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Il dissesto ideologico causa quello idrogeologico

CRONACA DI TRAGEDIE ANNUNCIATE
Mappa del dissesto idrogeologico in Italia

L’Italia è straordinariamente bella, ma con territori e città spesso fragili. Lo testimonia il fatto che il 68% circa delle frane in Europa avvengono nel nostro paese. Siamo straordinari negli interventi in emergenza ex-post. Abbiamo sviluppato la migliore protezione civile del mondo. Tutti imparano da noi. Ma tutto questo non è risolutivo della fragilità e del rischio. Perché, come numerosi studi scientifici dimostrano, spendiamo somme spropositare per riparare i danni post-evento, che si sarebbero potute evitare ove si fossero spese somme di gran lunga inferiori in prevenzione.

Siamo una “frana” soprattutto nella prevenzione… Sarà perché i soldi spesi in interventi eseguiti in sperduti anfratti, letti di torrenti, versanti di colline e montagne, non si vedono, e quindi non portano voti. Quelli spesi in emergenza post catastrofe, per riparazione di drammatici danni e risarcimenti a danneggiati, invece hanno un grande impatto mediatico. Eppure la maggior parte dei disastri, sono disastri annunciati e spesso si ripetono nelle stesse aree geografiche. Ci sono ad esempio zone come quelle della Campania meridionale ove periodicamente si contano i morti e non è casuale. Provate a prendere una cartina del mediterraneo. Basta osservare le “fetch” che vanno dallo stretto di Gibilterra all’Italia. Le linee di mare più lunghe, senza che siano interrotte da isole o coste, sono quelle che puntano a nord in Liguria ed a sud sulla Campania meridionale, corridoi sul mare aperto dove più a lungo possono svilupparsi venti senza che siano interrotti da qualche ostacolo. Possono quindi caricare l’aria di grande umidità presa dal mare e generare le più potenti perturbazioni atmosferiche. Sono la causa delle più grandi alluvioni. Ed ecco che, periodicamente si verificano eventi importanti nella zona di Genova e della penisola Sorrentina e relativo entroterra: disastri di Sarno, Quindici, Castellammare di Stabia, Ischia, solo per citarne alcuni. Enormi straripamenti di fiumi, nel passato più o meno recente, non hanno provocato gli stessi danni e lo stesso numero di perdite di vite umane degli ultimi tempi perché, le aree interessate dalle esondazioni. non avevano insediamenti abitativi. Negli ultimi decenni le urbanizzazioni sono state, in alcuni casi, davvero dissennate e criminali. Le licenze a sanatoria in assenza di una corretta pianificazione urbanistica, hanno consentito di costruire in aree dove si sapeva benissimo che, prima o poi, sarebbero arrivate le acque straripate e le frane.

L’alluvione di Sarno, Siano, Bracigliano e Quindici, nella Campania meridionale, a cavallo tra le province di Salerno, Napoli ed Avellino, soggetta a ricorrenti alluvioni, con suoli particolarmente fragili, terreni provenienti dalle eruzioni del Vesuvio, proiettati in aria negli scorsi millenni e ricaduti sui massicci carbonatici, sui quali si sono addensati. Il 5 maggio del ’98 causò 159 morti. In particolari condizioni, dopo lunghi periodi di pioggia, anche non particolarmente intensa, ed in aree acclivi, che abbiamo subito di recente un disboscamento oppure un incendio, questi strati di terreno, tecnicamente detti coltri piroclastiche, si staccano di schianto dalle rocce di base e creano le cosiddette “colate di fango superveloci”. Vengono giù anche a 80 km all’ora con una potenza davvero devastante. Tuttavia nella stessa zona, nei pressi di Quindici, si trova il piccolo comune di Forino, che negli stessi giorni subì colate di fango veloci del tutto simili a quelle che hanno mietuto tante vittime a pochi chilometri di distanza. A Forino non ci furono vittime e danni, perché quel territorio si era dotato, negli anni precedenti, di opportune opere di prevenzione: opere flessibili antierosione, opere di contenimento dei versanti con tecniche di ingegneria naturalistica e, soprattutto, una serie di piccole vasche per la raccolta delle prevedibili colate di fango. Riprendevano la tradizione delle antiche bonifiche borboniche. Usavano queste vasche come accumuli di detriti che venivano dai monti e come cave di sabbie per le costruzioni, realizzando uno splendido equilibrio. La natura ogni tanto colmava queste vasche. E gli uomini, pian piano, le svuotavano, per lasciarle saggiamente vuote, ad accogliere le prossime colate.

