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Un pensionato su tre percepisce meno di 1.000 euro al mese, i dati Inps

Pubblicato il ventunesimo rapporto annuale dell'Istituto previdenziale
Pensionati

Lo scorso 11 luglio 2022 è stato pubblicato il ventunesimo rapporto annuale di INPS che descrive il quadro della assistenza pensionistica nel Paese. Il dato rilevante purtroppo non lascia adito a interpretazioni, un pensionato su tre, in realtà circa il 40% dei cittadini che ricevono un assegno dall’istituto, non supera i 1000 euro al mese. Sono considerati poi “pensionati poveri” coloro i quali ricevono meno di 10 mila euro l’anno e quasi interamente percepiscono trattamenti di anzianità o anticipati discendenti dal Fondo dei lavoratori dipendenti. È la conseguenza purtroppo della povertà lavorativa, condizione per la quale nonostante esista un impiego, lo stesso non è sufficiente per garantire una pensione decorosa e questo a causa di precarietà e bassi salari.

La proposta di INPS guarda con favore al salario minimo come possibile soluzione per contrastare il fenomeno oltre che suggerire l’allargamento della base dei contribuenti che invece va diminuendo. Sempre nell’area dei pensionati considerati più poveri, il 15 per cento degli stessi, cioè nella fascia di reddito inferiore a 10 mila euro l’anno, percepisce un assegno sociale ed il 26% una pensione ai superstiti, cioè di reversibilità. È il risultato, secondo INPS, dell’associazione dilagante di precarietà, temporaneità del lavoro ed insufficienza salariale, una trappola sociale che rischia di esplodere ancora con più veemenza nei prossimi anni. Sono in particolare le donne le più penalizzate, perché devono spesso scegliere tra accudimento familiare e lavoro e queste condizioni, a volte incompatibili, ne minano la tenuta contributiva. Considerando che, dei 16 milioni di pensionati italiani, numero già di per se allarmante, il 52% è composto da donne, è facile trarre la conclusione sulla loro condizione generale e su cosa le aspetta per il futuro. L’INPS rilascia inoltre i dati sugli importi medi percepiti dai cittadini. Le differenze tra uomini e donne è ancora rilevante.

L’assegno medio per gli uomini è pari ad euro 1.884 euro lordi mensili. Solo 1.374 euro lordi mensili per le donne. Una differenza di circa il 37%. Ma la cosa che fa preoccupare i vertici di INPS è che senza interventi strutturali al sistema contributivo, questa condizione non potrà che peggiorare. Povertà salariale, povertà lavorativa, elusione ed evasione contributiva pesano sulle proiezioni future e solo intervenendo drasticamente sulle retribuzioni attuali si potrà quantomeno arginare il fenomeno. Un appello ai cittadini a tenere conto di questa possibilità pur comprendendone le difficoltà. Il Rapporto INPS è tranciante nel simulare la condizione di soggetti nati tra il 1965 e il 1980, ricostruendone la carriera retributiva con il metodo contributivo. Nella stragrande maggioranza dei casi il valore delle loro retribuzioni equivarrebbe ad un salario minimo di 9 euro lordi orari. Basterebbe alzare le tariffe minimamente per ottenere vantaggi superiori al 10% rispetto a questa stima. Soluzioni possibili sono la lotta alla evasione, il recupero del sommerso e l’incremento delle retribuzioni degli iscritti attualmente alla gestione pensionistica di riferimento.

Potrebbe aiutare anche la regolarizzazione contributiva dei lavoratori stranieri per il funzionamento del sistema generale. Il Rapporto si spinge inoltre a descrivere i risultati ottenuti da Quota 100, Quota 102 e dalla Opzione Donna. Nessuna delle misure ha raggiunto la platea attesa. Segnale che probabilmente in tanti hanno deciso di rimanere a lavoro per evitare di ricevere un assegno pensionistico troppo basso rispetto alle attese. Più in generale, al di fuori di quanto rappresentato dal Rapporto INPS la questione è assai importante e non deve essere sottovalutata dai cittadini. Ricorre spesso l’errata convinzione, mista ad una certo scoramento verso le istituzioni, che contribuire non servirà a nulla e che riceveremo in ogni caso assegni pensionistici non in grado di aiutarci a sostenere la nostra vecchiaia. È una osservazione generalizzante alla quale occorre opporre invece che è proprio nella età di maggiore capacità lavorativa che è necessario affrontare la questione con completezza. Coloro i quali possono fare affidamento su un sostegno terzo costituito da pensioni private devono considerarne l’utilità, cosi come devono farlo coloro i quali hanno deciso di destinare il proprio TFR a fondi di investimento con la prospettiva di convertirlo in un assegno integrativo rispetto alla pensione tradizionale. Non è un argomento sul quale generalizzare.

È invece una questione sulla quale riflettere e invertire la cultura diffusa mista a sfiducia nelle istituzioni. Il sistema contributivo che investe tutti i cittadini, la precarietà lavorativa, la povertà lavorativa e l’introduzione di alcune gestioni contributive minori, come la gestione separata, costituiranno un problema per la sostenibilità pensionistica dei lavoratori di oggi e di domani.

Francesco Andrea Falcone
Dottore Commercialista – Revisore Legale