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Il Lavoro lega il Cittadino alla Comunità in cui vive

Operai

A Washington, all’interno della sede centrale, c’è una statua che rappresenta la missione della Banca mondiale. Il cammino, di un bambino e del padre, verso una fonte d’acqua. Entrambi non vedenti. Un bastone unisce l’uno all’altro, il testimone del comune handicap. Sono trascorsi oltre quarant’anni da quando si scopri che in un’area dell’Africa, da trecento anni, il 70% dei bambini, veniva colpito da cecità irreversibile. Una maledizione biblica? La banca mondiale, con un progetto irrisorio di 100 mila dollari, accertò la presenza di un virus in un lago. Bonificandolo, pose fine alla maledizione… Ne parlò Empedocle Maffia in una intervista alla RAI, forse l’ultima, prima di lasciarci nel 2008: “In queste vetrate si sta tentando di realizzare il miracolo di sradicare la povertà dalla faccia del mondo in cui 2,5 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno…”.

C’era un libro che mi tornava in mente ascoltando l’enfasi retorica del reddito di cittadinanza. Ho provato a cercarlo fra i miei, inutilmente. Poi, un amico col quale ne avevamo parlato, mi suggerì l’autore e come d’incanto si aprì, nella memoria, la “cartella”. Sono passati circa vent’anni da quando l’avevo letto. Oggi è introvabile e forse per questo prezioso. Claudio, il mio amico, ne conservava una copia che generosamente mi ha prestato. Empedocle Maffia, la voce di ‘Radio anch’io’, lo avevo conosciuto personalmente, proprio attraverso Claudio Signorile. Nato a Napoli era cresciuto e aveva studiato a Bari, che lasciò dopo la laurea, per lavorare al CENSIS che, in quegli anni, cominciava a studiare l’evoluzione della società italiana. A cambiargli la vita fu “la grande frontiera kennedyana”, l’occasione di collaborare con il comitato elettorale di Bob Kennedy. La corsa alla Casa Bianca che fu tragicamente interrotta la notte tra il 5 e il 6 giugno del 68. Una borsa di studio Fulbright portò Empedocle presso la Kennedy School of Government della Harvard University. Poi l’elezione di Nixon, pose fine al sogno di libertà, riportandolo in Italia. Lavorò come giornalista per la RAI, con la direzione di Sergio Zavoli. Continuò a seguire la politica internazionale ed in particolare degli States per più di un ventennio. I suoi raffinati interventi continuarono ad arricchire la Gazzetta del Mezzogiorno, le riviste Il Ponte, il Mulino,

La critica sociologica, Socialismo Oggi. A Washington ritornò come consigliere speciale per l’area mediterranea del direttore esecutivo della World Bank e, come docente, ad Harvard. Scrisse numerosi libri di carattere politico, storico, economico e sociale Fra i più noti: “Bill Clinton. Una storia americana”, l’introduzione alla edizione italiana di “Barack Obama Yes, we can Il nuovo sogno americano”. In quella sua ultima intervista concessa alla Rai, citando Pavese, confidò di quanto gli mancassero le sue pietre, quelle che quando le riconosci senti la tua terra, la Puglia: “Le radici, ovunque tu vada a giocarti la tua vita, devono restare li dove sono state piantate quando sei nato…”. Sul Mezzogiorno scrisse due saggi: “I giovani del Sud”: l’esperienza di alcuni imprenditori meridionali capaci di creare lavoro applicando innovazioni tecnologiche a piccole imprese con meno di 250 dipendenti, finanziate dalla legge 44; “Effetto Tunnel”: un saggio sul prestito d’onore. Un esperimento, partito in Italia, qualche settimana dopo l’attacco alle torri gemelle. In un momento di paura e disorientamento per la violenza che colpisce vite e risorse. Di rottura di ogni equilibrio politico, economico, psicologico, per imporre l’antico problema delle diversità culturali, religiose e sociali. Quella legge n. 608, avviata nel novembre del 1996, per favorire la diffusione del lavoro autonomo, metteva insieme un disoccupato, lo Stato e le zone meno sviluppate dell’Italia, per recuperare energie allo sviluppo del paese. Un messaggio di speranza e di fiducia. L’introduzione del Prestito d’onore seguì un percorso anomalo, diverso rispetto alle consuetudini. Il Parlamento convertì in legge, un decreto approvato dal governo il 1 ottobre di quell’anno su interventi a sostegno del reddito. Al suo interno, c’era un capitolo che prevedeva misure straordinarie per la promozione del lavoro autonomo nel Mezzogiorno. Una misura semplice di finanziamento, con una somma di circa cinquanta milioni di lire (60% a fondo perduto e 40% con mutuo agevolato da restituire in cinque anni a partire dal secondo anno d’attività, non assistito da garanzie personali) più altri 10 milioni per spese di esercizio nel primo anno di attività. La gestione venne affidata a “Imprenditorialità Giovanile”, poi confluita in Sviluppo Italia.