Prova evidente che Il dissesto idrogeologico e l’erosione idrica, e le dirette conseguenze, come frane e alluvioni, possono essere contenuti attraverso alcuni interventi mirati preventivi. Secondo il Rapporto sul Dissesto Idrogeologico curato dall’ISPRA nel 2021, che monitora costantemente le condizioni del suolo italiano e i fenomeni disastrosi dovuti al dissesto idrogeologico, gli edifici situati in aree che rischiano il dissesto idrogeologico in Italia sono più di 565mila e quasi 12.000 i beni culturali. Sono di più gli edifici a rischio elevato di alluvioni. Secondo la Mosaicatura nazionale della pericolosità idraulica, invece, in Italia le aree più esposte al pericolo coprono 12.405 km2, con altri 25.398 km2 a pericolosità media. Proprio per l’entità del problema, la normativa sulla difesa del suolo ha nel tempo subito modifiche e integrazioni, a partire dalla Legge quadro n.183 del 18 maggio 1989, che prevedeva di stendere il piano di bacino idrogeologico. A maggio 2017 la Struttura di Missione “italiasicura”, creata nel 2014 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, contro il dissesto Idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche e riqualificazione dell’edilizia scolastica, sosteneva che, per mettere in sicurezza l’Italia da frane e alluvioni e ridurre il rischio idrogeologico, erano necessarie 9.397 opere per un fabbisogno complessivo di 27 miliardi. Il Dipartimento Casa Italia (prima “Struttura di Missione”) aveva redatto nel giugno 2017 un rapporto in cui evidenziava che, negli ultimi 70 anni in Italia, si erano registrate oltre 10.000 vittime per fenomeni idrogeologici e sismici, con danni economici per circa 290 miliardi di euro, con una media annuale di circa 4 miliardi di euro e con valori in crescita nel tempo.

Lo stesso rapporto stimava i costi necessari per i diversi livelli di intervento per situazioni di pericolosità, vulnerabilità ed esposizione al rischio. Italia sicura svolgeva un lavoro di integrazione di competenze e di coordinamento dei ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture, dell’Agricoltura, dei Beni culturali, dell’Economia, e poi anche delle Regioni e di altri 3.600 enti sparsi sul territorio sul tema delle opere di contrasto al dissesto idrogeologico”. Un lavoro di facilitazione del dialogo e degli iter. Secondo l’ultimo Piano nazionale presentato dalla struttura, a giugno 2014 risultavano bloccati 1.781 cantieri per circa 2,3 miliardi di euro. Ad aprile 2017 1.337 erano stati sbloccati e di questi circa 891 chiusi. Le opere invece di cui si prevedeva la costruzione nell’arco temporale di 15 anni erano quasi 9.400 per un valore totale di circa 27 miliardi di euro. Solo un migliaio disponevano del progetto esecutivo, risultando immediatamente realizzabili, mentre circa 6.800 erano ferme al progetto preliminare o, ancora prima, allo studio di fattibilità. Il governo Conte 1, con il DL 109/2018 decise di smantellare Italia Sicura considerandolo “un ente inutile” … annunciando l’istituzione di una cabina di regia (Strategia Italia) che, tra i compiti, avrebbe avuto anche quello di verificare l’attuazione degli interventi per ridurre i rischi legati al territorio, anche in materia di dissesto idrogeologico. Con il DPCM 20 febbraio 2019 è stato approvato il Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, per proteggere il suolo attraverso differenti programmi ed obiettivi. Le risorse messe a disposizione per il triennio 2019-2021 sono state di quasi 11 miliardi di euro.

Nel 2021 (DL 77/2021), invece, sono stati introdotti i Commissari di Governo per il contrasto al dissesto idrogeologico, con competenze in materia e con responsabilità sugli interventi da attuare. È la cronaca di quella che Ercole Incalza definisce l’abitudine diffusa dell’annuncio: “raccontare i possibili interventi descrivendone le varie fasi di attuazione degli stessi”, “ripetere sistematicamente la ricchezza di coperture finanziarie disponibili magari dopo quattro cinque anni”, “garantire possibili cronoprogrammi che altri avranno modo di verificare”. È difficile modificare questo tipico DNA della politica, sarebbe opportuno modificare con la massima urgenza questo approccio irresponsabile e tornare ad essere più carichi di “coscienza di Stato”, più convinti che stiamo vivendo forse una delle fasi più negative della nostra vita sociale: per molto tempo abbiamo preferito essere spettatori e non attori di uno spettacolo che altri hanno sceneggiato assicurandoci che erano portatori del “cambiamento”. I cambiamenti avvengono solo attuando processi riformatori e non limitandosi ad annullare gli strumenti e le logiche che hanno caratterizzato il passato.