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Si apre una nuova storia per il Mezzogiorno

L’ARRESTO DI “U SICCU”
La strage di Capaci

Era l’estate del 1993, quando in una lettera scritta alla fidanzata dell’epoca, preannunciò l’inizio della sua vita da latitante. Il capomafia trapanese è stato condannato all’ergastolo per le stragi del ‘92, costate la vita ai giudici Falcone e Borsellino, per gli attentati del ‘93 a Milano, Firenze e Roma e per decine di omicidi, tra i quali, il più efferato, quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido.

Messina Denaro era l’ultimo boss mafioso di primo livello. Trent’anni di latitanza: un record, come quella di Totò Riina (23 anni), e Bernando Provenzano (38 anni). Per il suo arresto, negli anni, sono stati impegnati centinaia di uomini delle forze dell’ordine. U siccu (il magro) ha prosperato grazie agli affari di famiglia, costruendo un impero illecito da svariati miliardi di euro nei settori dei rifiuti, dell’energia eolica e del commercio al dettaglio. Nonostante la sua potente rete di protezione, Messina Denaro, era diventato sempre più isolato. Nel corso degli anni gli investigatori italiani hanno sequestrato le attività economiche riconducibili al boss e arrestato più di cento suoi fiancheggiatori. Hanno fatto terra bruciata intorno tagliando tutti i contatti con la sua famiglia e soci che lo proteggevano nella clandestinità. Alla fine lo ha tradito la malattia più che i “pizzini”, stava per recarsi in un reparto oncologico di una nota clinica palermitana, per curare un cancro al colon che sta combattendo da anni per metastasi epatiche che lo obbligano a sottoporsi a cicli periodici di chemioterapie.

Ora che Messina Denaro non è più un uomo libero, gli inquirenti cercheranno di rimettere insieme i pezzi del suo lungo periodo di latitanza, compresi i luoghi in cui si è rifugiato e la rete di persone che lo hanno protetto. E’ un cerchio che si chiude, una macchina del tempo che riporta ad un mondo che non c’è più, quello delle bombe e delle stragi, che dice poco a chi ha meno di 40 anni, e nello stesso tempo apre una storia nuova, ancora tutta da scrivere, quella di una mafia sommersa non più blocco di potere che condiziona la Sicilia e il Mezzogiorno. Bisogna uscire dalla dicotomia paradiso turistico e incubo mafioso, faccia legale e illegale della subalternità. Dobbiamo recuperare in positivo il Sud: la sua storia, la sua collocazione geografica, la sua cultura, i suoi modi di vivere e di essere. Ricostruire l’identità meridionale, partendo dalle sue virtù: la pratica del dono, il senso della famiglia, della parentela, del vicinato, della comunità, radice ed espressione di uno spirito civico, cultura e prassi della democrazia. Partendo da una premessa: La fuga dai luoghi comuni. Il Sud viene portato ad esempio della produzione criminale intesa come “cooperazione lavorativa gestita e controllata attraverso l’uso della violenza” e si sostiene che la fase dell’accumulazione originaria, presente tuttavia in tutte le società, nel Mezzogiorno viene penalizzata dalla legislazione nazionale in una misura sconosciuta negli altri Paesi in corsa verso il capitalismo, in cui il passaggio degli imprenditori criminali alla borghesia sarebbe avvenuto nell’arco di più generazioni.

Altrove non si è impedito il riciclaggio del denaro sporco, nel Mezzogiorno invece si pagherebbe il costo aggiuntivo di una borghesia in perenne stato di illegalità. I fenomeni di criminalità organizzata, prima presenti in aree limitate, negli ultimi decenni si sono estesi a quasi tutto il Mezzogiorno. Una lettura frettolosamente ideologica che ignora che il passaggio dall’illegalità alla legalità è potuto avvenire in società come quella americana in cui il mercato legale offre notevoli convenienze e che la mafia siciliana e le altre mafie italiane hanno saputo inserirsi nel mercato capitalistico utilizzando le ingenti risorse dell’accumulazione criminale, ben oltre la fase dell’accumulazione originaria, fino all’attuale fase di globalizzazione del mercato e dei capitali. Secondo alcuni dati del Ministero dell’Interno, sono soprattutto le province del Centro-Nord a essere caratterizzate dai più alti livelli dell’Indice di criminalità (calcolato ogni 100mila abitanti); addirittura fra le prime 50 province d’Italia con i valori maggiori dell’indice, solo 12 sono del Sud, occupando prevalentemente le posizioni più basse. Per trovare la prima provincia meridionale nella classifica bisogna scendere al 17esimo posto. In vetta troviamo invece Milano con un valore dell’indice di 7017,3, seguita da Rimini (6430,1), da Firenze (6252,8), Bologna (6233,7) e Torino (5339,3). Marcello Musso, pubblico ministero piemontese, sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata nelle più importanti inchieste antimafia della storia d’Italia, presso la Procura di Palermo, durante il periodo stragista, e a Milano nelle inchieste sulle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia, nell’introduzione al libro Italós (2017) scrive: «la correità di una certa politica locale o il familismo mafioso, l’omertà, la complicità della popolazione con i mafiosi del posto, fenomeni da sempre considerati endemici o persino insiti in una certa parte della popolazione meridionale, fossero stati per secoli fattore strutturale e profondamente radicato nelle integerrime e civili regioni del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, del Veneto ecc… Un piemontese non avrebbe mai immaginato, ad esempio, che nel suo Piemonte, dove chi scrive è nato, cresciuto e ha studiato per diventare Magistrato a Torino, fosse stata in uso per secoli la pratica del taglieggiamento, come pure quella dei sequestri di persona, ritenuti da sempre prerogative di clan e bande criminali del Sud e delle Isole».