L’eccezionalità del percorso legislativo fu, nella capacità del Parlamento, di seguire l’attuazione della misura con successive integrazioni migliorative, per garantirne l’efficienza. Quattro interventi in sette mesi, per migliorare una legge che aveva solo un anno. Segno evidente della capacità dello Stato di misurarne tempestivamente l’impatto sulla realtà delle proprie azioni. Di ritoccarle, perché riescano a governare le oggettive difficoltà riscontrate sul campo. Insomma, un’iniziativa che ha avuto successo subito e che ha saputo consolidarlo nel tempo. In questa esperienza positiva non ci sono lavori di equipe specializzate, né giovanissimi protagonisti sui quali s’investono fondi che, nel giro di pochi mesi, potranno generare aziende che produrranno innovazioni e guadagni azionari. C’è il tentativo assistito di studiare una idea, un’attività, un lavoro autonomo. Come nasce un’azienda, come quel singolo ha deciso di diventare imprenditore di sé stesso, come si porrà in rapporto non solo alla propria vita, ma con l’insieme della società nella quale vive, lavora, cerca guadagni, successi, motivazioni. Le storie di chi si accosta al Prestito d’onore, lo chiede e lo riceve, come s’inserisce nella vita di chi affida a questa iniziativa la possibilità di farcela, di non sentirsi escluso. Storie diverse una dall’altra, l’impegno a cambiare, con un lavoro che ciascuno ha scelto, del quale può essere responsabile in prima persona. Storie che raccontano il valore complessivo di promozione sociale, d’incoraggiamento più che di mortificante assistenzialismo. In quegli anni nessuno pensò di affacciarsi ai balconi di Palazzo Chigi per annunciare che aveva sconfitto la povertà. Nessuno aveva questa ambizione. Eppure in quella scelta c’era il salto di qualità della coscienza civile di chi si misura con sé stesso, impegnato in un lavoro di cui è protagonista. Una condizione nuova in cui anche la legalità diventa più comprensibile. Il lavoro nero che viene considerato insopportabile quando si è fatta la scelta di tenere ordine nella contabilità della nuova azienda personale, per piccola che sia.

Il pagare le tasse che diventa il visibile discrimine tra lecito e illecito, quando si comincia a farlo pagando in termini di mercato la presenza di una concorrenza sporca, sleale, da parte di chi è in nero rispetto alle tasse, alle retribuzioni, ma soprattutto alla stessa morale sociale. Credo che una riflessione ponendo a confronto il reddito di cittadinanza ed il prestito d’onore sarebbe utile a comprendere la distanza, non solo temporale, dei due provvedimenti. La differenza tra il mito della decrescita felice che mortifica la dignità del lavoro e la concessione di un credito sulla fiducia alla singola persona che ne esalta la dignità, con una parola antica e ricorrente per superare la difficoltà “prestito”, peraltro legato al dato più personale che ciascuno porta con sé lungo tutta la vita, l’onore. Le scelte nelle quali un popolo avanza verso la dignità rappresentano il processo più intimo e profondo di un Paese che vuole avanzare o regredire.

Alfredo VENTURINI