x

x

Messina Denaro, catturato dopo 30 anni di latitanza attiva

IL FALLIMENTO DELLA REPUBBLICA
L’arresto di Matteo Messina Denaro

Bravi i Carabinieri per la cattura, probabili adesso una serie di arresti come diretta conseguenza con uno sbandamento organizzativo della mafia che rimane, nonostante tutto e come dimostra la lunga latitanza “attiva” di Messina Denaro, una “organizzazione” che occupa il territorio e continua ad avere rapporti con la collettività che ci vive. Una convivenza che gli studiosi ci hanno raccontato correlandola alla storia di una terra, la Sicilia, la cui centralità nel Mediterraneo ha attirato troppi interessi e causato ripetute dominazioni da cui, tra gli anticorpi sviluppatisi, è scaturita la formazione di un potere “interno” che è stato utilizzato da paraurti o da mediatore, ma nel quale si entrava se possessori di “carattere” e “fisicità”.

Il primo interrogativo che gli storici hanno lasciato aperto è: può una organizzazione come la mafia, legata alla sudditanza della Sicilia a potenze straniere, sopravvivere dopo oltre un secolo e mezzo di democrazia? Ma a questo se ne è aggiunto un secondo: dopo un secolo e mezzo di democrazia può essere accettato il fatto che non solo la mafia sia sopravvissuta in Sicilia, ma abbia determinato pericolose emulazioni in quasi tutto il Mezzogiorno con la nascita ed il consolidamento di altre organizzazioni che ne copiano i riti e la presenza organizzata nel territorio? Camorra vecchia e nuova, ndrangheta, nuova corona unita e altro ancora, al di la delle rivendicazioni calabresi o napoletane di radici antiche, sono sicuramente filiazioni della più celebrata mafia, divenute operative nel secondo dopoguerra quando la Repubblica e l’ordinamento democratico hanno iniziato a regolare la vita degli italiani, tra l’altro con l’aureola attorno al capo di molti mafiosi ottenuta per avere “guidato” lo sbarco in Sicilia delle truppe alleate attraverso personaggi che riuscirono ad ottenere anche una garanzia di impunità all’interno delle norme sottoscritte nella resa incondizionata imposta a Cassibile agli italiani. Quindi un Mezzogiorno nel quale, in tutti questi anni, lo Stato repubblicano ha convissuto con organizzazioni delinquenziali violente che imponevano e impongono tangenti a imprenditori, commercianti, professionisti, ma anche organizzano il consenso per loro affiliati, trasformandoli in Sindaci o deputati; mafie che, abbandonato il percorso stragista culminato con lo scontro violento degli anni 90 dove caddero Falcone, Borsellino e tanti rappresentanti delle forze dell’ordine e dove si ebbe anche una strategia terroristica, lentamente si sono trasformate in soggetti economici legali che gestiscono imprese, ma senza mai abbandonare l’origine del loro potere: il controllo del territorio in cui nascono, un controllo basato sulla forza e sulla paura, quindi in contrasto con lo Stato. Paura che naturalmente diffonde chi si pone palesemente e impunemente fuori dalla legge, quindi potenzialmente capace di agire come ritiene più utile.

Mentre ciò avveniva, si diffondeva nel Paese la convinzione, mai ufficialmente dichiarata, ma presente e vincente, che la società meridionale fosse complice o comunque solidale. Gli esempi emblematici? Uno per tutti i filmati mille volte trasmessi nei qual i ragazzi napoletani girano in moto senza casco, ma si potrebbe aggiungere la mancata consegna di fattura o scontrino fiscale da parte di commercianti, artigiani e professionisti o l’istituto della raccomandazione come elemento essenziale nel corso della vita propria e dei familiari. Nessun filmatino o dibattito sul fatto che la Costituzione affida alle cure dello Stato, tramite le forze dell’ordine e la magistratura, la difesa del cittadino da violenze e soprusi, ma anche il rispetto di regole e norme; silenziosamente passava la vulgata che la polizia nulla poteva a causa di omertà e complicità. Questo pensavo quando negli anni 90 partecipavo, a Palermo, ai funerali di Libero Grassi, cittadino con cui condividevo la scelta di stare nel PRI, cittadino che ignorava l’omertà ed esercitò il diritto di additare allo Stato coloro che gli chiedevano la seconda tassa, pagando la quale avrebbe riconosciuto un secondo Stato a cui essere soggetto, con maggiori rischi rispetto a chi evade nei confronti del primo.

E lui fu ammazzato per questo suo voler essere cittadino Libero di nome e di fatto, ma lo piangemmo senza che qualcuno comprendesse la potata della crisi della repubblica che il suo assassinio dimostrava. I meridionali ormai erano destinati a divenire o complici o vittime, mentre era lo stato repubblicano che avrebbe dovuto ammettere che aveva fallito, farlo per capire come e cosa fare. Questo, ancora oggi e nonostante tutto, nessuno intende dichiararlo, meglio continuare a recitare il copione di uno Stato dove prima o poi tutto andrà a posto; pochi comprendono che se non si rompe questo tabù difficilmente si potrà sperare di recuperare l’unità politica di questo Paese. In conclusine, mentre continuo a scommettere sull’Italia e mi cimento a dimostrare che sarà solo dallo sviluppo del Mezzogiorno che potrà venire una nuova espansione economica nazionale, plaudo alla cattura di Messina Denaro ma sono lungi dal pensare, come autorevolmente in queste ore viene fatto, di far divenire la data di questo arresto un riferimento celebrativo ed invito tutti, invece, ad aprire una immediata e grande verifica per constatare, finalmente, se sia garantita piena agibilità democratica ai cittadini nel Mezzogiorno e, quindi, sia accertata la capacità dello Stato di presidiare libertà e rispetto di tutte le norme. Aggiungo la richiesta urgente di una inchiesta sullo stato della penetrazione, anche nel nord del Paese, dell’economia controllata dalle varie mafie, spesso cullate in questi decenni, probabilmente sperando in un loro inserimento all’interno delle regole “apparenti” dello Stato.