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La resistenza Ucraina. Davide contro Golia e il valore della libertà

La resistenza Ucraina

Non si può trascurare il fatto che imbracciare le armi per combattere un nemico soverchiante possa allontanare ogni trattativa di pace, anche se bisogna tener conto che questa convinzione può ritenersi legittima nell’Occidente che, cresciuto in ottant’anni di pace, si crede ormai immune, in modo permanente, da ogni scontro bellico, giudicando improbabile che il frastuono del cannone venga a danneggiare il proprio giardino.

Per noi Occidentali la pace, per fortuna, è un valore assoluto acquisito per sempre, ma non sappiamo quali potrebbero essere le nostre reazioni di fronte ad una aggressione così spietata e virulenta come quella subita dal popolo ucraino. Si rischia a volte di dare la sensazione di auspicare la conclusione del conflitto solo perché mette in pericolo la nostra posizione di benessere. Quando invece scorre il sangue per le strade, e la gente si rifugia per non essere raggiunta dai proiettili, si pensa solo a difendersi, persino ad immolarsi. Gran parte della popolazione occidentale è nata dopo la guerra per cui l’occupazione nazista non se la ricorda più nessuno. Non ci si commuove più per il calpestio dei piedi nel fango o per l’odore acre della polvere che sale dalle macerie, per il rombo degli aerei e il sibilo delle mitragliatrici, per le esecuzioni collettive o per il sacrilego martirio dei più umili e indifesi. Si è detto che contro una forza schiacciante non c’è scampo e bisogna alzare le mani per non provocare un’inutile carneficina e agevolare la pace, dimenticando che all’attualità non sembrano queste le intenzioni di chi scientificamente ha preparato un’aggressione così circostanziata che già dall’inizio prevedeva di volersi stabilire con ostinata protervia sul suolo ucraino.

Ma poi Geronimo si arrese? Il suo cuore non gli diceva. Non si arrese mai, facendo impazzire per decenni l’attrezzata cavalleria americana. Portò la sua gente di tenda in tenda, tra la neve dei sentieri in altura ed il caldo soffocante delle praterie, pur di sfuggire all’imposizione mortificante della riserva. Abbracci il fucile quando ti inquinano l’aria che respiri, quando senti gli zoccoli degli invasori entrare nel salotto di casa, quando ti senti scatenare il petto dalla rabbia e dall’odio verso un destino che giudichi abbietto, indecente, ladro di vita. In quell’istante ti senti esplodere dentro la potenza di una fede incomparabile, “la forza indomabile del desiderio umano”, come l’ha definita lo psicanalista Recalcati, una eccitazione smodata che porta a reagire ad una prevaricazione insopportabile, ad un sopruso vigliacco a cui non puoi sottostare. Per questo il popolo ucraino non arretra di un centimetro e, presumo, continuerebbe a saltellare eroicamente in mezzo alle barricate per sfuggire al fischio pungente delle pallottole russe, anche senza gli aiuti e le sanzioni decise dall’Occidente. E’ toccato anche ai nostri padri difendersi, rintanarsi sulle montagne, cercando di fargliela pagare all’usurpatore nazista. Lo hanno fatto perché si sentivano offesi, massacrati nel profondo del loro animo. Avevano troppo fegato e troppo dolore per tirarsi indietro.

Si sentivano tutti partigiani, perché quando c’è la guerra non esistono i civili, ma solo belligeranti, madri come Pilar che insegnano ai figli l’audacia e la sopravvivenza, figli come il partigiano Johnny che risalgono il confine per dare una mano alla speranza di vittoria. Noi Occidentali che abbiamo dovuto reclinare il capo di fronte alle decine di migliaia di morti per Covid, non saremmo certo preparati “culturalmente” ad affrontare una sciagura come la guerra, sapendo nell’intimo che non ce la faremmo a sopportare neanche un giorno di privazioni e di sofferenza. Tuttavia ci angosciamo all’idea di dover spegnere i termosifoni un’ora prima, mentre non esitiamo a definire inopportuna la scelta drammatica e disperata degli ucraini di difendersi. In realtà di frequente si è dovuto ricorrere alle armi per resistere ad una forza superiore, schiacciante, a volte illimitata come quella di cui poteva disporre Serse quando invase la Grecia.

Il racconto biblico di Davide contro Golia si ripropone spesso come un invincibile sogno di riscatto, la stessa aspirazione che ritroviamo in quell’esiguo gruppo di coloni che perse la vita sulle mura fatiscenti della missione francescana di Alamo, contro l’assalto di fuoco di oltre cinquemila Messicani del generale Santa Anna, o come ben ci ricordano i trecento spartani delle Termopili, i Vietcong asserragliati dentro i cunicoli sotterranei di Saigon o i mille giudei che si diedero reciprocamente la morte nella fortezza di Masada pur di non consegnarsi vivi all’imponente esercito romano a cui opposero una valorosa resistenza. A volte il crocevia della storia sembra tanto tortuoso quanto indecifrabile, ma mostra, alla lunga, una chiara lungimiranza. E sarà pur vero che in questa brutta storia la sorte della casalinga Irina interessa poco e niente, ma dimostra anche che il valore della libertà non è mai in eccesso e che la temeraria dignità dimostrata dagli ucraini, anche se dalle nostre poltrone ci sembra incomprensibile, difficilmente potrà essere soffocata dal patto scellerato di qualche superpotenza. Sarebbe un’ulteriore ingiustizia di cui la storia si incaricherebbe un giorno di chiederne conto.

Carmelo Zaccaria