E difatti, l’intero Nord per secoli, fino all’Unità, quand’era ancora povero e degradato, si caratterizzava per un universo endemico di criminalità organizzata in cui, oltre ai sequestri di persona a scopo di riscatto e al taglieggiamento, era praticato, per esempio, il traffico delle giovani donne che, rapite in una data città, venivano obbligate a prostituirsi in un’altra, ove nessuno potesse riconoscerle (come si fa oggi con slave o nigeriane). Al Nord esistevano cosche mafiose autoctone ante litteram e un feroce banditismo che per razziare e stuprare realizzava vere e proprie occupazioni militari d’interi paesi. Se dall’Unità in poi i fenomeni di criminalità organizzata originari del Nord Italia si sono estinti, mentre quelli del Sud si sono ingigantiti al punto da attecchire e poi imporsi anche al Nord è stato dovuto al progressivo drenaggio di risorse che, convogliate dal Sud al Nord, hanno reso quest’ultimo, col tempo, sempre più ricco e “civile”, a danno di un Sud che diveniva, per contro, progressivamente più indigente e degradato”. A Torino, infatti, la nota banda della Cocca vantava forti collusioni e connivenze con le Forze dell’ordine e altre Istituzioni pubbliche, in special modo nella persona di Filippo Curletti, alto e potente funzionario di polizia, al quale, era stato assegnato l’incarico di salvaguardare la sicurezza pubblica nei nuovi territori del neonato Regno d’Italia. Quando il capo della Cocca, Vincenzo Cibolla, fu arrestato, durante il processo dell’agosto del 1861, iniziò a collaborare con la giustizia facendo pesanti rivelazioni, lambendo lo stesso Cavour. Filippo Curletti, venne riconosciuto colpevole, ma riuscì a fuggire all’estero, da dove, pochi mesi più tardi, scrisse e fece pubblicare in francese uno scottante opuscolo dal titolo: La verità sugli uomini e sulle cose del regno d’Italia.

Rivelazioni di J.A. Antico agente secreto del conte Cavour (ripubblicato di recente). In tale manoscritto rivelava il lavoro sporco compiuto per realizzare l’Unità d’Italia, facendo i nomi dei personaggi politici coinvolti e descrivendo le nefandezze da essi commesse nel riunire sotto il Piemonte gli stati della Toscana, di Modena, di Parma, della Romagna, di Umbria e Marche e delle Due Sicilie: incluse le uccisioni di avversari politici da parte di carabinieri e poliziotti piemontesi travestiti da popolani del posto; e naturalmente incluso lo scandalo delle annessioni dei suddetti stati italiani al Piemonte, giustificate tramite i plebisciti truccati, con ancora una volta poliziotti e carabinieri travestiti da popolani che votavano in luogo della gente del posto. Plebisciti a cui l’Europa aveva assistito esterrefatta. Era il 1991 quando Pasquale Saraceno esprimeva la sua preoccupazione per «l’appassire del sentimento dell’unità nazionale» per il «diffondersi, in luogo di quel sentimento, di un rumoroso populismo dialettale che reclama, in nome di interessi e culture locali, la liquidazione fallimentare della nostra storia unitaria». Un monito inascoltato che ha indebolito il nostro Paese negli ultimi decenni e che forse, solo ora, per la drammaticità del momento può essere richiamato e messo in discussione. Mancano ancora tre anni alla scadenza PNRR. C’è ancora tempo per modificare modalità e strumenti di intervento al fine di cogliere la straordinaria opportunità che l’Europa ci offre per colmare i divari sui diritti di cittadinanza, soprattutto con riferimento alla Scuola. Il miglior investimento che un Paese possa fare per garantire un futuro migliore a sé stesso e ai propri giovani. Non ci si può accontentare del solito richiamo alla necessità di rilanciare il Sud con un generico piano di investimenti, magari per compensarlo in vista della concessione di nuove forme di autonomia rafforzata a Emilia Romagna, Veneto e Lombardia.

Sarebbe un film già visto tante volte. Per cogliere l’occasione della ricostruzione, occorre una nuova visione del rapporto Nord-Sud e delle politiche di sviluppo, partendo proprio dalla riduzione dei divari di cittadinanza. Pensare a un nuovo Mezzogiorno, ai suoi giovani altamente scolarizzati, al suo patrimonio ambientale e culturale, alle esperienze di innovazione, alle filiere produttive che hanno mostrato resilienza alla crisi, alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, come una parte importante della soluzione ai problemi del Paese e dell’Europa mediterranea. Un Sud non schiacciato dalla dicotomia sviluppo-sottosviluppo, oltre la visione economicistica che vede lo sviluppo come crescita del prodotto interno lordo, ma aperto e plurale, ricco di valori storici e attuali, e di un “bisogno di Sud” vivo nel resto del Paese. Questo approccio costituisce uno dei tentativi più rilevanti di uscire dalle secche tradizionali del meridionalismo piagnone e depresso. Vivere la meridionalità e la mediterraneità come positività. Una terra abitata da condomini affini e rispettosi l’uno dell’altro, un mare di dialogo e di pace, tra culture diverse, più ponte che frontiera.