttivo, risalente all’unità d’Italia e rimasta irrisolta fino a oggi. Alla base c’era un’evasione arrivata a livelli altissimi come dimostrava il vuoto nelle casse dello Stato che dalle regioni produttive aveva attinto gran parte delle sue risorse. Le stesse regioni però dove nei primi anni Ottanta si faceva sentire la fase di stagnazione economica e di necessaria ristrutturazione nelle imprese, due aspetti ineludibili nella nuova era post-industriale. L’appello delle leghe allo sciopero fiscale si accompagnava a una vera e propria demonizzazione del Sud, quale mai si era verificata in tutta la storia d’Italia.

Alla popolazione meridionale si attribuivano tutte le colpe delle difficoltà economiche in cui si trovavano le piccole aziende settentrionali e quella pletora di ceti medi e piccoli i cui stipendi e rendite erano divorati dal caro vita. La colpa di questi mali stava nel Mezzogiorno parassitario, tenuto in vita dai trasferimenti statali pagati profumatamente dai settentrionali laboriosi, attivi, intraprendenti, come del resto si trasformavano anche quei numerosi cittadini del Sud che emigrati al Nord si erano integrati, tagliando le “radici marce” del loro arido territorio natio. Tutta quella parte d’Italia, peso inutile e adesso troppo oneroso per l’Italia, trascinava l’intera nazione verso la recessione, spingendola fuori dall’Europa continentale ricca e prospera di cui la Padania era una tra le regioni europee più produttive. E di Europa, negli anni Ottanta quando le leghe cresciute nei consensi si unificava nella Lega Nord di Bossi, si parlava molto via via che si avvicinava la scadenza di Maastricht (1992), prima tappa del percorso per la moneta unica. Non si sarebbe mai potuti arrivare a firmare i trattati dell’euro senza prima liberarsi del Sud che aveva allevato i politici potenti della prima Repubblica.

Meridionalizzazione della politica impersonificata dal segretario della Dc De Mita, definito ironicamente “intellettuale della Magna Grecia”, al quale si attribuiva la scomparsa delle tante risorse per il terremoto dell’Irpina, diventato simbolo della corruzione di tutta la classe dirigente; meridionalizzazione rappresentata anche da Andreotti, forte di una corrente che si alimentava con i voti mafiosi della Sicilia, terminale di una catena criminale alla quale risalivano gli scandali della banca Sindona e tanto altro marcio ancora. Non sfuggivano neppure i socialisti, che il Pci delegittimava davanti agli italiani con la questione morale; anche se il loro leader Craxi aveva il suo centro di potere nella capitale del Nord, la massa di tanti elettori che sostenevano la crescita del Psi, proveniva in numero sempre maggiore proprio dalle regioni meridionali, presidiate da esponenti di primo piano della nomenclatura socialista, Signorile a Taranto, Formica a Bari, Conte a Salerno e così via. La secessione del Nord da questa Italia disunita era iscritta nelle bandiere leghiste; una secessione che aveva la sua linea di confine nel Po, mentre il resto della penisola avrebbe preso la strada del declino verso l’Africa, per ricollocarsi idealmente come parte integrante dei territori arretrati e incivili, così simili al Mezzogiorno, sull’altra sponda del Mediterraneo. Ai governanti degli Stati africani si volevano naturalmente equiparare i politici di Roma, capitale di tutti i vizi e di tutte le ruberie diventate il tema dominante per quelle forze politiche che ai primi dei Novanta puntavano direttamente alla liquidazione della prima Repubblica.

Sul contributo della Lega alla caduta del sistema dei partiti, si dispone oggi di studi importanti che hanno rilevato quanto peso abbia avuto nell’immaginario degli italiani questa polemica sguaiata, anche se il secessionismo aveva suscitato le resistenze di chi alla battaglia antipartitica della Lega si era associato. Resta però il peso determinante della “questione settentrionale” in questa opera di distruzione che ha influenzato i successivi trent’anni di vita della seconda Repubblica. Non è casuale che a vincere le elezioni del ’94 sia stato il primo partito populista, Forza Italia, a evidente trazione nordista, guidato da Silvio Berlusconi, uomo simbolo dell’imprenditore “fai da te” nella inverosimile narrazione offerta dalle sue televisioni. L’alleanza con Bossi era stata indispensabile alla sua vittoria, ripetuta nel 2001 e nel 2008, anche se il ridimensionamento successivo della Lega aveva apparentemente messo a tacere le istanze separatiste che oggi riprendono vigore, non per forza ritrovata nelle urne, ma grazie all’alleanza con FdI, un partito fondato su radici geografiche non Settentrionali e su ideali patriottici “unificanti” nel richiamo al passato fascista. E’ un paradosso su cui si apre già con i governatori del Nord un braccio di ferro di cui non è così facile prevedere quale sarà la mediazione necessaria all’interno della coalizione di governo. Dell’intera vicenda della Lega, dalla sua nascita a oggi, resta però il duplice danno arrecato in Italia e in Europa che è destinato ad avere conseguenze politiche negative. In Italia dove il perpetuarsi e anzi l’accentuarsi di questa narrazione sul Mezzogiorno, sentina di tutti i mali, finisce per suscitare un sempre maggiore risentimento che va al più presto possibile incanalato su proposte politiche serie, elaborate dalle forze politiche presenti nelle regioni meridionali (innanzi tutto) e fatte proprie dai partiti nazionali, se non si vuole abbandonare il Mezzogiorno alle sirene populiste di quel sindacato del Sud, guidato ora dai Cinque Stelle dell’ex premier Conte nelle vesti di capo popolo. In Europa, dove si alimentano le copertine di “Der Spiegel”, e si soffocano le voci di chi guarda al Mezzogiorno come alla naturale porta di tutti i paesi europei nel Mediterraneo. Il Sud è invece il passaporto più prestigioso posseduto dall’intera nazione italiana per accreditarsi in tutto il suo valore tra i maggiori partner europei. Se non si è riusciti in quasi due secoli a ricongiungere il Sud all’Italia, l’unità nazionale si può davvero compiere nell’UE.