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Governo e prezzi dei carburanti, c’è il decreto

L’esecutivo guidato dalla Meloni è intervenuto dopo una serie di polemiche
Giorgia Meloni

Il 13 gennaio 2023, alla fine di una lunga serie di polemiche, il Governo interviene sulla questione delle accise sui carburanti. La questione aveva provocato forti discussioni per via della improvvisa oscillazione dei prezzi, caduti per effetto degli interventi del Governo nel mese di dicembre 2022 e improvvisamente schizzati oltre la soglia di 2 euro per quasi tutte le tipologie di idrocarburi nei primi giorni di gennaio 2023.

La ragione risiede nel fatto che fino al mese di dicembre 2022 erano in vigore misure di contenimento delle accise, poi decadute nel mese successivo. Le accise sono delle delle imposte specifiche sulla fabbricazione e sul consumo di alcuni prodotti. A differenza di altre imposte simili, come l’IVA, le accise colpiscono la quantità di consumi e non il prezzo applicato. Questa è la ragione per la quale in ragione del tonnellaggio consumato i distributori di carburanti in tutta Italia raccolgono le accise da versare e le destinano all’Erario. E di conseguenza queste variazioni improvvise di prezzi rendono assai complessa la vita delle imprese distributrici che operano nel settore e ne riducono drasticamente i profitti. La questione, tutta politica, della presenza o meno nel programma elettorale del nuovo Governo di misure di contenimento dei prezzi lascia il tempo che trova. La variabile di mercato è così complessa in questo settore che è impossibile prevederne l’andamento con precisione per qualsiasi Governo. Ad ogni modo, l’esecutivo decide di intervenire con un apposito decreto; con un apposito comunicato ufficiale di Palazzo Chigi “si è stabilito che, in presenza di un aumento eventuale del prezzo del greggio e quindi del relativo incremento dell’Iva in un quadrimestre di riferimento, il maggiore introito incassato in termini di imposta dallo Stato possa essere utilizzato per finanziare riduzioni del prezzo finale alla pompa.

E’ stato, inoltre, prorogato al 31 dicembre 2023 il termine entro il quale il valore dei buoni benzina ceduti dai datori di lavoro privati ai lavoratori dipendenti, nel limite di euro 200 per lavoratore, non concorrerà alla formazione del reddito da lavoro dipendente”. Questo significa che la misura messa in campo dal Governo prevede che la maggiore IVA incassata dallo Stato per effetto dell’incremento dei prezzi di un quadrimestre, possa essere utilizzata per ridurre le aliquote delle accise in quello successivo per ridurre l’impatto fiscale generale e non pesare contestualmente sugli equilibri di bilancio già precari di per se. E proprio sul tema degli equilibri di bilancio, il Governo è dovuto intervenire diverse volte, per voce del Ministro dell’Economia e della Presidenza del Consiglio, rammentando, secondo proprie valutazioni, che l’impatto delle agevolazioni concesse dai precedenti esecutivi – in particolare il Governo Conte II – in materia di bonus edilizi avrebbero avuto rilevanza sul bilancio dello Stato in maniera così pesante da rendere impossibile o quasi manovre di contenimento fiscale o contributivo a favore dei datori di lavoro e dei cittadini. Sul tema si registrano due interventi interpretativi opposti. Il primo è il report di ENEA sul valore degli interventi di ristrutturazione in Superbonus 110 realizzati in Italia nel solo anno 2022. Le somme ascritte al portale e certificate dall’Istituto superano la quota 70 miliardi di euro in un solo anno.

Che significa una riduzione di incassi per lo Stato per effetto delle detrazioni generate dagli interventi per i successivi quattro anni di 17,5 miliardi di euro l’anno. In senso opposto si è espresso il Consiglio Nazionale di Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili che in una pubblicazione ufficiale dei giorni scorsi ha certificato che per ogni euro speso negli investimenti di ristrutturazione edilizia, il 47% ritornerebbe allo Stato sotto forma di imposte e contributi versati. Nel mezzo della querelle tra interpretazioni di senso opposto, restano immutati i problemi di milioni di cittadini e di centinaia di migliaia di imprese trovatesi incastrate nella questione della cessione dei crediti fiscali. Ne abbiamo parlato diverse volte su queste pagine ormai da quasi due anni e tuttavia la vicenda non accenna a risolversi. Il settore bancario continua ad esporre perplessità nel merito della disponibilità ad acquistare i crediti generati dai processi di ristrutturazione edilizia per due ragioni: la prima è una generale saturazione della propria programmazione di investimento in tal senso, la seconda sono le recenti sentenze della Corte di Cassazione che insistono nel sostenere una responsabilità comune tra chi cede il credito e chi lo acquista nelle ipotesi di sequestro degli stessi per ragioni connesse ad operazioni poste in frode dello Stato. Legittimamente gli istituti di credito e quelli postali, che si sono resi parte attiva nell’acquisto dei crediti fiscali, ritengono di non doversi sobbarcare rischi di questa tipologia avendo in effetti poteri di controllo sulle operazioni edilizie molto risibili rispetto alla loro effettiva realizzazione. Questa condizione ha costretto molti di questi possibili acquirenti di credito a fermarsi sino a che il Governo non deciderà per possibili esimenti di legge nei loro confronti. Ad oggi le misure messe in campo dal Governo Meloni appaiono ancora insufficienti, si spera che nei mesi successivi lo stesso Governo riesca a trovare una soluzione che quadri gli interessi di tutti.

Francesco Andrea Falcone
Dottore Commercialista – Revisore Legale